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Dedichiamo l’ultima puntata della rubrica 150 nata per ricordare l’Anniversario dell’Unità d’Italia a Giuseppe Gentile,ex-Agente di Custodia che il 1° novembre ha compiuto 100 anni
di Roberto Nicastro

Giuseppe Gentile ha compiuto cento anni il 1° novembre scorso. Un secolo di storia e di ricordi, molti dei quali portano là, alla divisa, ai colleghi, al carcere dove ha lavorato per 33 anni e che ha lasciato segni indelebili nella sua memoria. Come lui, ex-Agente di Custodia che ha chiuso la carriera come Appuntato, anche il genero e poi i nipoti hanno indossato la divisa del Corpo di Polizia Penitenziaria. Una scelta di vita, ma anche un modo per rinnovare un senso di appartenenza vissuto con orgoglio e dedizione.
Ci racconti il suo passato da agente, quanti anni ha lavorato, in quali istituti ha prestato servizio…
“Mi sono arruolato il 1° novembre del 1934 all’età di 23 anni congedandomi il 32 novembre  del 1966.  Sì, il 2 e non l’1, perché era il giorno del mio compleanno ed anche l’ultimo giorno di servizio, così ho marcato visita per il festeggiamento, ma ho dovuto recuperarlo il giorno dopo. Ricordo che il primo stipendio era di 260 lire. La mia prima sede è stata l’isola di S. Stefano, dove sono rimasto per 2 anni e 3 mesi, successivamente sono stato trasferito presso la C.C. di Milano S. Vittore e lì ho prestato servizio per 2 anni e 5 mesi e per ultimo, presso la C. C. di Patti (ME) fino al giorno del congedo, con il grado di Appuntato”.
Con quale sentimento e stato d’animo ricorda gli anni passati in servizio come Agente di Custodia?
“Con malinconia, sono fiero di essere stato un appartenente agli Agenti di Custodia. Mi sono emozionato il giorno del mio 100° compleanno, quando sono arrivati a casa mia sia i pensionati del Corpo che una rappresentanza degli istituti di Palermo –(Pagliarelli e Termini Imerese) tra i quali c’erano anche i miei due nipoti, per non dimenticare il sindaco di Termini Imprese, Salvatore Burrafato figlio del Brigadiere degli Agenti di Custodia, Antonino Burrafato, ucciso dalla mafia. Insomma non si può dire che non ci fosse aria di carcere. Aspetto sempre l’inizio dell’anno per sfogliare il calendario del Corpo, ma nel frattempo ho fatto esporre le tre targhe che mi sono state consegnate dall’Anppe, dal Personale e Direttore della C. C. Pagliarelli e dal Sindaco”.
Quali sono stati gli eventi più curiosi e interessanti che le sono capitati? Ce li può raccontare?
“Durante il servizio che ho svolto a S. Vittore, ricordo un detenuto che la mattina seguente avrebbe dovuto essere giustiziato, e che passò tutta la nottata a scrivere lettere. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a Patti, durante i bombardamenti, fummo costretti ad abbandonare con tutti i prigionieri l’Istituto. Scappammo per le campagne e da lì si diedero alla fuga quasi tutti, ma li catturammo dopo qualche giorno.
Un giorno negli anni ‘50, mentre ero di servizio presso il carcere di Patti, addetto alla  Portineria, vidi passare un tizio che conoscevo e sapevo che era latitante, lo chiamai con una scusa, lui si avvicinò al portone e lo bloccai chiudendolo dentro, chiamando il Brigadiere. Per questo avvenimento mi venne conferita la Medaglia d’Argento”.
E invece ci sono stati dei casi in cui ha avuto paura per la sua vita?
“Un detenuto a Patti mi minacciò di morte, ma il caso volle che l’incontrassi per strada a Messina, mi vide, si avvicinò per salutarmi e portarmi al bar, ma io rifiutai”.
Qual è stato il penitenziario più duro e più difficile dove ha lavorato?
“È stato presso l’isola di S. Stefano, dove i reclusi erano tutti ergastolani e pertanto non avevano nulla da perdere, non c’erano i benefici di adesso, il carcere era carcere fino alla fine dei giorni”.
Come è cambiato il carcere nei tanti anni in cui ha prestato servizio, e anche il rapporto con i detenuti?
“Durante gli anni di servizio il carcere è stato sempre duro sia per i detenuti che per noi agenti, il freddo d’inverno non era certo differente, i detenuti erano vestiti con i loro abiti ed alcuni con la divisa da detenuti. Un insegnamento che ho dato a mio nipote (che adesso fa il giornalista) è stato: prima di aprire un cancello ricordati che l’altro deve essere chiuso”.
Anche la sua famiglia ha seguito la tradizione inaugurata da lei. Molti di voi hanno fatto e hanno parte della Polizia Penitenziaria?
“Sì, mia figlia conobbe durante le vacanze estive che stava trascorrendo a Termini Imerese un ragazzo che faceva l’Agente di Custodia. Mio futuro genero, che prestò servizio per trent’anni, congedandosi presso l’OPG di Barcellona con il grado di Sovrintendente della Polizia Penitenziaria, fu impegnato per oltre la metà del suo servizio come matricolista presso l’ormai chiusa Casa Circondariale di Patti. Dal loro matrimonio, sono nati i primi due degli otto nipoti che ho avuto, anch’essi arruolati negli Agenti di Custodia ed ora Assistenti Capo della Polizia Penitenziaria, in servizio presso la C.C. Pagliarelli di Palermo. Uno di loro è addetto al Nucleo Investigativo, mi pare evidente che avrà preso dal nonno per l’eventuale cattura dei monelli”.
Ci sono invece dei valori propri del vostro Corpo che sono sopravvissuti al tempo e sono uguali per lei e per i suoi nipoti?
“Io e mio genero (che ormai non c’è più), abbiamo lavorato anche con la febbre, perché il Corpo ti entra dentro. Quando indossi la divisa ti trasformi in un supereroe per i tuoi figli e per la gente che ti guarda andare a lavorare, certo non a contatto con veri e propri angeli, ma, farti rispettare anche dai detenuti sapendo dire no con decisione e fermezza ti gratifica in un lavoro che sin dall’inizio ti logora. Ricordo una frase che mio nipote ha scritto per il funerale del padre-collega: “Papà, non leggo io questo messaggio che ti ho scritto, perché piangerei alla seconda parola, pianto che non è permesso a chi come noi indossa una divisa”. Quando mi raccontano di colleghi che si lamentano di qualche turno un po’ stressante, che dire? Ci sono ormai tanti diritti che non esistevano prima, e per di più si ha un lavoro sicuro per mandare avanti una famiglia e non per ultimo ricordatevi tutti che siete dei Poliziotti di un Corpo che deve essere spedito in alto, più in alto delle altre Forze di Polizia, W la Polizia Penitenziaria”.

