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Con la legge del 18 luglio 2003 viene finalmente disciplinata la scelta delle sedi per l’esame di Avvocatura
    
    
La nuova legge stabilisce che gli elaborati scritti degli esami siano trasferiti alla Corte d’Appello per la correzione da un ispettore di Polizia Penitenziaria

La Gazzetta Ufficiale n. 167 (Serie generale) del 21 luglio 2003 pubblica la legge 18 luglio 2003, n. 180 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, recante modifiche urgenti alla disciplina degli esami di abilitazione alla professione forense”.
Il decreto e la legge di conversione si propongono di porre ordine in una materia, quella degli esami per l’esercizio dell’avvocatura, che lasciava molto da desiderare per l’abitudine di alcuni candidati di cercare sedi di esame presso corti di appello più largheggianti nei giudizi o ritenute tali. La conseguenza, fino ad oggi, è stata che in alcune di queste sedi si assisteva a un pellegrinaggio improprio di candidati che, iscrivendosi all’ordine professionale locale soltanto per il periodo immediatamente precedente l’esame, ingolfavano i ruoli dei praticanti e svolgevano talora un tirocinio soltanto apparente. Per converso, le sedi di corte d’appello ritenute, a ragione o a torto, più severe, venivano disertate. Si trattava di una prassi poco commendevole in termini di serietà, posto che i candidati che non ricorrevano al metodo del turismo forense ritenevano ovviamente di essere svantaggiati rispetto ai colleghi più spregiudicati o semplicemente più dotati di tempo e di mezzi economici per affrontare la scomodità di uno spostamento di sede. Il ricorso a questa astuzia, talora più apparente che reale, risaliva molto addietro nel tempo. Per rivangare un ricordo personale dirò che, nel lontanissimo 1969, dopo il canonico periodo di praticantato presso uno studio legale, scelsi io stesso una sede diversa da quella fisiologica, che per me era la Corte d’Appello di Venezia, posto che ero iscritto all’albo dei praticanti procuratori legali (allora esisteva questo titolo, oggi soppresso, che precedeva quello di avvocato) di Verona e decisi di recarmi a Trieste, in quanto la fama di quella Corte, considerata ancora peggiore di Venezia, quanto a severità, garantiva che l’esame sarebbe durato pochissimo. Così avvenne. I candidati erano talmente pochi che nel giro di qualche mese si risolsero le prove sia scritte sia orali ed io, che avevo bisogno di lavorare senza perder tempo, mi dissi che era un magro calcolo quello di tanti miei colleghi emigrati verso le Corti di Catanzaro o di Messina, allora mitiche, o mitizzate, per la ritenuta facilità degli esami che vi si tenevano. In effetti, non tutti risultavano promossi e tutti, per contro, dovevano attendere a lungo l’esito della prova, stante la calca dei concorrenti. Senza dire che, alla fine, la difficoltà dell’esame sostenuto a Trieste non si rivelò affatto così tragica, come narravano i candidati, sempre inclini a raccogliere le voci più strane.
Tutto ciò per ricordare un sistema contro il quale ha finalmente reagito (meglio tardi che mai!) il legislatore con la legge di cui stiamo parlando. In essa la Corte d’Appello, presso la quale il candidato deve sostenere l’esame, è fissata attraverso il criterio del luogo in cui è situato il consiglio dell’ordine degli avvocati presso il quale il candidato si trova iscritto al momento dell’entrata in vigore del decreto-legge (art. 1, comma 1-bis, aggiunto in sede di conversione). In questo modo si è stroncata la possibilità di ricorrere al turismo forense di cui si diceva.
Si potrebbe obiettare che il risultato, raggiunto nella prima applicazione della legge, potrebbe essere vanificato nelle successive. Sennonché il legislatore questa volta ha fatto le cose con cura, prevedendo un sistema che rende inutile lo scambio delle sedi. Infatti la disposizione dell’art. 2, comma 1 (anche questo sostituito in sede di conversione), prevede che la correzione degli elaborati scritti avvenga presso una Corte d’Appello scelta per sorteggio. Con questo criterio, si spera, verrà stroncato il malcostume della ricerca delle sedi “facili” e dalla conseguente iscrizione posticcia nei rispettivi albi professionali per praticanti. E, poiché si dispone che la prova orale avvenga nella medesima sede della prova scritta, non si avrà neppure il disagio di un turismo coatto al momento dell’orale.
L’art. 3 del decreto-legge (pure sostituito in sede di conversione) contiene una disposizione che interessa specificamente il DAP. Infatti si prevede che le buste contenenti gli elaborati scritti delle prove vengano trasferite presso la Corte d’Appello dove avrà luogo la correzione (che è la Corte individuata con il sistema del sorteggio) da un “ispettore di Polizia Penitenziaria appositamente delegato dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria”. E sempre a un ispettore di Polizia Penitenziaria compete di trasferire la documentazione relativa alle correzioni (buste con gli elaborati, verbali delle operazioni di correzione, giudizi espressi) alla Corte di Appello di appartenenza dei candidati, presso la quale ha luogo la prova scritta.
Anche questa legge, dunque, che si segnala per la notevole importanza in quanto disciplina il primo momento della vita professionale dell’avvocatura, contiene una previsione che attesta il rilievo acquisito dalla Polizia Penitenziaria anche in attività esulanti dallo stretto ambito dei compiti di istituto. Un rilievo che rispecchia la maggiore visibilità del Corpo e la stima che lo stesso si è guadagnato grazie alle prove di efficienza e a una crescita professionale che va sempre consolidata.

