Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 
Condividi

La bandiera è legata alla storia dell’Italia e oggi, più che mai, è il simbolo di un popolo e dei suoi valori
    
    
“La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di uguali dimensioni”.
Così recita l’articolo 12 della Costituzione, tutelando e descrivendo i tratti salienti del vessillo repubblicano. Da quando, il 4 novembre 2001, in occasione del 140° anniversario dell’Unità nazionale, il presidente Ciampi aveva pronunciato parole d’amore per lei e incitato gli italiani a fare lo stesso, quella bandiera tricolore silenziosamente ammainata in molti cuori è tornata alla ribalta con una forza quantomai insolita. «Adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni casa – aveva detto Ciampi – ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del Risorgimento. Il Tricolore non è una semplice insegna di Stato, ma il simbolo della libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito nei principi di fratellanza, eguaglianza e giustizia». Proprio “libertà” ed “eguaglianza” furono le due parole magiche in cui venne cullato, oltre 200 anni fa, il primo esempio di tricolore italiano. Agitato dal fermento della rivoluzione giacobina e dalle aspettative della potenza napoleonica, si andava ingrandendo il sogno di una bandiera sotto la quale si potesse riconoscere tutto il popolo italiano. Fu così che il 7 gennaio del 1797, a Reggio Emilia, venne adottato per la prima volta il vessillo tricolore. La Repubblica Cispadana fu la sua prima madre, fino al 7 luglio e all’annessione alla Repubblica Cisalpina culminata nel 1802 con il cambio del nome in Repubblica Italiana. Se la Cispadana ne fu la madre, un uomo ricoprì il ruolo di padre: Giuseppe Compagnoni, letterato e patriota, vissuto tra il 1754 e il 1833. Fu lui stesso a formulare la dicitura con cui l’assemblea della Repubblica Cispadana decretò l’adozione del vessillo: «Che si renda universale lo Stendardo, o Bandiera cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso, e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda cispadana, la quale debba portarsi da tutti».
Una decisione seguita da scrosci di applausi rumorosi quanto quelli che avrebbero accompagnato, un secolo e mezzo più tardi, l’approvazione dell’articolo 12 da parte dell’Assemblea Costituente. Dai suoi albori, in molti si sono soffermati sul significato dei tre colori che campeggiano sullo stendardo. Nei libri scolastici si è parlato di speranza (verde), fede (bianco) e amore (rosso). Ci si è chiesti perché la minima differenza dalla bandiera francese, con il cambio dal colore blu al colore verde. Per alcuni il verde sarebbe stato un omaggio alla Corsica, terra natia e tanto amata da Napoleone; per altri, invece, quel colore avrebbe trovato il suo significato nella ritualità massonica, indicando la natura e i diritti naturali, quindi proprio quelle parole “uguaglianza” e “libertà” che sembra campeggiassero sulla prima bandiera cispadana che garrì al vento il 12 febbraio 1797 a Modena. Tuttavia con la morte delle aspettative accarezzate nel primo periodo napoleonico e con il ritorno alle vecchie corone e all’ordine stabilito dal Congresso di Vienna, il vessillo venne simbolicamente ammainato, sempre pronto, però, a ripresentarsi prepotentemente proprio quando concetti come libertà ed indipendenza venivano portati nuovamente alla ribalta. I moti ottocenteschi, dal ’31 fino alla compiuta indipendenza, furono il terreno di crescita della bandiera tricolore e insieme il lasciapassare che le permise di conquistarsi definitivamente il consenso e l’amore degli italiani. In quei momenti di dolore e frustrazione, di aspettative disilluse e promesse infrante, guardare alla bandiera era guardare all’ideale più alto e insieme irraggiungibile. Fu allora, come in tutti i momenti concitati, che la storia venne superata dai racconti dei sacrifici dei patrioti, così come quello di Carlo Pisacane che, dopo aver visto fallito il suo tentativo di sollevazione del Regno borbonico, si sarebbe suicidato abbracciato alla bandiera. Un evento di poco successivo ad un altro momento indimenticabile per il nostro stendardo: il 1848.
Il 4 marzo, con la concessione dello Statuto Albertino, Carlo Alberto annuncia che il tricolore verde, bianco e rosso è la nuova bandiera del Regno. Da allora il vessillo tricolore divenne un soldato aggiunto al fianco dei combattenti per l’indipendenza: poesie e canzoni, che lo vedevano protagonista, proliferarono e vennero aperte testate giornalistiche che portavano il suo nome. Nonostante il suo incredibile successo, la bandiera non aveva ancora un’immagine ben definita; una mancanza, questa, che venne superata con il regio decreto del 25 marzo 1860 in cui vennero fissate norme minuziose che avrebbero regolato i vessilli e che sarebbero rimaste valide fino all’approvazione della Costituzione repubblicana del 1948.