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Intervista a Francesco Faraldo,il judoka delle Fiamme Azzurre pronto ad accedere alle Olimpiadi di Londra 2012
di Raul Leoni

A 15 anni è partito da Trentola Ducenta per inseguire un sogno. Il viaggio di Francesco Faraldo – da circa un decennio judoka delle Fiamme Azzurre – è quasi giunto a destinazione: quella qualificazione olimpica per Londra 2012, nella categoria fino a 66kg, che costituisce il traguardo di ogni atleta. E forse qualcosa di più. È per questo che chiediamo al campione casertano di raccontarsi.
Come ha avuto inizio il feeling con il judo?
“Non è stato amore a prima vista: avevo 7 anni e un mio amico d’infanzia mi raccontava di quello che combinavano in palestra, ma io ero affascinato dal karate. Purtroppo non erano previsti corsi di questo sport e allora ho ripiegato sul taekwondo, che mi attirava di più, conseguendo la cintura gialla. Solo nel ’94 il mio primo maestro mi propose di provare con il judo: e quattro mesi dopo vinsi a Ostia il mio primo titolo italiano, nella categoria esordienti. Da lì è iniziato tutto”.
Cosa rappresenta per te questa arte maziale?
“Intanto una scelta di vita: a 15 anni, dopo aver vinto i Campionati cadetti, lasciai la famiglia e partii per il Centro Olimpico di Ostia, per vivere nell’accademia del judo. È stata un’esperienza dura e formativa per un ragazzino com’ero allora: mi si stringe ancora il cuore al pensiero del treno che mi allontanava da casa, dove ritornavo solo il sabato e la domenica. E i sacrifici dei miei genitori, il fatto di aver visto crescere tra un viaggio e l’altro il mio fratellino Davide, al quale sono molto legato. Ma al tempo stesso è stata una scuola importante, direi decisiva, per formarmi come uomo: il mio amico d’infanzia, al quale accennavo in precedenza, ha poi preso una brutta strada e ora è in carcere. Sa che io sono dall’altra parte delle sbarre e talvolta mi scrive delle lettere: una sensazione toccante, ma così è la vita”.
Quali sono i valori fondanti del judo?
“Soprattutto il rispetto e la lealtà nei confronti degli avversari, come penso in tutti gli sport di combattimento e di contatto. E poi il più grande insegnamento, l’autodisciplina: senza questo sport non sarei l’uomo che sono oggi. Ricordo un giorno, da ragazzo, una domenica nella quale ero tornato a casa ed in piazza mi provocarono duramente e senza motivo: avrei potuto facilmente avere la meglio, grazie alla mia preparazione fisica e tecnica, ma mi son detto che non ne valeva la pena e ho evitato lo scontro. Oltre alla formazione del corpo, utilissima per i bambini in crescita, nel judo c’è una componente educativa e mentale, quasi filosofica, molto profonda”.
E invece quali sono i punti di contatto tra il judo e la Polizia Penitenziaria?
“Intanto devo dire che noi atleti, pur non svolgendo i servizi istituzionali, abbiamo una grandissima ammirazione nei confronti dei colleghi che lavorano negli Istituti e svolgono il loro impegno con enorme abnegazione, in condizioni spesso difficili. Intendiamoci, anche la nostra attività è strapiena di sacrifici che difficilmente i profani possono immaginare, ma li  affrontiamo volentieri: per noi stessi e per l’immagine del Corpo al quale apparteniamo. In uno sport come il judo, nel quale c’è l’esigenza tecnica di “tirare il peso” – così si dice in gergo per riferirsi alla categoria – devi avere fortissime motivazioni per superare le continue rinunce, le privazioni, le sofferenze. Che poi sono la fame e la sete, per chiamarle col loro nome. Abbiamo bisogno di sentire la vicinanza e l’appoggio di coloro nel cui nome combattiamo: e devo dire che molto spesso abbiamo dimostrazioni d’affetto che ci aprono il cuore”.
Cosa hanno rappresentato per te le Fiamme Azzurre?
“Quando penso alle cose cui ho dovuto rinunciare da ragazzo per dedicarmi allo sport il rammarico si attenua immediatamente per la consapevolezza dell’opportunità professionale che ho avuto entrando nel Gruppo Sportivo. Sarò chiaro: con il judo non si mangia, occorre un supporto come questo per arrivare al massimo livello agonistico. Io vivo in questo ambiente da quasi un decennio, prima come agente ausiliario di leva e poi con il reclutamento da effettivo: siamo cresciuti tantissimo, siamo sempre più rispettati. Il “metodo” Fiamme Azzurre, che ci ha distinto in questi anni dagli altri gruppi sportivi, è stato vincente e ci ha dato credibilità: è un grande lavoro che deve avere un futuro, un percorso che mi auguro possa continuare nella stessa linea adottata finora”.
Un percorso che per te significa anche Londra 2012?
“Nessun atleta, per quanto abbia avuto risultati prestigiosi, può dirsi completo senza l’esperienza olimpica. È un onore che nobilita un’intera carriera. Io ora sono vicino all’approdo e ringrazio tanto la Polizia Penitenziaria quanto la mia famiglia e, perché no, la mia ragazza Daniela che mi ha dato la necessaria serenità umana scortando i miei sacrifici quotidiani. Ma proprio per questo, e per la continuità di risultati raccolti nelle ultime stagioni, il mio target sento che sta cambiando. Prima puntavo semplicemente alla qualificazione olimpica, ora penso al podio e mi chiedo: “Perché non provarci?”. È chiaro che dovrò sostenere sacrifici ancora maggiori, ma sono pronto ad affrontarli. D’altronde non mi sono mai arreso nella vita e mai lo farò, tanto meno sul tatami”.

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A Rebibbia Nuovo Complesso detenuti-centralinisti lavorano per ottimizzare le prenotazioni al CUP dell’Ospedale Bambin Gesù “A gestire il sistema di prenotazioni  di un ospedale grande quanto il nostro non è facile. Le prenotazioni sono circa 1 milione e 100mila all’anno, mentre i contatti telefonici sono circa 350mila”. Nelle parole del presidente dell’Ospedale romano del Bambin Gesù, Giuseppe Profiti,  ci sono i numeri di una realtà sanitaria tanto importante quanto difficile da gestire, con tempi di attesa molto lunghi per chi deve prenotare una visita per il proprio bambino. Diventa quindi ancora più importante l’iniziativa che ha preso il via nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso  con l’accordo tra l’Ospedale, la Casa circondariale e il consorzio SOL.CO per l’inserimento dei detenuti. «Una iniziativa la cui importanza va oltre i numeri – ha aggiunto Profiti –  perché così abbiamo trovato un approccio terapeutico, accostando due sofferenze diverse». Grazie a questa iniziativa, infatti, nove detenuti, debitamente formati, sono entrati a fare parte  dell’organico degli operatori del CUP (Centro Unico di Prenotazione del Bambin Gesù) con l’obiettivo di ottimizzare le prestazioni del Centro Prenotazione, per garantire un servizio sempre migliore ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, offrendo nel contempo ai detenuti un’occasione di reinserimento sociale.