Con il nuovo criterio si spera che venga stroncato il malcostume della ricerca delle sedi facili

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L’ordinanza del ministro della Salute è nata, in settembre, dalle ripetute aggressioni da parte soprattutto di cani pitbull, verificatesi negli ultimi mesi in Italia. Il caso forse più emblematico è quello registrato nel Napoletano proprio all’indomani della firma del provvedimento del ministro Sirchia: una ventiquattrenne è stata assalita per strada da un esemplare di pitbull sbucato all’improvviso, e si è salvata grazie all’intervento tempestivo del fidanzato e degli amici.
Il 9 settembre un ragazzo di 13 anni e un operaio di 33 erano stati assaliti da un pitbull a Favara, nell’Agrigentino, proprio al centro del paese, dopo un attacco che in pochi minuti ha dilaniato le gambe ad entrambi: l’animale si è dileguato. Sono stati giudicati guaribili in due settimane per ferite lacero contuse agli arti inferiori. Nello stesso giorno a Roma, un venticinquenne del Bangladesh era stato aggredito da un gruppo di ragazzi che dopo averlo picchiato gli avevano aizzato contro un pitbull. Venti i giorni necessari per la guarigione dalle ferite sparse su tutto il corpo.
Ancora il giorno prima, un pitbull sfuggito al controllo della sua padrona, aveva azzannato e sfregiato, mordendolo alla faccia e alle gambe, un bambino di quattro anni. Il piccolo ha subito un intervento chirurgico di plastica facciale per ricostruire il labbro.
Ad agosto altri casi analoghi: due fratellini (uno di un anno e mezzo e l’altro di tre) erano stati assaliti da un rottweiler mentre giocavano, e una donna era stata azzannata da due pitbull mentre faceva footing con un’amica…
    

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Dopo clamorosi fatti di cronaca, un’ordinanza del ministro Sirchia cerca di riportare l’“amico dell’uomo” al suo ruolo naturale
    
    
Dai tempi di Omero (ricordate Argo, il vecchio cane che riconosce Ulisse prima degli altri, al suo rientro in patria?) ai nostri giorni (inevitabile la citazione della cagnetta Lajka, primo essere vivente ad andare in orbita, a bordo dello Sputnik II, 1957), passando per il ricco Epulone e Giuseppe Parini, Ilaria del Carretto e la Banda Bassotti, senza dimenticare Crudelia De Mon e il logo di un noto stilista, il cane e l’uomo hanno vissuto un legame stretto, di presenza, di interdipendenza, di affetti ai limiti talvolta della psicopatia. E lo vivono tuttora, la vita quotidiana essendo costellata di racconti, storie e realtà che hanno per oggetto e soggetto l’uomo appunto e il cane, il “suo” cane.
Ma da quando l’uomo ha cominciato a dubitare di se stesso, sia diffidando sistematicamente dei suoi simili, sia cercando sempre nuove vie spesso ai limiti dell’illecito, per emergere, guadagnare, avere, questo legame è entrato in crisi. Crisi accentuata per la goffa pretesa dell’uomo di avere la natura totalmente prona ai suoi capricci. Il cane è così diventato un oggetto da esibire più che una creatura da amare, un randello per colpire più che un aiuto da cercare, una chiave da business più che una compagnia da difendere. La stagione, la nera stagione dei pitbull (la chiamiamo così, ma loro, gli animali, che c’entrano?), si spiega proprio con questo atteggiamento dell’uomo, che invano un’ordinanza ministeriale ha cercato di riportare alla realtà, alla ragione. (Anzi, non abbiamo capito bene il perché, ma l’ordinanza di Sirchia ha sollevato una canea – ci perdonino i nostri amici a quattro zampe – che avrebbe meritato ben altre motivazioni…).
La frequenza degli “incidenti” con cani di grossa taglia protagonisti ha così indotto il ministro della Salute a ricordare, ché di questo alla fin fine si tratta, diritti e doveri non tanto degli animali, quanto piuttosto di chi gli animali possiede: diritto, certo, al possesso di qualsivoglia animale, purché naturalmente questo non sia in contrasto con le leggi e non metta a repentaglio la salute e l’incolumità pubblica; e dovere, altrettanto certo – anche se su questo aspetto si preferisce glissare – di tenere nei confronti dell’animale e dell’habitat in cui vive il massimo rispetto e la massima cura. Compresa la possibilità di risarcire eventuali danni arrecati. E nel dubbio che questo risarcimento possa essere oggetto di lunghi e defatiganti contenziosi giuridici è stata prevista l’assicurazione obbligatoria. Questo obbligo ha fatto addirittura arricciare il naso ai tanti Signor Sopracciò che hanno creduto di vedere il segno tangibile di un’intesa ministero-compagnie di assicurazione.
Un altro motivo di alti lai è stato l’elenco delle razze canine oggetto dell’ordinanza: alla Salute ne hanno contate 92, e poiché c’era anche il “divo” Lassie, si può immaginare l’ironia che ha accompagnato certi commenti. Sul numero non ha concordato, a dire il vero, neppure la Regione Lazio che per prima ha fatto eco al ministero pubblicando la sua brava legge regionale in materia (vedi riquadro a pag. 42). Ma come è stato in più occasioni ribadito, l’ordinanza ha inteso soprattutto disporre un telo protettivo a difesa e a tutela della salute e dell’incolumità pubblica contro i danni – anche soltanto potenziali, perché no? – procurati dall’incuria e dalla superficialità con la quale molti padroni trattano i loro cani.
Naturalmente, nel gran diluvio di proteste, prese di posizione, dichiarazioni, commenti, chi è andato a nozze sono stati soprattutto i maîtres à penser che sanno tutto e di tutto discettano, confondendo anche le idee dei reggitori dei mass media, che hanno finito con l’attribuire – siamo sicuri involontariamente – le maggiori responsabilità ai cani: non diversamente ci sembra di interpretare l’insistenza con la quale sono state pubblicate le fauci voraci, i denti aguzzi, i primi piani (al confronto lo Squalo di Spielberg era roba da lattanti…) del mastino di turno. E mai che sia stato possibile vedere la faccia di uno, uno solo, dei rispettivi padroni. Siamo sicuri che sia correttezza e completezza di informazione, questa?


