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di Assunta Borzacchiello

Andrea Schivo, agente di custodia a San Vittore durante l'occupazione tedesca, pagò con la vita, in un campo di concentramento tedesco, il suo coraggio.



Il 26 marzo, lo Stato d'Israele ha attribuito alla sua memoria l'onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”, la più alta fra quelle civili che lo Stato d'Israele assegna ai suoi eroi.

Questa è una storia che merita di essere raccontata. È la storia di Andrea Schivo, agente di custodia, alla cui memoria lo Stato di Israele ha tributato il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”.

È la storia di un uomo giusto, di un uomo che divenne eroe suo malgrado, perché i veri eroi sono proprio le persone comuni, le persone semplici che non aspirano a guadagnare un posto nella Storia con la “S“ maiuscola.

“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, cantava Francesco De Gregori in una bella canzone di qualche anno fa. La storia la fanno gli uomini, nel bene e nel male. Siamo tutti partecipi e responsabili, con le nostre azioni e le nostre omissioni, con il nostro coraggio e le nostre paure. La storia non si cancella e non si dimentica.

Andrea Schivo è l'antieroe per eccellenza, secondo una visione del mondo e della storia che identifica nei grandi condottieri, nei personaggi illustri e famosi, coloro che hanno cambiato il mondo. Andrea, ad un certo punto della sua vita, incontrò la Storia e non si tirò indietro.

Andrea Schivo era nato a Villanova d'Albenga il 17 luglio 1895 ed era un agente di custodia del carcere milanese di San Vittore. Erano gli anni drammatici del secondo conflitto mondiale, gli anni dell'antisemitismo e delle deportazioni di milioni di Ebrei che strappati dalle loro case, dopo le assurde leggi razziali del 1938, furono avviati nei campi di sterminio tedeschi.

Negli anni bui dell'occupazione tedesca nel carcere di San Vittore, separata dai detenuti comuni e dai politici, c'era una sezione che ospitava una categoria di persone la cui unica colpa era di essere ebrei. I tedeschi, infatti, requisirono alcuni raggi del carcere per destinarli ai detenuti politici e agli ebrei in attesa di essere deportati nei campi di concentramento. Uomini, donne e bambini, strappati dalle loro case, rastrellati per strada, scovati nei luoghi segreti dove trovavano riparo e dove ogni rumore, calpestio, respiro li metteva in allarme, perché ogni presenza umana avvertita poteva essere quella del carnefice che poneva fine alle loro vite.

Tra il 1943 e il ‘44 Andrea Schivo, sposato e padre di una bambina, era addetto proprio nel raggio che ospitava i prigionieri ebrei gestito direttamente dalle SS per conto del comando di Polizia di sicurezza germanico, che aveva la sua base di comando all'hotel Regina. Qui il feroce comandante Otto Koch conduceva gli interrogatori con metodi spietati, impiegando le più feroci tecniche di tortura. Altri luoghi in cui si svolgevano gli interrogatori erano lo stesso carcere di San Vittore e Villa Luzzatto in via Marenco. Schivo conosceva bene questi sistemi e la ferocia nazista nel punire chiunque fosse stato scoperto nel fornire aiuto agli ebrei, eppure la sua coscienza di uomo giusto gli diede il coraggio di sfidare il pensiero della morte a cui sicuramente sarebbe andato incontro se avessero scoperto che faceva da tramite tra gli ebrei prigionieri e le loro famiglie.

Sono state le figlie della detenuta Carla Cardosi, una delle persone aiutate da Schivo, Giuliana, Marisa e Gabriella, a testimoniare del coraggio e del sacrificio di Andrea che consegnava loro dei biglietti scritti dalla madre dopo l'arresto, mentre alla donna Andrea faceva giungere indumenti e cibo da parte della famiglia. Quanto dolore, ma quanta gioia nel ricevere quei biglietti sottratti al controllo dei carcerieri tedeschi, emozioni così descritte nella testimonianza delle tre sorelle “È impossibile dire con quale emozione riconoscevamo la sua calligrafia e leggendo quelle parole, con cui la mamma sempre forte cercava di tranquillizzarci sulla sua sorte, era come se ci fosse stata restituita la sua presenza e non l'avessimo completamente perduta. Nella prima settimana del giugno 1944 la mamma venne trasferita dal carcere di San Vittore a Milano al campo di smistamento di Fossoli, anticamera dei lager nazisti per poi essere deportata con l'ultimo convoglio partito da Fossoli il 1° agosto 1944 al Campo di sterminio di Auschwitz donde non fece più ritorno (…). Poco tempo dopo la traduzione di nostra madre da S, Vittore a Fossoli, Andrea Schivo era stato arrestato perché sorpreso ad aiutare gli ebrei del V raggio portando loro da mangiare e rinchiuso nella cella 108”.

Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1944, sul pavimento di una cella del V raggio di San Vittore, occupata da una famiglia di ebrei, i tedeschi rinvennero un osso di pollo, evidente resto di un pasto che non poteva certo essere stato servito dalla mensa del carcere. Apparve quindi chiaro agli aguzzini tedeschi sospettare di un agente di custodia che poteva aver fatto da staffetta con l'esterno. La famiglia di ebrei fu sottoposta a interrogatorio con tortura e confessò il nome di quell'angelo delle carceri che rispondeva al nome di Andrea Schivo. L'agente Schivo sapeva bene a quale rischio si esponeva portando aiuto agli ebrei prigionieri eppure non aveva esitato a mettere a rischio la propria vita, forse proprio impietosito da una bambina della famiglia ebrea che gli ricordava sua figlia. Andrea Schivo fu dunque scoperto, arrestato e trattenuto per un breve periodo a San Vittore, qualche giorno dopo fu deportato da Milano nel lager di Bolzano e da qui spostato nel campo di concentramento di Flossembürg.

L'arresto di Schivo, e il tragico epilogo della sua esistenza, furono riportati alla luce con la pubblicazione di un documento d'archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, pubblicato nel gennaio 2005. Il documento era la testimonianza di diciannove agenti di custodia, colleghi di Schivo, che descrivevano le circostanze del suo arresto da parte della Polizia SS. Ecco la drammatica testimonianza “… cosicchè l'agente Schivo dopo una breve permanenza in queste carceri non più come guardia ma come detenuto venne deportato in Germania dove ora abbiamo appreso per mezzo di un compagno dello stesso campo che l'agente Schivo Andrea è morto a seguito di maltrattamenti percosse e sevizie da parte della SS tedesca di sorveglianza, lasciando la famiglia addolorata e piena di miseria”. Andrea Schivo morirà, di stenti e maltrattamenti, il 9 gennaio 1945. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, l'Armata Rossa entrava nel campo di sterminio di Auschwitz.

L'episodio è ricordato dalle tre figlie di Carla Cardosi che, leggendo il documento, compresero immediatamente che quell'uomo di cui si parlava era l'uomo che aveva aiutato la loro mam­ma:“Andrea Schivo, di cui ancora non conoscevamo la drammatica sorte, era la guardia carceraria che ci fece avere le prime notizie della mamma dopo l'arresto. In quei giorni disperati a lui consegnavamo cibo e indumenti per la mamma e ricevevamo biglietti che ella nascostamente ci inviava durante la prigionia a San Vittore”. La signora Clara Cardosi, grazie all'aiuto di Schivo, riuscì a mantenere per un po' i rapporti con le figlie raccomandando loro di non esporre a troppi rischi il loro benefattore. Questo fino alla sua deportazione ad Auschwitz, dove fu subito avviata ai forni crematori.

La storia di Andrea Schivo negli archivi della CDEC

Luciana Laudi, collaboratrice della Fondazione CDEC, ricostruisce i fatti che hanno consentito all'Istituto per la Rimembranza dei Martiri e degli Eroi dell'Olocausto “Yad Vashem” di attribuire ad Andrea Schivo il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”. Eccone una sintesi.