L’esperienza “di primissimo piano per Rebibbia”, come l’ha definita il direttore Carmelo Cantone, partita il 1° ottobre, permette infatti all’Ospedale di implementare uno dei canali di accesso, quello telefonico, che si affianca alle prenotazioni on line attraverso il portale della struttura sanitaria, fondamentale per un corretto funzionamento della struttura e per un ulteriore miglioramento in termini di qualità dei servizi erogati.
I corsi di formazione, tenuti da personale esperto del Bambin Gesù, hanno coinvolto in totale 11 detenuti (due dei quali con la funzione di supervisori) per tre settimane (dal 16 agosto al 5 settembre 2011). Nove detenuti (ma il numero è destinato ad aumentare), tutti con condanna definitiva medio-lunga, lavorano dal lunedì al venerdì con turni di 5 ore e 30 minuti ciascuno, e il sabato mattina fino alle 13. Con il loro prezioso lavoro i detenuti-centralinisti riescono a coprire già il 20% dell’intero volume di prenotazioni telefoniche, riducendo così con il loro lavoro i tempi di attesa. Il carcere romano non è nuovo a questo tipo di accordi con enti esterni per impiegare detenuti nel mondo del lavoro, sono ancora in corso per esempio i servizi lavorativi forniti dai detenuti per conto di Telecom e Autostrade per l’Italia.
Ma questa nuova iniziativa può dare qualcosa in più come ha spiegato il direttore di Rebibbia: “Questo nuovo committente esprime un tipo di bisogno diverso e cioè quello di aiutare le famiglie che chiamano da casa per prenotare le visite. Noi siamo convinti – ha aggiunto Cantone – che il lavoratore detenuto può mettere in campo una sensibilità particolare svolgendo un lavoro concretamente utile all’esterno, competitivo e soddisfacente. I nove detenuti coinvolti oggi sono il primo anello di una importante filiera lavorativa che ci auguriamo possa crescere con altre unità prossimamente. Questo è solo il primo step, al momento il più urgente, di una collaborazione con l’Ospedale Bambin Gesù che comprenderà altre attività in outsourcing che speriamo di avviare al più presto”.
“Il carcere dimostra con queste iniziative di essere sempre più aperto alla società – ha sottolineato il Capo del Dap, Franco Ionta – ancora una volta infatti, con i fatti e non con le parole, ha dato una chance ai detenuti  per il loro reinserimento nel mondo del lavoro, che è il nostro obiettivo primario, offrendo in più, come in questo caso, un importante servizio ai cittadini. L’esperienza Rebibbia-Bambin Gesù -  ha aggiunto Ionta - è un modello, un percorso virtuoso che dimostra come la pena non debba mai essere fine a se stessa”.
“Il lavoro, come si sa,  ha un risvolto terapeutico – ha detto il sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati – e in questo caso è anche un contributo importante alla soluzione dell’annoso problema delle liste d’attesa. L’iniziativa è preziosa proprio perché riflette una utilità di carattere sociale che si proietta in più direzioni”.

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La scuola di Fumnelab apre le porte del carcere. Le insegnanti sono le stesse detenute che trasmettono competenze per la creazione di manufatti artigianali
di Silvia Baldassarre

Unica iniziativa nel suo genere in Italia, Fumnelab apre le porte del carcere alle donne libere e lo fa per insegnare loro qualcosa. Il progetto, nato all’interno dell’associazione culturale La casa di Pinocchio, è una vera e propria “palestra creativa” nata nella sezione femminile della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Fumne, nel dialetto piemontese, significa donna e proprio alla femminilità e alle creazioni per le donne è legata l’iniziativa.
“La casa di Pinocchio – si legge nella presentazione – lavora con i materiali che normalmente vengono buttati o dimenticati. Ogni tipo di materiale è considerato, esaminato, maneggiato e lavorato come se fosse il più raro e prezioso. Viene dimenticato il suo impiego originario e, nel riuso, quel pezzo di stoffa d’arredamento, quel vecchio cuscino ricamato, quella cerniera trovata in un fondo di magazzino, acquistano una dignità che non sapevano di avere. Così, in un gioco di idee, che a volte sono suggerite dai materiali a disposizione, altre dalla ricerca e realizzazione di un oggetto con certe caratteristiche, nasce una borsa, uno scialle, un bracciale”. Fumnelab è un laboratorio che, partendo dall’impegno quotidiano delle donne, crea numerosi manufatti originali e creativi. Da qui è nata l’idea di creare una scuola in cui le insegnanti sono le stesse detenute che insegnano alle donne libere a creare con le proprie mani monili, borse, scialli e quanto di più creativo e allo stesso tempo utile può scaturire dall’immaginazione e dal riutilizzo di materie prime destinate al macero. Fumnelab è l’incontro di due mondi tanto distanti, entrambi declinati al femminile, in cui il gioco dei ruoli inverte quello del destino. Le detenute, all’interno dei laboratori, si sono rivelate donne sensibili, in grado di trasmettere capacità e competenze, per questo sono state scelte per insegnare a creare e “sprigionare” le abilità manuali.
“Ci siamo resi conto, nel lungo periodo di attività all’interno del carcere – spiega Monica Gallo, designer e responsabile de La casa di Pinocchio – che le donne detenute, al di là di possedere delle qualità manuali molto elevate, hanno anche una buona capacità ad acquisire nuove tecniche”. Infatti, alle abilità pregresse di alcune, hanno fatto seguito diversi corsi e laboratori per dare ad altre donne la possibilità di imparare ad esternare le proprie capacità creative attraverso la lavorazione del feltro e di un particolare telaio artigianale creato dalle designer con chiodi e polistirolo.
“Nel laboratorio – spiegano le detenute - creiamo e produciamo accessori femminili che appaiono ai più molto originali ed insoliti, cercando di ottenere, da parte del pubblico, un giudizio positivo e di renderli il più possibile fruibili da parte di terzi”. Il valore aggiunto di Fumnelab è l’innovazione che si esterna nella capacità di creare oggetti sempre originali e fuori dagli schemi; attitudine, questa, che risiede nell’innato rifiuto delle regole che queste donne hanno, terreno fertile sul quale far perno per veicolare artisticamente tale caratteristica che si traduce in una libertà creativa di espressione e attuazione.
Il calendario degli eventi è ricco di appuntamenti e di tematiche. Dal settembre scorso gli incontri si svolgono l’ultimo sabato di ogni mese e sono programmati fino a giugno del 2012. A novembre, vista la numerosa richiesta, sono stati organizzati incontri per tre sabati consecutivi. Aderire è molto semplice: si possono scaricare dal sito internet dell’associazione (www.lacasadipinocchio.net) le schede per ogni corso, con relative immagini e costi, oppure inviando una mail con i dati e il corso scelto.