Quanti sono
• In Italia è stimata una popolazione di 6,5 milioni di cani, ma meno del 20 per cento è iscritto ai libri genealogici e solo una parte di questi è sottoposta a verifiche riguardanti l’aggressività.
• Lo scorso anno sono stati acquistati 154.141 cani di razza nati in allevamenti italiani. La preferenza netta è stata accordata ai pastori tedeschi: nel 2002 sono stati comprati 23.727 cuccioli.
• La Lav - Lega AntiVivisezione - calcola che in Italia ci sono dai 12.000 ai 15.000 pitbull. Un cucciolo di tre mesi costa mediamente 1.000 euro. Il doppio se padre e madre sono “combattenti”.
    

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I cani del Lazio verranno iscritti a un registro speciale, depositato e tenuto a cura delle Aziende sanitarie locali competenti per la tenuta dell’anagrafe del cane: lo prevede una legge approvata dal Consiglio regionale del Lazio. Dodici le razze interessate: pitbull, staffordshire terrier, staffordshire bull terrier, bullmastiff, rottweiler, shar peri, dogo argentino, dobermann, dogue de Bordeaux, fila brasileiro, cane corso e loro incroci. Un numero decisamente inferiore rispetto alle 92 elencate nell’ordinanza del ministro della Salute, da cui il provvedimento della Regione Lazio si differenzia anche per non prevedere l’assicurazione obbligatoria per tutti i cani. Sul registro verranno riportati i dati anagrafici del cane, quelli del proprietario, nonché l’eventuale indicazione dell’allevamento di provenienza dell’animale. Ma oltre al documento cartaceo per identificare questi cani si ricorrerà alla tecnologia con un microchip che verrà applicato sotto un orecchio. La legge approvata prevede inoltre che i proprietari di tali animali frequentino dei corsi appositi organizzati dai servizi veterinari delle Asl; ma anche i cani dovranno partecipare a un ciclo di addestramento curato sempre dalla Asl. Ogni dodici mesi i cani dovranno poi essere sottoposti a visita veterinaria nell’Azienda sanitaria locale. Se viene accertata la presenza di segni di lotta, i servizi veterinari della Asl devono segnalarlo alle autorità di pubblica sicurezza e ripetere la visita dopo due mesi. Dopo tre segnalazioni l’animale viene trattenuto in osservazione e eventualmente rieducato prima di essere restituito al proprietario. Le visite e l’iscrizione all’albo sono a carico dei proprietari. Ogni anno la Regione Lazio effettuerà un censimento degli allevamenti dei cani appartenenti alle razze prese in considerazione dalla legge. Al registro speciale dovranno essere inseriti quegli animali che abbiano morso e provocato lesioni tali da richiedere l’intervento medico, e che verranno poi destinati a un ciclo di rieducazione.
Pesanti le sanzioni amministrative per i contravventori: si va dai 1.549,37 euro per coloro che omettono di iscrivere il proprio cane al registro speciale ai 5.164,57 euro per i proprietari di quegli animali segnalati per tre volte alle autorità di pubblica sicurezza. Pene pecuniarie sono previste anche per coloro che non frequentano i corsi, ma anche per chi non sottopone il proprio animale all’addestramento e alle visite periodiche.
    