Il tricolore, così nato, accompagnò i tratti salienti della vicina Indipendenza: l’entrata di Garibaldi in una Napoli imbandierata e delirante e la proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta il 18 febbraio 1861 a Torino. Dopo 64 anni, conosciuta la gloria e la clandestinità, la bandiera tricolore era finalmente il simbolo di tutti gli italiani, sebbene ancora con qualche importante eccezione. Il 1 gennaio 1871 anche Roma entrò a far parte del Regno d’Italia e ne divenne Capitale. Il 6 luglio dello stesso anno, con l’ingresso di Vittorio Emanuele II in città, il Quirinale assisté al suo primo alzabandiera tricolore. Conclusa la parentesi indipendentista arrivò il momento di festeggiare i 100 anni della bandiera. Per questa occasione, il 7 gennaio 1897, nell’atrio del palazzo comunale di Reggio Emilia, Giosuè Carducci pronunciò un discorso interamente indirizzato ai giovani, interrompendosi solo un istante per baciarne un lembo. Venti anni più tardi sarebbe stato collocato nello stesso punto un tricolore da non ammainare mai, con l’iscrizione: “Qui, dove nacque, per sempre”. Nel periodo successivo la bandiera, più che simbolo, divenne strumento di un acceso nazionalismo e di un pericoloso sciovinismo, che accompagnò le prime missioni coloniali. Un atteggiamento che sembrò sopito in occasione della prima Guerra Mondiale, considerata da molti come il seguito naturale delle vecchie guerre di indipendenza, in virtù delle rivendicazioni irredentiste di Trento e Trieste. Fu allora che Achille Beltrame, celebre disegnatore della “Domenica del Corriere” rappresentò re Vittorio Emanuele II che agitava sul balcone del Quirinale la bandiera tricolore al grido di “Viva l’Italia”. Era quello il periodo dell’eroismo e dell’esaltazione delle capacità umane, del volo su Vienna e del dannunziano “memento audere semper”; fu il periodo del tricolore in ogni strada e in ogni piazza. Una condizione totalmente diversa rispetto a quella che, a breve, l’Italia avrebbe vissuto. Sotto il ventennio fascista il tricolore venne strumentalizzato e tradotto in una improbabile politica di potenza fino all’ultimo atto della tragedia nazionale compiutosi nell’aprile 1945 quando, nel territorio italiano, si fronteggiavano due opposte bandiere: quella del governo Badoglio e quella della Repubblica Sociale di Salò. Quel tricolore che, per tanto tempo, aveva unito gli italiani sembrava oggi dividerli sulla loro stessa terra.
Di lì a poco, però, le cose sarebbero tornate al loro posto e il 22 dicembre 1947, data dell’approvazione della Carta Costituzionale, a Montecitorio venne intonato con commozione l’Inno di Mameli e il Tricolore, splendente nella sua veste repubblicana, riconquistò tutto il suo valore. Proprio in quell’anno, in occasione del suo 150° anniversario celebrato ancora una volta a Reggio Emilia, Luigi Salvatorelli avrebbe detto: «Il tricolore non è abbassato, non sarà abbassato. Esso è stato ribenedetto, riconsacrato dall’insurrezione dei patrioti, dal sangue dei partigiani e dei soldati d’Italia combattenti contro il nazifascismo nella nuova lotta di liberazione». Dalla bandiera tricolore spariva lo stemma sabaudo, da allora divenuto simbolo di una connivenza imperdonabile con il regime di Mussolini. Il resto è storia dei giorni nostri e di quel richiamo fatto dal presidente Ciampi, solo due anni fa, ad un ritrovato amore verso la bandiera. Un amore per quel vessillo che in più di duecento anni di vita è stato dispiegato nel Circolo Polare Artico nel 1899, è stato issato sulla cima del K2 nella storica ascensione del 31 luglio 1954, ha accompagnato le nostre missioni militari e di peacekeeping in Libano, Somalia, Balcani, Afghanistan e Golfo Persico; colora orgogliosamente New York nel Columbus Day, il giorno che ricorda la scoperta dell’America, e riempie d’orgoglio gli sportivi italiani di tutto il mondo.
Dalla pizza “Margherita” alla scia delle Frecce tricolori, la bandiera italiana non è solo un simbolo sportivo o un feticcio da ritirare fuori per qualche occasione speciale; la sua storia ci dimostra che il Tricolore è ben altro: il simbolo ideale e la cifra unificante di un popolo, e insieme una bandiera che si adagia sulle spalle di chi la porta come una rassicurante coperta di giustizia e libertà.
    

Joomla templates by a4joomla