Il corso dura un’intera giornata, scandita tra produzione e momenti di pausa: un pranzo preparato dai detenuti della sezione maschile e un the con i biscotti a metà pomeriggio. Lo svolgimento avviene all’interno dei locali della vecchia cucina che La casa di Pinocchio ha provveduto ad ammodernare e rendere fruibili per il progetto sin dal su nascere. In questo luogo, pensato per essere un luogo senza “barriere” per la creatività, le donne libere imparano a creare i manufatti guidate e assistite dalle detenute abili nelle loro competenze. A fine corso ognuna porta con sé le proprie creazioni e ha la possibilità di acquistare un piccolo kit per riprodurre, anche nel privato, i manufatti di cui ha appreso le tecniche di realizzazione.
È la forza del gruppo che ha creato la fortuna di Fumnelab, iniziativa che tira fuori dalla cella le singole personalità per creare insieme progetti condivisi. La finalità è quella di costruire un ponte fra le donne detenute e le donne che vivono una condizione di libertà, “creando un processo di scambio all’interno delle mura carcerarie, ribaltando il paradigma del trasferimento monodirezionale tra l’esterno verso l’interno del carcere”.
“Esiste una vera e propria necessità di capire – spiega ancora Monica Gallo – quello che succede e come si può interagire con il mondo del carcere per migliorare una situazione che è di per sé migliorabile. Questo vale per tutte le classi sociali e le professioni che compongono il nutrito gruppo di donne che ha già seguito il corso”. A questo si lega una volontà di tornare a svolgere attività manuali che non si ha più l’abitudine a fare e a pensare che attraverso l’insegnamento e la trasmissione di competenze le donne detenute possono riconciliarsi con la società civile cominciando proprio dal forte desiderio di scambio che, attraverso il laboratorio, si innesca tra chi apprende e chi insegna.

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Tra le vittime dell’alluvione di Genova c’è anche Angela Chiaramonte,
moglie dell’Assistente Capo Bernardo Sanfilippo, in servizio presso il carcere di Marassi
di Silvia Baldassarre
Tra gli “angeli del fango” che sono accorsi per le strade di Genova dopo l’alluvione – lo scorso 4 novembre – ci sono anche gli agenti della Polizia Penitenziaria che prestano servizio presso il carcere di Marassi.
Sono stati momenti drammatici per la città e per l’Italia intera che hanno toccato da vicino il Corpo di Polizia Penitenziaria di Genova perché tra le vittime c’è anche Angela Chiaramonte, la moglie dell’Assistente Capo Bernardo Sanfilippo.
L’istituto sorge nell’omonimo quartiere che è stato uno dei più colpiti dall’alluvione, che però non ha interessato la struttura penitenziaria che si trova lungo il corso del Bisagno, più a monte rispetto a dove c’è stata l’esondazione del Feregiano.
La cronaca dell’evento ce l’ha raccontata il Comandate della Polizia Penitenziaria di Genova – Marassi, Massimo Di Bisceglie. “La problematica principale che ha causato il disastro è questo torrente, il rio Fereggiano, affluente del Bisagno. Questo corso d’acqua, in gran parte coperto, ha trovato il Bisagno pieno ed è esondato in una parte a monte dove è scoperto. Quindi si è creata un’onda di fango che ha sommerso la strada”.
Non è il momento delle polemiche nonostante molti – come purtroppo capita in questi casi – abbiano parlato di una tragedia annunciata. Tutti parlano della necessità di uno “scolmatore”: una bretella che canalizzarebbe circa 450 metri cubi d’acqua altrove. È dagli anni Settanta che si parla di quest’opera, da quando cioè un’altra devastante alluvione colpì la città.
Ma per le famiglie delle vittime è solo un giorno di lutto e di tristezza profonda. E lo è anche per il Corpo di Polizia Penitenziaria che si è stretto accanto ad un collega, ad un amico che in questa tragedia ha perso la moglie ed ha rischiato di perdere anche uno dei figli.
“La morte della signora Angela ci ha colpiti direttamente. Purtroppo è stata una serie di coincidenze – racconta ancora Di Bisceglie – perché queste persone, vedendo l’acqua che continuava ad alzarsi, si sono rifugiate dentro un portone e non hanno avuto il tempo di salire le scale perché sono stati travolti dall’acqua e buttati nello scantinato, dove hanno trovato la morte”.
La voce del Comandante si commuove nel raccontare quei momenti, nel parlare di come la signora Angela abbia avvisato il marito pur trovandosi in un momento di concitazione e di come lui, lasciando il servizio che stava svolgendo, sia corso immediatamente in aiuto della moglie e del figlio minore, Domenico. L’Assistente Capo Sanfilippo è stato uno dei primi soccorritori a raggiungere il luogo della tragedia adoperandosi con spirito di abnegazione per aiutare tutte le persone in difficoltà.
Sua moglie non ce l’ha fatta, ma tra la gente che è riuscita e trarsi in salvo l’agente di Polizia Penitenziaria ha scorto il figlio di 14 anni le cui parole, il giorno del funerale, hanno commosso l’intera Nazione: “Mia madre, il mio eroe. È morta per salvarmi”. Già perché Angela, nel momento estremo, ha fatto l’ultimo disperato tentativo per spingere il figlio verso un uomo che gli tendeva la mando.
Il luogo dell’incidente dista dall’istituto penitenziario circa 400 metri; i colleghi di Bernardo Sanfilippo, venuti a conoscenza dell’accaduto, sono accorsi immediatamente sul posto per dare il proprio aiuto. I Poliziotti Penitenziari, alcuni dei quali in servizio, hanno immediatamente chiesto la possibilità di uscire per dare una mano. Tra uomini in divisa e altri in abiti civili, 34 agenti sono accorsi per dare un aiuto alle persone che erano lì e in particolare al collega che stava cercando la moglie.
Per diverse ore – fino a circa le nove di sera – gli agenti, che sono stati tra i primi a prestare soccorso, hanno offerto il proprio contributo per stabilizzare la situazione. Nel frattempo, all’interno dell’istituto penitenziario di Marassi gli agenti rimasti in servizio, sotto organico, hanno sostenuto il doppio del lavoro con grande spirito di sacrificio e di aiuto verso il prossimo.
“Vorrei esprimere – conclude il Comandante di Bisceglie – il vivo sentimento di orgoglio che mi coinvolge nell’essere il comandante di uomini di valore come quelli di Marassi che, nei momenti più difficili, si dimostrano sempre di grande cuore, professionalità e spirito di abnegazione”.