    

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Nel Codice penale belga sono stati inseriti tre nuovi articoli contro l’utilizzo di trattamenti disumani
    
    
Il Parlamento del Belgio con la legge 14 giugno 2002 (Moniteur belge, 14 agosto 2002) ha adattato il Codice penale alle disposizioni normative della Convenzione di New York 10 dicembre 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Nel codice sono stati introdotti tre nuovi articoli.
Il primo di essi (art. 417-bis) definisce la tortura come “qualunque deliberato trattamento inumano che provoca un dolore acuto o sofferenze, fisiche o mentali, molto gravi e crudeli”. I trattamenti inumani, a loro volta, sono definiti come “qualunque trattamento mediante il quale sono intenzionalmente inflitte a una persona gravi sofferenze mentali o fisiche, in specie per ottenere da lei informazioni o confessioni, per punirla, per fare pressione su di lei o intimidire questa persona o terze persone”. Infine, il trattamento degradante è definito come “qualunque trattamento che provoca in chi lo subisce una grave umiliazione o un grave avvilimento dinanzi a se stesso o agli altri”.
L’incriminazione della tortura funziona da circostanza aggravante nei reati di sequestro di ostaggi, attentato al pudore e violenza sessuale.
La legge riguarda direttamente gli agenti delle forze dell’ordine, posto che configura un’aggravante quando un fatto di tortura o di trattamento inumano è commesso da un pubblico ufficiale o da un funzionario pubblico o da un agente della forza pubblica che agisca nell’esercizio delle sue funzioni.
L’ordine del superiore o di un’autorità non può giustificare la violazione del divieto di tortura o di trattamento inumano.

È stata resa pubblica dal CPT in data 2 luglio 2003 la risposta del Governo del Belgio ai rilievi effettuati dal CPT medesimo in occasione della visita effettuata dal 25 novembre al 7 dicembre 2001 presso istituti di detenzione pubblici, stabilimenti delle forze dell’ordine, carceri e presso un centro ospedaliero privato. Il rapporto del CPT era stato pubblicato il 17 ottobre 2002.
    

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Pubblichiamo qui di seguito l’art. 6 della legge 7 febbraio 1992, n. 150 (“Disciplina dei reati relativi all’applicazione in Italia della convenzione internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione, firmata a Washington il 3 marzo 1973, di cui alla legge 19 dicembre 1975, n. 874 e del regolamento (CEE) n. 3626/82 e successive modificazioni, nonché norme per la commercializzazione e la detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica”).

Art. 6. 1. Fatto salvo quanto previsto dalla legge 27 dicembre 1977, n. 986, è vietato a chiunque commerciare o detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica, nonché di specie che subiscono un elevato tasso di mortalità durante il trasporto o durante la cattura nei luoghi di origine.

2. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro dell’ambiente, con proprio decreto, stabilisce l’elenco dei mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericoli per la salute e l’incolumità pubblica e quello delle specie che subiscono un elevato tasso di mortalità durante il trasporto o durante la cattura nei luoghi di origine.

3. Fermo restando quanto previsto dal comma 1 dell’art. 5, coloro che alla data di entrata in vigore della presente legge detengono esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica sono tenuti a farne denuncia al prefetto entro novanta giorni. Con provvedimento motivato il prefetto può autorizzare in via temporanea la detenzione dei suddetti esemplari, previa verifica della idoneità delle strutture di detenzione a garantire il benessere degli animali e la salute e l’incolumità pubblica.

4. Chiunque contravviene alle disposizioni di cui ai commi 1 e 3 del presente articolo è punito ai sensi dell’art. 1.

5. Le disposizioni di cui ai commi 1, 3 e 4 non si applicano nei confronti dei giardini zoologici, acquari e delfinari dichiarati idonei dall’Istituto nazionale di biologia della selvaggina, ai quali è consentita la detenzione degli esemplari di cui al comma 1.

6. Le spese per la verifica e la certificazione di idoneità di cui ai commi 3 e 5 sono a carico degli enti e dei privati detentori degli animali.Pubblichiamo qui di seguito l’art. 6 della legge 7 febbraio 1992, n. 150 (“Disciplina dei reati relativi all’applicazione in Italia della convenzione internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione, firmata a Washington il 3 marzo 1973, di cui alla legge 19 dicembre 1975, n. 874 e del regolamento (CEE) n. 3626/82 e successive modificazioni, nonché norme per la commercializzazione e la detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica”).

Art. 6. 1. Fatto salvo quanto previsto dalla legge 27 dicembre 1977, n. 986, è vietato a chiunque commerciare o detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica, nonché di specie che subiscono un elevato tasso di mortalità durante il trasporto o durante la cattura nei luoghi di origine.

2. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro dell’ambiente, con proprio decreto, stabilisce l’elenco dei mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericoli per la salute e l’incolumità pubblica e quello delle specie che subiscono un elevato tasso di mortalità durante il trasporto o durante la cattura nei luoghi di origine.

3. Fermo restando quanto previsto dal comma 1 dell’art. 5, coloro che alla data di entrata in vigore della presente legge detengono esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica sono tenuti a farne denuncia al prefetto entro novanta giorni. Con provvedimento motivato il prefetto può autorizzare in via temporanea la detenzione dei suddetti esemplari, previa verifica della idoneità delle strutture di detenzione a garantire il benessere degli animali e la salute e l’incolumità pubblica.

4. Chiunque contravviene alle disposizioni di cui ai commi 1 e 3 del presente articolo è punito ai sensi dell’art. 1.

5. Le disposizioni di cui ai commi 1, 3 e 4 non si applicano nei confronti dei giardini zoologici, acquari e delfinari dichiarati idonei dall’Istituto nazionale di biologia della selvaggina, ai quali è consentita la detenzione degli esemplari di cui al comma 1.