Nell'archivio della Fondazione fu rinvenuto un foglio, datato 15 giugno 1945 (trovato tra le carte della Comunità israelitica versate nell'archivio nel 1996) che riportava la testimonianza sottoscritta da 19 agenti di custodia del carcere di San Vittore, che racconta con pochi cenni l'operato e il sacrificio di Andrea Schivo. La CDEC ebbe poi conferma della presenza di Andrea a Flossembürg dalla ANED (Associazione nazionale ex deportati). La notizia del ritrovamento della testimonianza degli agenti di custodia fu data dunque nel 1998 sul bollettino della CDEC e su Ha Keillah con la speranza che qualche lettore potesse ricordare qualcosa di quell'agente del carcere di San Vittore. Il 27 gennaio 2003, in occasione della Giornata della memoria e dell'inauguraione di una mostra sulla Shoà a Palazzo Reale di Milano, la CDEC aveva allestito una sezione dedicata ai “Salvatori non ebrei”. Tra questi non compariva il nome di Schivo, la cui storia non era stata ancora documentata. La mostra fu visitata da una nipote di Schivo che, conoscendo la storia dello zio, si meravigliò di non trovare citato il suo nome e si rivolse agli organizzatori per raccontare la sua testimonianza. La donna ricordava di quest'uomo che era padre di famiglia, che adorava i bambini, ricordava di racconti familiari che parlavano di una moglie che cucinava il pollo. Il caso Schivo, quindi, ritornò alla CDEC che si attivò per trovare testimonianza da parte ebrea per tributare il giusto riconoscimento allo sconosciuto agente di custodia. La storia della nipote di Schivo fu raccontata dal settimanale Panorama e fu letta dalle sorelle Cardosi che riconobbero subito in quella descrizione l'agente di San Vittore che aveva fatto da tramite tra loro tre bambine e la mamma Clara detenuta a San Vittore. Fu così possibile per la Fondazione CDEC avviare la pratica perché lo Stato d'Israele, mediante Yad Vashem, riconoscesse Andrea Schivo “Giusto tra le Nazioni”. La decisione del riconoscimento è giunta il 13 dicembre 2006.

La consegna dell'onorificenza si è svolta il 27 marzo 2007 nel carcere milanese di San Vittore, alla presenza del Consigliere d'Ambasciata d'Israele a Roma, dott. Rami Hatan, dei familiari dei salvati e dei salvatori. La medaglia dell'onorificenza per Andrea Schivo è stata consegnata alla nipote Carla Arrigoni.

Che cos'è lo Yad Vashem

Lo Stato d'Israele, in base a una legge emanata dalla Knesset (Parlamento Israeliano) nel 1953 ha istituito lo Yad Vashem, “Istituto per la Rimembranza dei Martiri e degli Eroi delll'Olocausto”. L'istituto si ispira a tre principi fondamentali ed assegna la Medaglia di “Giusto tra le Nazioni“ a coloro che:

- hanno salvato la vita ad ebrei durante la seconda guerra mondiale

- lo hanno fatto mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari

- non hanno mai percepito alcun compenso.

L'onorificenza di “Giusto tra le Nazioni“ è la più alta fra quelle civili che lo Stato d'Israele assegna ai suoi eroi.

In Italia si contano più di 400 Giusti, riconosciuti e premiati solo negli ultimi dieci anni, perché, come ha ricordato Sara Ghilad dell'Ambasciata d'Israele a Roma durante la cerimonia che si è svolta a San Vittore “per pudore o per altri motivi personali quali il voler rimuovere intenzionalmente dai loro ricordi gli orrori subiti e ai quali avevano assistito, i loro racconti sono stati portati a conoscenza del mondo solo ultimamente (…) La tradizione ebraica afferma ‘chi salva un essere umano è come se avesse salvato il mondo intero – Sia benedetta la memoria dei sei milioni di ebrei trucidati dai nazisti, insieme ad altri poveri innocenti e ai nostri Giusti che pagarono con la vita l'aiuto che avevano dato coraggiosamente ad altri perseguitati. YEHI ZICHRAM BARUCH – Sia benedetta la loro memoria: il loro nome sarà inciso per sempre nella stele dei Giusti italiani a Gerusalemme”

Il 27 gennaio, data il cui l'Armata Rossa giunse ad Auschwitz, è la giornata dedicata alla memoria.

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