Un lavoro di squadra, dentro e fuori dal carcere, per gli agenti di Marassi che nel giorno dell’estremo saluto ad Angela Chiaramonte si sono stretti attorno all’amico Bernardo e alla sua “squadra”, come ama definirla lui insieme ai figli Stefano e Domenico, e come amava definirla la stessa Angela.

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La Casa Circondariale di Frosinone ha promosso un progetto per favorire la riabilitazione di detenuti tossicodipendenti
di Patrizia Luisa De Santis, Anna Guglielmi e Filomena Moscato

Da dicembre 2010 a marzo 2011 è stato promosso dall’Area Educativa del Carcere di Frosinone un progetto d’intervento per detenuti tossicodipendenti allo scopo di attivare per loro uno spazio di ascolto più specifico. L’iniziativa ha trovato spazio nell’ambito dell’Istituto e delle risorse economiche previste per l’utenza tossicodipendente.
L’intenzionalità progettuale ha volutamente evitato il coinvolgimento fattivo del Sert del Carcere e dell’Uepe, attori deputati alla rete d’intervento per detenuti con problematiche di dipendenza, a fronte della necessità di non perseguire, in questa fase, un trattamento “specialistico”, bensì di “cura all’ascolto” più declinato sui bisogni emergenti dal contesto; cioè  di “fare trattamento individualizzato” non solo attraverso la relazione educativa tradizionale basata perlopiù sul colloquio individuale, ma anche con l’integrazione di una metodologia di ascolto collettivo basata sul lavoro di gruppo. Tra gli obiettivi dell’idea progetto la promozione  di un’azione di contesto, in ambito intramurario . L’attività si è svolta attraverso incontri di gruppo guidati da operatori-facilitatori della comunicazione e delle dinamiche di gruppo.
Al gruppo di lavoro hanno preso parte, in successione temporale/operativa: un’insegnante del CTP di Frosinone, alternativamente operatori di una Comunità Terapeutica “In Dialogo” di Trivigliano, un medico dell’Area Sanitaria del Carcere, una psicologa ministeriale, costantemente tre degli educatori dell’Istituto Penitenziario.
La scelta degli operatori di promuovere una nuova modalità di osservazione, basata sulla metodologia del lavoro di gruppo, è nata dal bisogno di favorire ai soggetti reclusi un’esperienza nuova per il recupero del senso d’identità riferito, in primo luogo, all’essere persone.  
Sono stati scelti quali partecipanti soggetti che, dai colloqui con gli educatori, hanno lasciato emergere bisogni legati alla narrazione della propria storia ed atteggiamenti di apertura al dialogo sui propri trascorsi, sulle esperienze comunitarie intraprese anche in senso fallimentare o da valutare in prospettiva. Con il tempo è stato possibile inserire persone nuove, con le quali era ipotizzabile giocare la scommessa del gruppo. Il gruppo si è mantenuto stabile con una media di 10 frequentanti, con rare defezioni o rinunce volontarie.
Anzi, esso è andato nella direzione di rafforzare un proprio spazio ed un proprio  tempo, dove il riconoscimento dei numerosi punti in comune e di condivisione, si è arricchito dalla scoperta tra tutti della propria diversità/unicità. Ciascuno sembra aver imparato a vestire abiti diversi da quello di deviante.
Negli incontri di gruppo la creazione di spazi formativi-informativi, facendo perno su un supporto-orientamento alla persona, ha permesso di promuovere occasioni di educazione-prevenzione a carattere medico-sanitario, di informare sull’operatività ed il funzionamento delle Comunità terapeutiche sul nostro territorio. Sembra essere stato superato un certo linguaggio legato alla detenzione.
Dai colloqui individuali con i medesimi partecipanti era emersa più di una volta l’insofferenza verso  i “ soliti discorsi” svolti con i compagni in sezione: il “tornare a farsi” da liberi, il riprendere a far rapine o furti, la frequentazione di cattive compagnie ecc. “Proteggere il detenuto dalla propria dipendenza, dalla possibilità di reiterare il proprio comportamento ‘tossico’ anche in stato detentivo, sia compromettendosi in ‘giri’ e commerci di varia natura con gli altri detenuti, sia con un viraggio sul consumo di psicofarmaci e alcool, costituisce una priorità” (Cfr. “Curare la dipendenza nel tempo della pena”, in Animazione Sociale novembre 2010).
Attraverso giochi di dinamica relazionale condotti dalla psicologa con resoconti scritti ed orali dei detenuti, l’affiorare dei sentimenti degli stessi e della propria emotività, dei propri desideri, paure, aspettative, ha portato ad una rilettura della propria storia. L’asse discorsivo si è posizionato sulla “centralità” della persona, prima ancora che sui temi “droga e dipendenza”. Quando la comunicazione personale è avvenuta attraverso la consegna del “quello che avrei voluto dire e non ho detto”, il singolare stimolo ha aperto agli stessi educatori finestre più ampie su aspetti intimi delle storie dei detenuti, non altrimenti svelatisi  dalle relazioni colloquiali individuali.
Attingendo da testimonianze dirette/indirette di conduttori e partecipanti sull’importanza di una progettualità positiva nella vita di ciascuno, con riferimenti significativi  ad esperienze di tipo comunitario conclusesi con esito  favorevole, la Comunità  è stata definita quale “proposta di stile diverso” che guida in un progetto di cambiamento esistenziale.
“Aprire uno spazio di riflessione su quanto accaduto, in grado di spiegare e interpretare l’agito che ha condotto in carcere, significa mettere a fuoco dinamiche personali, relazionali e condizioni di contesto, per un indispensabile apprendimento per definire un programma futuro” (cfr.idem).
Anche le problematiche sanitarie correlate all’uso di sostanze illecite sono state trattate dal sanitario partendo dalle testimonianze fornite dai partecipanti circa il tipo di sostanze assunte e gli effetti da queste prodotte.
Così pure la discussione sul tema dell’uso di farmaci nell’ambito della detenzione, è stata affrontata con esplicito richiamo alle esperienze dei detenuti. In questo modo sembra essersi affermata la loro consapevolezza del procacciarsi un effetto sostitutivo all’assunzione pregressa di droghe, attraverso la richiesta nel “qui e ora” di dosi di psicofarmaci.
Il sanitario si è inserito nella trattazione di argomenti a carattere più prettamente “medico”, quali le “malattie  infettive da contagio”, qualora nel corso degli incontri sono stati suscitati per interesse e curiosità dai partecipanti.
“Nel tentativo di riveicocalare un’attenzione positiva per il proprio corpo e per la propria salute, lo stato di detenzione dovrebbe poter costituire un’occasione, anche grazie alla presenza del sistema sanitario nazionale” (cfr.Idem).
Descriversi rispetto all’uso di sostanze psicotrope illegali, avvalendosi del ricorso a schematizzazioni o a categorie predefinite prettamente mediche, sembra non essere stato il modello adottato nella pratica discorsiva del gruppo. Il consumo delle sostanze, quale elemento centrale nella biografia della persona, è parso quasi che potesse precludere la possibilità di delineare scenari di trasformazione.