6. Le spese per la verifica e la certificazione di idoneità di cui ai commi 3 e 5 sono a carico degli enti e dei privati detentori degli animali.

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Un profondo rinnovamento legislativo ha interessato la Confederazione elvetica. Ecco di che cosa si tratta
    
    
Nella Confederazione Elvetica è giunta al termine, dopo esattamene vent’anni, l’opera di revisione della parte generale del codice penale.
Le principali tappe di questo lungo percorso sono state le seguenti:

1983 - Il Ministero Federale della Giustizia Penale dà incarico al professor Hans Schultz di valutare se la parte del codice penale in vigore necessiti di una revisione (l’ultima revisione era stata apportata nel 1971);

1985 - Il prof. Schultz presenta una bozza di progetto di revisione della parte generale del codice penale;

1985-1992 - Nuova bozza di una Commissione di esperti che lavora sul testo Schultz;

luglio1993-aprile 1994 - Consultazione sulla bozza della Commissione di esperti;

1998 - Messaggio e Progetto del Consiglio federale;

1999-2002 - Dibattito in Parlamento;

13 dicembre 2002 - Voto finale di approvazione con il quale il Parlamento adotta la nuova parte generale del codice penale.

Poiché il 3 aprile 2003 è scaduto, senza essere utilizzato, il termine per chiedere il referendum, il provvedimento legislativo, che comporta la totale riscrittura della parte generale del codice penale, è divenuto definitivo.
Si tratta di un risultato importante, che merita di essere conosciuto dai nostri lettori.
Come si vedrà, molte delle maggiori innovazioni del codice penale vertono sul sistema sanzionatorio.
Per esporre queste novità, di grande interesse anche per noi, ci avvaliamo di una fonte privilegiata: l’intervista rilasciata da Heinz Sutter, responsabile del progetto di revisione presso l’Ufficio Federale della Giustizia (che corrisponde al nostro Ministero della Giustizia), pubblicata sul numero del luglio scorso del “Bollettino di informazioni sull’esecuzione delle pene e misure”, organo della “Sezione Esecuzione delle pene e misure” dell’Ufficio Federale della Giustizia. Chiunque voglia conoscere il testo integrale della parte generale del codice, come revisionata, può trovarlo nella Gazzetta ufficiale svizzera o consultarlo su internet all’indirizzo http://www.bk.admin.ch.

I principi della riforma
Nell’indicare l’origine dei principi ispiratori della riforma, Sutter precisa che si è attinto a larghe mani dal “progetto alternativo” di riforma del diritto penale elaborato in Germania negli anni ’60-’70 del secolo scorso con il contributo di penalisti svizzeri. Questo progetto alternativo puntava sull’integrazione sociale dell’autore del reato e poneva l’accento sulla risocializzazione del reo, piuttosto che sull’espiazione o sulla riparazione dell’illecito commesso.
Parallelamente numerose iniziative del parlamento e dei cantoni venivano a contestare le pene detentive di breve durata e, al tempo stesso, si faceva strada la convinzione della necessità di disporre di un più ampio ventaglio di sanzioni alternative, ricorrendo - in particolare - ad alternative alle pene detentive brevi.
Ricordiamo, a questo proposito, che la contestazione delle pene detentive brevi (tali sono considerate quelle sino a sei mesi) è diffusa in Europa. In Spagna, ad esempio, non si esegue in carcere una condanna a pena detentiva di durata inferiore a sei mesi.
Sutter ha anche ricordato che negli anni ’90 si è avuto un cambio di direzione a seguito di delitti, in specie sessuali e violenti, ma anche di criminalità economica e organizzata, che hanno sconvolto l’opinione pubblica e prodotto la richiesta di un grado più elevato di sicurezza.
Di qui l’inserimento di una nuova priorità nel codice penale. In esso non sono state abbandonate le priorità date al sistema della sanzione, alla sostituzione generalizzata delle pene detentive brevi con altre sanzioni e alla nuova concezione del regime delle misure. Ma, al tempo stesso, si è dato grande rilievo alla protezione della società nei confronti dei delinquenti pericolosi.
Ciò si è tradotto nella previsione dell’art. 64 del nuovo codice, secondo cui il giudice ordina l’internamento di un delinquente che ha commesso un grave reato (pena da 10 anni in su) se vi è da temere, per la caratteristiche della sua personalità o per gravi turbe mentali, che torni a commettere altri delitti.
Se ricorrono queste condizioni, il condannato, anche sano di mente e non recidivo, dopo aver scontato interamente la pena subirà una misura di internamento, che può protrarsi indefinitamente, anche a vita, sinché non cessi la sua pericolosità.
Tuttavia l’autorità è tenuta ad effettuare verifiche frequenti per accertare - attraverso un’indagine peritale - se l’internato può essere ammesso alla liberazione condizionale.
Si tratta, evidentemente, di un sistema a “doppio binario” (pena e misura di sicurezza), che pone al centro l’esigenza di rafforzamento della difesa sociale. Un condannato a forte rischio di recidiva per gravi crimini viene infatti neutralizzato, senza limiti temporali e potenzialmente anche “sino alla morte”, seppure con la previsione di frequenti verifiche relative alla persistenza della pericolosità. Circa il sistema di verifica, va ricordato che l’art. 64b stabilisce che la decisione sulla liberazione condizionale sia preceduta da una perizia e dal parere di una commissione composta da rappresentanti delle autorità di indagine, delle autorità dell’esecuzione e di specialisti della psichiatria.
La liberazione condizionale dura cinque anni, durante i quali, se si manifesta ancora un forte rischio di commissione di gravi reati, il giudice ordina che venga ripristinata la detenzione.
Se questa è la soluzione, a dir poco drastica, con la quale il legislatore svizzero ha inteso rispondere alla domanda di sicurezza che sale dalla società (in effetti una proposta d’iniziativa popolare pendente davanti al Parlamento svizzero è ancora più rigorosa nei confronti del delinquente pericoloso, prevedendo l’internamento a vita, salvo che si profilino nuove conoscenze scientifiche che consentano di stabilire che egli può essere emendato), vediamo ora come viene configurato il sistema sanzionatorio nelle parti relative ai reati meno gravi.

