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Le norme di comportamento sono scritte nei codici. Ma è la morale dell’uomo che guida la vita
    
    
La deontologia gode di buona letteratura, anche se alla maggior parte dei cittadini non è chiaro che cosa essa veramente sia. Nacque nel XIX secolo come formula utilitaristica per misurare i doveri di particolari categorie di persone socialmente influenti - medici, funzionari pubblici, amministratori, banchieri, militari. Da allora i codici di deontologia professionale si sprecano: contengono i principi e le regole professionali che devono essere rispettati da coloro che esercitano una professione e ciò indipendentemente dal fatto che essa sia o non sia regolata per legge, come nel caso degli Ordini professionali. Così non abbiamo soltanto i codici di deontologia dei medici, degli avvocati, dei giornalisti, ma anche quello dei maestri di sci o della (è vero!) Associazione nazionale dei fumisti e spazzacamini.
Che il comportamento degli individui possa essere giudicato diversamente se adottato “sul mestiere” piuttosto che come persona, nella vita quotidiana, è il risultato della sempre maggiore importanza che in campo giuridico ed economico, ormai inscindibili, si è data alla prestazione di lavoro, anche se ciò nasconde un’evidente incapacità collettiva a considerarsi come comunità e non solo come mercato. La deontologia è invocata anche in politica e l’idea dei codici deontologici si è fatta strada anche nelle istituzioni. A vantaggio dei codici si può dire che non fanno male e anzi, in molte circostanze aiutano la negoziazione tra gli esseri umani. In presenza di un elenco di regole scritte ci si sente più sicuri, soprattutto da parte dei professionisti e in caso di errore professionale noi sappiamo che gli interessi venali in gioco sono notevoli. Chi allora sostiene che nessun codice può sostituire la coscienza e la morale del singolo perché l’etica professionale va ben oltre il rispetto di alcune procedure non fa altro che portare argomenti a chi a gran voce sostiene che i codici deontologici sono un monumento all’ipocrisia, ma sbaglia anche chi si fa paladino ostinato di ogni loro più piccolo codicillo, perché così facendo cerca di nascondere la realtà della questione della responsabilità, che è certamente più impegnativa di ogni codice di deontologia. In molti casi essi sono uno strumento ridicolo o pericolosamente inutile. A che codice dovrebbe appellarsi il lettore di un romanzo o di una poesia tradotta male da una lingua straniera? O chi, leggendo un libro di storia, è indotto a credere il falso? A chi deve rivolgersi il fedele tradito nella fede, o che attende invano la realizzazione delle promesse? Nella vita familiare i codici che contano sono altri e non vengono mai scritti né pubblicati. Nell’educazione dei figli non c’è codice che tenga, perché la responsabilità dei genitori è assoluta e non derogabile: si diventa e si resta genitori a vita, anche contro la propria volontà, ben oltre le proprie capacità e magari contro il parere dei figli stessi.
Insomma la deontologia dei pezzi di carta e delle buone intenzioni non basta, perché il problema della responsabilità è un problema collettivo molto complesso di cui non possono occuparsi solo le compagnie di assicurazione per il risarcimento dei danni o i magistrati nell’infliggere le pene. Nell’ambito del diritto civile si può essere riconosciuti responsabili e insieme innocenti mentre in sede penale non si può essere ritenuti responsabili se non quando si è riconosciuti colpevoli. Ebbene, tutto ciò ha a che fare con procedure e convenzioni, ma non può esaurire il tema della responsabilità che è ormai il vero volto della libertà: più un individuo o un popolo si credono e si vogliono veramente liberi, più devono assumere le loro responsabilità e temere di pagarne le conseguenze. Non si tratta della paura che dissuade dall’agire, ma di quella che ci spinge all’azione consapevole, alla lotta e al rispetto per tutti coloro che, con retta intenzione, osano migliorarsi e migliorare il mondo, pagando un prezzo non irrisorio. E se il mondo si complica, non per questo la responsabilità individuale viene in secondo piano, anzi.
Oggi la responsabilità grava su ciascuno di noi come una specie di maledizione, come un debito oscuro non nei confronti del passato, bensì del futuro. Uno dei massimi filosofi morali del XX secolo, il tedesco Hans Jonas, ha scritto un fortunato libro, Il principio responsabilità, che ha fatto scuola. Afferma che il problema della responsabilità non si esaurisce nel fare o non fare certe cose imposte o vietate dalle leggi perché anzi dilaga in ogni dimensione della vita collettiva visto che l’umanità per la prima volta nella storia del mondo è diventata più pericolosa per sè della natura stessa. Un cattivo uso della tecnologia, un’ideologia ottusa del progresso e le sempre maggiori fratture sociali pongono in primo piano non solo il rapporto tra gli uomini che si conoscono, ma il problema della sopravvivenza stessa della specie umana e quello della sua dignità. L’umanità potrà anche sopravvivere alla manipolazione genetica, all’uso sconsiderato delle risorse naturali, alla più sfrenata competizione economica, ma con quale dignità e soprattutto a che prezzo? L’etica della responsabilità apre dunque una nuova frontiera alla deontologia perché si pone come alternativa a tutte le dottrine morali tradizionali che si fondavano sul passato ed erano antropocentriche. Per centinaia di anni esse riguardavano cioè solo gli uomini nel loro presente, si fondavano sul principio di reciprocità tra i soggetti e sulla corrispondenza tra diritti e doveri e soprattutto prendevano come orizzonte la vita dell’individuo e la sua dimensione spaziale: del dopo e del tutto non si curavano perché erano morali individualistiche. Jonas spiega invece che la responsabilità è correlata all’intensità di potere possibile e che il tipo e l’ampiezza del potere dell’uomo contemporaneo determinano il tipo e l’ampiezza delle responsabilità. Non può più essere cieca e meschina: deve guardare al futuro e considerare il presente alla luce di esso. Non ha più senso assolvere con diligenza ai propri doveri quotidiani se il mondo si avventura verso lo smarrimento di ogni rispetto per la vita e per chi non riesce ad emergere. Anche l’ignoranza non è più una scusa valida, perché il rischio che si corre nel non combatterla è troppo alto. Far crescere la scienza manipolatoria della vita e della realtà senza preoccuparsi di rafforzare e sviluppare la coscienza del limite non è più nemmeno un lusso da intellettuali o da despoti, perché nessuno oggi è veramente in grado di non sentirsi minacciato. I nostri atti non soltanto ci seguono e producono conseguenze anche oltre la nostra morte, ma ormai rischiano di precedere in forma definitiva l’esistenza stessa dei nostri successori, determinando in maniera radicale la loro stessa possibilità di esistere. Come ha scritto il massimo filosofo morale vivente, Paul Ricoeur, l’oggetto vero di ogni responsabilità è deperibile per definizione, e ci è affidato proprio per la sua fragilità e non per la sua forza: non è una cosa o un oggetto, ma appunto una responsabilità. Se si capisce questo, si capisce anche perché la responsabilità sia una condizione a cui non si può rinunciare: fino a quanto abbiamo a che fare con esseri mortali e beni deperibili, siamo immersi nel regno della fragilità. Essere responsabili significa essere garanti, impegnarsi di fronte a noi stessi prima ancora che di fronte a qualcuno. Significa anche superare quel sentimento di colpa, spesso indotto da una cattiva educazione, che ci paralizza o in nome del quali procediamo a facili autoassoluzioni, magari santificate da un bel codice deontologico!

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