La “cura” è stata il raccontarsi e la presenza costante degli educatori, a fianco dei conduttori, ha garantito una visione più partecipata all’osservazione e al trattamento, oltre al sostegno alla persona.
Mentre si scrive all’interno della Casa di Frosinone, ogni mercoledì, è attivo il “Gruppo di Ascolto”, naturale trasformazione del gruppo iniziale del Gruppo per le tossicodipendenze. I positivi esiti della esperienza presentata in questo articolo hanno suscitato e, comunque sollecitato, da una parte dell’utenza detenuta il bisogno di usufruire di uno spazio di ascolto collettivo. Attualmente il gruppo agisce, per la collaborazione degli operatori penitenziari interni, nella prospettiva di includere gli operatori dei servizi esterni (Sert, Uepe ecc…) che agiscono, a qualsiasi titolo, ai fini del recupero del detenuto.

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Giorgio Napolitano visita il penitenziario di Turi e rende omaggio al ricordo di Sandro Pertini
“Ho reso omaggio a Gramsci nella cella in cui fu ristretto penosamente per tanti anni. Ricordo bene che in questo carcere fu rinchiuso anche Sandro Pertini, rammento la sua vicinanza a Gramsci in quei momenti drammatici. Questo è un luogo altamente simbolico al quale sono stato contento di poter rendere ancora una volta un tributo di gratitudine e commozione”. Con queste parole il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concluso la sua visita del 5 novembre scorso nel penitenziario di Turi dove vennero recluse personalità illustri dell’antifascismo: dal 1928 al 1933 Antonio Gramsci, che vi scrisse le “Lettere dal carcere”, e dal 1930 al 1932 Sandro Pertini. Il Presidente, accompagnato dalla moglie Clio e da una delegazione interna guidata dalla direttrice del carcere, Mariateresa Susca, ha deposto una corona di fiori all’ingresso dell’istituto e poi  ha visitato l’interno e le celle stesse.
La visita di Napolitano è arrivata 32 anni dopo quella di un altro presidente della Repubblica, lo stesso Sandro Pertini che nel 1979 tornò nel penitenziario che lo aveva visto come recluso. Ma è stata anche l’occasione per ribadire la vicinanza delle Istituzioni ai detenuti e agli operatori del carcere, entrambi chiamati a vivere e a lavorare in condizioni difficili.
Il carcere di Bari è una delle strutture più antiche in Italia. Al momento della nascita, nel 1850, doveva essere destinato a convento per le Clarisse, ma le monache non misero mai piede nell’edificio perché con l’Unità d’Italia il palazzo passò nelle mani del demanio pubblico e nel 1880 fu requisito per essere utilizzato come carcere. Oggi, il penitenziario di Turi ospita circa 180 detenuti.

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Nella Casa Circondariale di Lorusso e Cutugno di Torino è nata la prima squadra di rugby italiana con sede in un carcere.
Il 22 ottobre scorso è stata giocata la prima partita della squadra di Rugby Drola che non è una società qualsiasi perché ha una sede molto particolare: la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Il termine drola, nel dialetto piemontese, sta a significare una faccia buffa, bizzarra, particolare e furba, proprio come la gente che compone questo inconsueto gruppo di rugbisti.
Quella giocata a ottobre è stata la prima partita di un campionato ufficiale per una rappresentativa di rugby composta esclusivamente da detenuti contro una società esterna di grande valore tecnico. La partita é finita con una dignitosa sconfitta per 39 a 12 contro la fortissima squadra del Vercelli – proveniente da una categoria superiore e retrocessa per motivi economici – con un primo tempo concluso addirittura in vantaggio per la squadra di casa.
La particolarità della Drola, inoltre, sta nel fatto che i detenuti che la compongono provengono da tutta Italia. Il rugby è una realtà sportiva che sta prendendo piede nel nostro Paese e lo stesso vale in ambito penitenziario; proprio per questo motivo i giocatori sono stati cercati in tutti i penitenziari italiani e trasferiti presso la Casa Circondariale torinese. Per ora il team è formato da 21 elementi, quindici titolari e 6 riserve, ma già è stata intrapresa una nuova “campagna acquisti” per infoltire la rosa e arrivare a circa 28/29 elementi. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha sottoscritto un interpello nazionale per la creazione della squadra. La formazione, multietnica e variegata, ha al suo interno anche detenuti che militavano nelle nazionali di rugby del proprio Paese di origine.
La “squadra del carcere”, primo esempio in Italia, è nata da un progetto fortemente voluto dalla direzione della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno in collaborazione con l’associazione Ovale Oltre Le Sbarre, nella persona di Walter Rista, ex nazionale italiano alla fine degli anni ’60.
Dallo spunto iniziale di Walter e del figlio Stefano Rista, attuale allenatore della squadra, che  hanno iniziato a lavorare con la sezione a custodia attenuata Arcobaleno – composta da tossicodipendenti – l’idea ha preso piede e sono stati creati gli spazi all’interno dell’istituto per approntare una vera e propria squadra da inserire in un campionato ufficiale.
Va sottolineato che l’idea di partenza ha preso spunto dalla considerazione che il rugby, realtà emergente nel nostro Paese, rappresenta, per i suoi valori agonistici, basati sul forte rispetto nei confronti dell’avversario e sulla capacità, pur in presenza di un gioco fortemente fisico, di controllo dell’aggressività, uno sport che, in ambito penitenziario, può consentire alle persone ristrette – ovviamente motivate ed adeguatamente allenate da personale competente – di uscire dalla quotidianità detentiva e canalizzare le proprie energie verso un’attività a carattere fortemente risocializzante. Questo perché nel rugby lo spazio per l’individualità è assente e il valore aggiunto lo dà una squadra coesa e solida. “La filosofia di fondo di questo sport – spiega Pietro Buffa, direttore del carcere – ci è piaciuta subito. Abbiamo passato un anno a capire come poter fare per realizzare l’iniziativa. Abbiamo iniziato con un corso per i detenuti e poi abbiamo fatto un salto di qualità iscrivendoci ad un vero e proprio torneo”. L’iscrizione al Campionato Regionale di serie C Piemontese è stata possibile anche grazie alla Federazione Italiana Rugby che, oltre a dare il suo patrocinio, ha sostenuto la squadra nella preparazione della documentazione tecnica per i tesseramenti, soprattutto degli stranieri, e nella preparazione dei nulla osta delle autorità sportive per giocare anche le partite di campionato che dovrebbero svolgersi fuori casa, sempre all’interno  della Casa Circondariale.