Le sanzioni alternative
Qui s’incontra una serie di novità di grande interesse.
Anzitutto la sanzione pecuniaria, che precedentemente era costituita dall’ammenda, viene ora sostituita dalla pena pecuniaria secondo il sistema dei “giorni-ammenda” (art. 34). Il giudice determina in un primo momento il numero dei giorni ammenda (fino al massimo di 360) e in un secondo tempo l’ammontare di ciascun giorno-ammenda (fino a 3 mila franchi) in funzione della situazione personale ed economica del condannato.
In tal modo la pena pecuniaria può giungere sino a un milione e 80 mila franchi (contro un massimo attuale di 40 mila franchi).
La pena pecuniaria, così determinata, sostituisce, di regola, le pene detentive brevi.
Altra sanzione che può essere inflitta in luogo della detenzione breve è il lavoro d’interesse generale (art. 37), misura sperimentata con ottimi risultati in molti cantoni della Federazione sin dagli anni ‘90.
La misura, ordinata dal giudice con l’accordo del reo, si estende sino al massimo di 720 ore di lavoro gratuito, prestato per istituzioni sociali, opere di pubblica utilità o persone bisognose, nella misura di 4 ore al giorno (in precedenza si prevedeva la misura di 8 ore al giorno, che si è però dimostrata eccessiva, considerato che il lavoro è gratuito).
Il lavoro d’interesse generale può essere applicato in sostituzione non soltanto della pena detentiva breve, ma anche dei giorni-ammenda (con il limite, peraltro, di 180 giorni-ammenda).
Altra previsione interessante è quella del “sursis partiel”. Il sursis è un istituto analogo alla nostra sospensione condizionale della pena. Il nuovo codice prevede che il sursis possa essere concesso per pene sino a 2 anni di detenzione (art. 42) e che possa essere anche parziale.
Ad esempio, nell’infliggere la pena di tre anni di detenzione il giudice può stabilire che il condannato trascorra un anno in carcere e i due anni restanti in sospensione della pena (sursis).
In nessun caso la pena detentiva da eseguire può superare la metà di quella inflitta accompagnata da sursis. Inoltre, né la parte da eseguire né quella sospesa possono essere inferiori a 6 mesi. Queste previsioni, com’è evidente, sono frutto della sfiducia nelle pene detentive brevi.
Il “sursis partiel” si può applicare non solo alla pena detentiva, ma anche alla pena pecuniaria e al lavoro d’interesse generale.
Una sanzione penale accessoria che può essere pronunciata con la pena è il ritiro della patente da un mese a 5 anni (art. 67). Questa sanzione viene applicata se è stato usato un veicolo per commettere un delitto e se vi è motivo di temere nuovi abusi.
Un’altra novità di rilievo introdotta nel nuovo codice è quella della responsabilità penale dell’impresa, costruita come “colpa organizzativa”, che si ha quando l’impresa omette di adottare un sistema di responsabilità chiaramente definite o di controlli efficaci.
In queste ipotesi la colpevolezza morale dell’individuo si traduce in una colpevolezza propria dell’impresa.
L’art. 5 del nuovo codice contiene poi una previsione diretta a reprimere un fenomeno che non è sconosciuto in Svizzera e che suscita profondo disgusto. Con la nuova previsione si consente di perseguire in Svizzera chiunque si trovi nel territorio della Confederazione se ha commesso un atto di “turismo sessuale” all’estero, intendendosi per turismo sessuale lo sfruttamento di fanciulli (sino a 14 anni) o giovani (sino a 18 anni, se ricorre una forma di violenza) per scopi sessuali. La medesima regola vale per punire la pornografia realizzata con bambini.
Il codice non prevede il controllo elettronico (cosiddetto “braccialetto elettronico”). Ciò non dipende, peraltro, da una contrarietà per questo strumento. Al contrario, il ricorso al braccialetto elettronico in Svizzera sta dando buona prova e si sta diffondendo. L’assenza della previsione dal nuovo codice è dovuta semplicemente al fatto che è tuttora in corso la fase sperimentale di applicazione del nuovo strumento. Come abbiamo già riferito in questa Rivista, occupandoci del ricorso all’Electronic Monitoring (EM) nelle varie parti del mondo, in Svizzera è stato adottato un approccio prudente, che prevede una fase di sperimentazione che durerà al massimo sino al 31 agosto 2005, dopo della quale il Consiglio Federale deciderà, basandosi sui risultati del “progetto pilota”, se introdurre l’EM nel diritto comune. Nello stesso numero del “Bollettino di Informazioni sull’Esecuzione delle pene e misure” dal quale ricaviamo le informazioni sul nuovo codice penale svizzero, si trova un ampio resoconto sull’andamento del “progetto pilota”. Da esso risulta che la sperimentazione sta dando ottimi risultati, tanto da essersi estesa a un numero di cantoni maggiore di quello inizialmente previsto. Ma di ciò parleremo nel prossimo numero de “Le Due Città”.