“Abbiamo avuto una grande risposta anche dal personale – precisa Buffa – che si è prodigato affinché l’iniziativa si concretizzasse in maniera positiva. Molti agenti, così come i componenti dell’area educativa, si sono appassionati e seguono la squadra non solo per dovere d’ufficio ma per passione personale”.
La Drola ha iniziato ad allenarsi circa un mese e mezzo prima dell’inizio del campionato e, dal punto di vista atletico, nonostante abbia perso le prime due partite, ha dato del filo da torcere agli avversari. “Nel corso delle partite – racconta il direttore Buffa – non credo si senta la lontananza dei due mondi a confronto, ci sono solo due squadre in campo che giocano a rugby. Quello che è bello da vedere è ciò che avviene nel terzo tempo, vale a dire quando la competizione finisce e le squadre si incontrano nel padiglione dove i nostri giocatori vivono e dove si organizza una mangiata collettiva. Devo dire che è molto commovente vedere come due mondi si possano fondere al di là del campo da gioco. Anche gli allenatori e gli accompagnatori tecnici rimangono molto colpiti da questo”.
La Casa Circondariale di Torino si è impegnata da subito per creare le strutture idonee e le basi affinché l’iniziativa si realizzasse e, disponendo già del campo di calcio di recente inaugurazione, si è subito pensato di adattarlo anche al gioco del rugby, inserendo delle porte mobili i cui pali vengono smontati alla fine delle partite per dare la possibilità alla squadra di calcio, presente all’interno dell’istituto con un torneo intitolato Il Pallone della Speranza, di riprendere regolarmente le loro partite. Per gli allenamenti, invece, al fine di non gravare troppo sul campo grande – occupato, per gran parte della settimana dal calcio – si è deciso di utilizzare, in alternativa, la struttura sportiva della sezione Arcobaleno, dotata già del suo campo con tanto di spogliatoi perfettamente funzionanti. Tra gli obiettivi a medio termine, potrebbe essere prevista una piccola ‘paga’ diversificata per ogni singolo detenuto in funzione della presenza, impegno, buon comportamento generale durante le sessioni di allenamento, con l’obiettivo di tendere alla maggiore responsabilizzazione possibile dei partecipanti. Inoltre, visto che l’organizzazione sta dando risultati molto positivi si sta pensando, per l’immediato futuro, anche all’ingresso dei tifosi che vogliono seguire la propria squadra del cuore.

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La risposta europea alle misure alternative alla detenzione:
un percorso complesso che gli stati dell’Unione hanno intrapreso con metodi e soluzioni spesso differenti
di Roberto Nicastro

“Sanzioni e misure che mantengono il condannato nella comunità ed implicano una certa restrizione della sua libertà attraverso l’imposizione di condizioni e/o obblighi e che sono eseguite dagli organi previsti dalle norme in vigore”. Con queste parole il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, rifacendosi al termine anglosassone community sanction, indica la definizione di misura alternativa o di comunità, una definizione condivisa dai paesi occidentali, in particolare europei, in funzione della quale i vari ordinamenti nazionali prevedono modalità di esecuzione della pena detentiva al di fuori dello stabilimento penitenziario.
Per quanto riguarda l’Italia, la competenza a decidere sulla concessione delle misure alternative alla detenzione è affidata al Tribunale di Sorveglianza. La corretta esecuzione delle misure è nelle mani degli uffici di esecuzione penale esterna, che generalmente operano in collaborazione con enti locali, cooperative sociali e agenzie pubbliche e private di vario genere.
Sul fronte europeo, invece, nonostante le numerose similitudini rispetto al caso italiano, rimangono modalità e sistemi diversi di interpretare le misure alternative.
Molti Paesi, come Francia, Portogallo e Spagna riconoscono la presenza della magistratura di sorveglianza che, in alcuni casi come quello francese, opera di concerto con il procuratore della Repubblica, il direttore dell’istituto dove l’individuo sconta la pena, e anche con gli agenti stessi che hanno vissuto  stretto contatto con il detenuto. Ecco alcune delle misure alternative più diffuse in Europa.
Community Service Order
Per quanto riguarda invece le misure alternative alla pena, molti paesi europei ricorrono al Community service order, una sanzione che impone al colpevole di svolgere nel tempo libero un lavoro non retribuito a vantaggio della società per un numero di ore variabile. Ovviamente, l’applicazione della misura in tutti i Paesi europei che hanno scelto di adottarla comporta una valutazione dell’individuo e della capacità che questa possa essere un aiuto valido al reinserimento del soggetto. In Danimarca, ad esempio, attraverso l’emendamento del 3 dicembre 1992, questa sanzione è divenuta quella di riferimento per il sistema penitenziario. La misura può essere imposta come alternativa a una sentenza di privazione della libertà non superiore a 18 mesi, contempla un monte ore lavorative che vanno dalle 40 alle 240, e la sua corretta applicazione viene controllata dal servizio di Probation dell’amministrazione stessa. Qualora le regole vengano violate, il caso torna in tribunale. In Spagna la misura è simile anche se con qualche piccolo distinguo: è infatti necessario il consenso del condannato e i lavori ai quali sarà sottoposto devono essere collegati con il tipo di reato, seguendo una filosofia di riparazione del danno o di assistenza alle vittime. In Inghilterra questa misura cambia per i maggiori e i minori di 25 anni; per i primi è previsto un massimo di 300 ore lavorative, mentre per i secondi queste non devono superare le 160. In Finlandia la misura è applicabile solo in sostituzione a una pena massima di 8 mesi di reclusione, mentre più basso (6 mesi) è il limite previsto nei Paesi Bassi. In Germania la sanzione è solo collegata alla libertà condizionata mentre in Svezia il detenuto affidato al Community Service Order non è sottoposto a sorveglianza e deve essere consenziente.
Parole di tutt’altro genere è la concessione della libertà sulla parola, quella che in Europa e negli Stati Uniti viene definita Parole. Questa misura viene concessa al termine di una lunga condanna alla detenzione o dopo che è stato scontato almeno un minimo di pena. Per ottenere questa misura il detenuto deve mantenere una condotta esemplare nel periodo di detenzione che deve risultare dai rapporti degli operatori penitenziari.
In Danimarca, ad esempio, devono essere stati scontati i due terzi della pena e comunque il condannato deve aver fatto almeno 3 mesi di prigione. La misura può essere rifiutata dal giudice qualora sia reale il rischio di commettere nuovi reati, e nei casi più dubbi può essere previsto un periodo di prova nel corso del quale, se viene commesso un nuovo reato, il residuo di pena si aggiunge a quella comminata per il nuovo reato. Come in Danimarca, anche in Finlandia devono essere stati scontati almeno i due terzi della pena (solo in alcuni casi basta la metà), mentre nel Regno Unito è sufficiente avere alle spalle anche solo un terzo della condanna. In Irlanda, invece, dal 1990 se ne occupa un ufficio specifico, il Parole Board, che presenta i vari casi direttamente al ministero della Giustizia. In questo Paese possono accedere alla libertà sulla parola solamente i detenuti che hanno scontato una pena compresa tra gli 8 e i 14 anni e che siano giunti alla metà della pena, oppure quelli condannati a più di 14 anni che ne abbiano scontati almeno 7.