I concetti generali del nuovo codice
Veniamo ora a qualche considerazione di carattere generale.
Il nuovo codice conserva la tripartizione tra crimini, delitti e contravvenzioni, ma elimina la distinzione, che esiste attualmente nel sistema elvetico, tra reclusione, imprigionamento e arresti.
D’ora in avanti la sanzione penale detentiva sarà unica e si chiamerà “pena privativa della libertà” (art. 40).
La distinzione tra reati di diversa gravità è data soltanto dall’entità della pena: sono “crimini” i reati che comportano una pena privativa della libertà superiore a tre anni, “delitti” quelli che comportano una pena detentiva inferiore o una pena pecuniaria, “contravvenzioni” i reati punibili con la sola ammenda (nella forma, come si è visto, dei giorni-ammenda).
Altra considerazione di carattere generale, che presenta una peculiare importanza per i lettori de “Le Due Città”, è la seguente: lo scopo dell’esecuzione delle pene consiste nel permettere al condannato, dopo la liberazione, di vivere in società senza commettere altri reati, ossia nella prevenzione della recidiva attraverso l’emenda.
Per raggiungere questa finalità, che accomuna tutte le sanzioni penali, il codice afferma il principio del rispetto della dignità del detenuto, principio che si trova collocato al primo posto delle disposizioni relative all’esecuzione delle pene e misure.
L’obiettivo dell’esecuzione viene poi identificato nello “sviluppo del comportamento sociale” del detenuto e, specificamente, della sua capacità di rispettare le leggi.
Malgrado le delusioni che da tempo circondano, anche in Svizzera, la riuscita pratica della risocializzazione, questo obiettivo non è stato abbandonato dal nuovo codice, tutt’altro.
Lo sfavore per le pene detentive brevi, al contrario, è determinato, in parte, proprio dalla circostanza che una pena di durata inferiore a 6 mesi non consente di avviare un serio tentativo di risocializzazione.
La risocializzazione del delinquente rimane dunque chiaramente l’obiettivo della esecuzione penale, obiettivo che deve ottenersi cercando di creare condizioni di vita che si avvicinino il più possibile a quelle della vita normale, offrendo assistenza al detenuto (oltre che al detenuto collocato in “probation”) e prevenendo gli effetti negativi della detenzione.
In conclusione si è di fronte a un profondo rinnovamento legislativo, che vede alcune scelte tecniche di grande interesse, alcune soluzioni coraggiose, ma anche novità che fanno discutere.
Consapevole del carattere in una certa misura rivoluzionario della nuova codificazione, il legislatore svizzero ha previsto che la revisione non entri in vigore prima del 2005, per dare tempo ai cantoni non soltanto di adeguare la propria legislazione, ma anche di svolgere un’attività di formazione diretta soprattutto alle autorità inquirenti e agli avvocati.
    
    