La misura è comunque molto diffusa in Europa perché si applica anche in Grecia, Svezia, Austria e Germania.
Conditional release, la cosiddetta liberazione condizionale apparentemente non è molto diversa dalla Parole, ma la sua applicazione dipende quasi esclusivamente dalla valutazione degli elementi che dimostrano una profonda riduzione o una totale assenza di pericolosità del soggetto che ha commesso un reato. Lo scopo primario nell’affidamento a questa misura è quello del reinserimento e della prevenzione nei confronti della recidiva. In Francia, ad esempio, vengono fissati dei paletti per garantire questi risultati che vanno dalla ripresa dei legami con la famiglia, a trattamenti medici, fino agli sforzi per indennizzare le vittime.
In molti casi gli ordinamenti riconoscono un ruolo attivo al condannato stesso; questo avviene in Belgio dove la liberazione condizionale è riconosciuta anche agli ergastolani che abbiano scontato almeno 10 anni di reclusione, ai quali però viene chiesto di proporre un programma tangibile che attesti il reinserimento sociale.
Lo stesso avviene in Spagna e in Belgio, mentre unico è il caso della Lituania dove il detenuto può accedere alla misura solo dopo aver volontariamente ottemperato a tutti gli obblighi di risarcimento civile causati dal suo atto.
Probation
In molti ordinamenti esteri la Probation è considerata la prima misura veramente alternativa alle pene privative della libertà. Le diverse legislazioni ne riconoscono quattro tipi: la probation di polizia; quella giudiziale nella fase istruttoria; quella giudiziale nella fase del giudizio con sospensione dell’esecuzione della condanna; e infine la probation penitenziaria, ossia quella riconosciuta in Italia con l’affidamento in prova al servizio sociale.
In generale la misura è compresa tra 1 e 3 anni nel corso dei quali i detenuti devono dare prova di poter cambiare, rispettare le regole, scontare la condanna oppure la detenzione domiciliare o ancora il servizio presso una comunità. Per capire come funziona la misura è sufficiente guardare al caso svedese dove è previsto un periodo di prova di 3 anni durante i quali un assistente di Probation, nominato dalla corte distrettuale, segue il percorso compiuto dal condannato. Questo percorso può aggiungersi oppure sommarsi alla reclusione, magari con un obbligo nei confronti del condannato di sottoporsi a cure oppure a un piano trattamentale condiviso. Nel Regno Unito la prassi è molto antica e risale al Probation Act del 1907. La legge prevede che il giudice, dopo la pronuncia della colpevolezza, possa astenersi dalla condanna alla detenzione ed emanare un Probation Order che sottopone il condannato alla prova. Una volta approvata la misura, la sentenza viene sospesa per un periodo che va dai 6 mesi ai 3 anni nel corso del quale viene data l’opportunità di scontare la propria pena in forma alternativa. In questo periodo generalmente è vietato guidare la macchina e imposto l’obbligo di risarcire le vittime e le loro famiglie. In Francia invece il sistema è molto simile a quello italiano e la Probation rientra nelle misure premiali, mentre in Olanda, il paese europeo con la più bassa densità di popolazione carceraria, è stato inserito il cosiddetto Task Penalty, una figura simile alla semidetenzione che prevede la detenzione di giorno e la libertà di sera e nei weekend. Questa misura è applicabile nelle ultime settimane di detenzione e si sconta sotto il controllo del Probation Service.
Detenzione domiciliare
I domiciliari, noti anche come home detention o house arrest, prevedono che la persona sconti la pena in casa propria per un periodo che può arrivare fino a quattro anni. I paesi europei dove è più diffusa sono l’Inghilterra, la Spagna e l’Italia. In molti casi viene accompagnata all’uso del braccialetto elettronico, uno strumento che si è fatto largo un po’ in tutta Europa, dalla Francia dove viene utilizzato per chi deve scontare massimo un anno di reclusione, alla Svezia fino alla Finlandia, dove il detenuto può uscire dal carcere dotato di un sistema che ne garantisce la sorveglianza per motivi di studio o di lavoro.
Arresto di fine settimana
Si tratta di una delle sanzioni alternative meno applicate perché presuppone che la persona sconti la pena in carcere solo durante il fine settimana. In alcuni casi la misura viene applicata in alternativa alle cosiddette day-fines (multe giornaliere) che sono sanzioni legate alle somme di denaro che il detenuto può guadagnare nel periodo della detenzione. Per quanto limitato, l’arresto di fine settimana è comunque presente in Portogallo, Regno Unito e Grecia.
Il caso catalano
La Catalogna ha sviluppato un sistema inedito per gestire il passaggio del detenuto dalla cella alla libertà. Questo passaggio avviene gradualmente attraverso un regime di “detenzione aperta”. “Abbiamo dimostrato che questa soluzione funziona – commenta Paula Montero i Brasero, vice direttore generale dei programmi riabilitativi del Dipartimento della Catalogna – perché assicura una maggiore continuità per l’individuo e mette il condannato in contatto con i servizi pubblici”.
Attualmente circa il 25% di tutti i detenuti sono in un regime di open prison e la maggioranza di questi ha già scontato oltre la metà della pena prevista, ma ce ne sono anche alcuni che possono beneficiare della misura già dai primi periodi della detenzione. “Ogni condannato ha un suo programma riabilitativo, concordato con l’Amministrazione penitenziaria catalana e nei casi più gravi, come chi ha commesso reati sessuali oppure è tossicodipendente, sono previsti interventi e programmi di recupero speciali. Anche le statistiche sono a favore di questa misura perché la percentuale di ex-detenuti che esce da un regime di open prison ha il 18% di possibilità in meno di tornare a delinquere. La media di recidiva in Spagna è al 40%, e in questi casi scende al 22.
Alla base di questa misura c’è proprio la cooperazione tra l’Amministrazione e il detenuto, un elemento che responsabilizza l’individuo e lo mette di fronte a una scelta: accettare la misura senza tornare a delinquere oppure veder riaprire le porte del carcere. La misura prevede che l’individuo sia portato in un luogo diverso dal carcere dove comunque deve rimanere la notte e 8 ore di giorno. Il tempo rimanente lo può passare con la famiglia oppure lavorando. Un’altra soluzione che viene alle volte usata è mandare i detenuti affidati a questa misura a dormire in ostelli controllati da associazioni di volontariato, in generale ONG, che ovviamente lavorano in staff con il personale dell’Amministrazione assegnato all’open regime prison.
Una risposta in più alla detenzione che svuota le carceri e offre maggiori possibilità di reintegro sociale ai detenuti.

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