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L’ordinanza urgente per la tutela dell’incolumità pubblica dal rischio di aggressioni da parte di cani potenzialmente pericolosi (G.U. del 12 settembre 2003, n.212) è finalizzata esclusivamente alla protezione delle persone da aggressioni e senza intenti persecutori nei confronti degli animali. Il provvedimento, in vigore per un anno a decorrere dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, si è reso necessario a seguito degli episodi di attacchi feroci da parte di cani, soprattutto pitbull, registrati nelle ultime settimane. È quindi ai pitbull, molossi dalle mandibole prominenti e muscolose selezionati ed allevati dalla fine del 1800 per il combattimento contro i tori, che la misura decisa dal ministro è principalmente rivolta, sebbene coinvolga anche i cani appartenenti a “razze con spiccate attitudini aggressive” appartenenti ai gruppi 1° e 2° della classificazione della federazione cinologica internazionale.
L’articolo 1 dell’ordinanza vieta: l’addestramento di pitbull e di cani di qualunque altra razza, inteso ad esaltarne la naturale aggressività o potenziale pericolosità; qualsiasi operazione di selezione o di incrocio tra razze di cani con lo scopo di svilupparne l’aggressività; la sottoposizione di cani a doping. Viene poi sancito l’obbligo di usare contestualmente il guinzaglio e la museruola nei luoghi pubblici, secondo il regolamento di polizia veterinaria. Il ministro Sirchia, poi, oltre a richiamare i detentori di animali ad adottare i comportamenti prudenziali evidenziati nell’ordinanza, ha individuato i requisiti personali che gli eventuali proprietari devono possedere.
L’articolo 2, in particolare, vieta di acquistare, possedere o detenere tutti i cani considerati pericolosi e non soltanto i pitbull: ai delinquenti abituali o per tendenza; a chi è sottoposto a misura di prevenzione personale o a misura di sicurezza personale; a chiunque abbia riportato condanna, anche non definitiva, per delitto non colposo contro la persona o contro il patrimonio, punibile con la reclusione superiore a due anni; a chiunque abbia riportato condanna, anche non definitiva, per i reati di cui all’art. 727 del codice penale; ai minori di 18 anni e agli interdetti e inabilitati per infermità.
Questi divieti non si applicano ai cani per non vedenti o non udenti, addestrati presso le scuole nazionali come cani guida.
Secondo il provvedimento, inoltre, chiunque possegga o detenga cani potenzialmente temibili è tenuto a stipulare una polizza di assicurazione di responsabilità civile per danni contro terzi, definita secondo i massimali e i periodi di durata stabiliti dal ministero delle Attività Produttive.
I detentori di queste razze che non intendono adeguarsi alle disposizioni dell’ordinanza e scelgono di non tenere più l’animale debbono interessare le autorità veterinarie competenti nel territorio al fine di ricercare idonee soluzioni di affidamento del proprio cane.
Con il provvedimento firmato dal ministro Sirchia l’Italia va ad allinearsi alle disposizioni ben più severe già vigenti da tempo in altri paesi dell’Unione Europea. In Francia e in Germania i pitbull sono ormai stati messi al bando.
    

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Un Paese stanco e nel caos. È questo l’Afghanistan che oggi lavora per la ricostruzione e si prepara ad affrontare due importanti appuntamenti politici: la nuova Carta Costituzionale e le elezioni del 2004
    
    
Il monumento funebre dove è sepolto Ahmed Shah Massoud si erge su una brulla e polverosa collina tra le massicce cime frastagliate che circondano l’alta valle del Panjshir. È una piccola costruzione bianca sormontata da una cupola verde smeraldo scintillante di riflessi, a cui fanno da cornice un mezzo corazzato che probabilmente un giorno servì per portare i guerrieri di Massoud verso il loro destino ed è ora l’abitazione di un vecchio afghano dal viso asciutto e grinzoso, ed un grande ritratto del leone del Panjshir in preghiera, sbiadito dal sole e logorato dalle intemperie.
Ero giunto sulla “collina dei martiri” in un caldo pomeriggio d’estate, dopo un lungo e polveroso viaggio da Kabul, lungo la stretta strada sterrata che, lasciato Charikar e la grande piana di Shomali, sale verso l’alta valle costeggiando il fiume Panjshir.
All’ingresso della valle, superato un vecchio carro armato arrugginito che sembrava fare buona guardia sui rari veicoli e l’occasionale viandante che intraprendono il difficile viaggio, avevamo raggiunto un posto di blocco. Il comandante tajiko, uomo gentile dall’aspetto fiero, il fido Kalashnikov a spalla ed il capo coperto dal classico berretto di lana dei montanari dell’Est, dopo un breve controllo del nostro permesso di viaggio, ci lasciava andare, non prima di averci detto che da quel punto in poi “no photos”. Più in alto, superata la fortezza di Rukha, da dove l’armata rossa lanciava massicci attacchi contro i mujahedeens di Massoud, lungo una piana scoscesa si trova un vasto parco di artiglieria pesante, carri armati, lanciarazzi e mezzi corazzati, testimoni evidenti che per la guerra, in Afghanistan, bisogna sempre essere pronti ed attrezzati.
Dopo quasi vent’anni dal mio ultimo viaggio in Afghanistan con i mujahedeens che combattevano l’invasione sovietica, ero di nuovo sui monti afghani dove per lunghi periodi, tanti anni prima, avevo condiviso con questo forte popolo di guerrieri pane fragrante e té profumato. Questa volta, in un viaggio alla scoperta della nuova realtà di un Afghanistan che, dopo l’11 settembre, tenta di tornare faticosamente ad una vita normale.

Lontani da una stabilità politica
Più di venti mesi dopo la cacciata dei Talibani e di Al-Qaeda, l’Afghanistan è ancora ben lontano dall’aver raggiunto la stabilità politica ed il progresso economico che i partecipanti alla conferenza di Bonn si erano posti come obiettivo, tanto ambizioso quanto poco realistico. Nel sud del Paese, i Talibani, sia ideologicamente che per motivi religiosi, alla presenza di una forza multinazionale sul territorio afghano ed in Pakistan, e fortemente opposti al presidente Karzai, si sono riorganizzati con l’aiuto dei vecchi amici di sempre, e hanno adottato quella stessa strategia della guerriglia con cui giunsero rapidamente al potere intorno alla metà degli anni ’90. Il loro dichiarato intento è quello di far sì che la presenza militare straniera, soprattutto quella americana, diventi insostenibile sia sul piano delle perdite umane che su quello dei conti economici. Uno dei grandi signori della guerra, l’ex premier Gulbuddin Hekmatyar, di etnia pashtoon, conduce azioni di disturbo quasi quotidiane contro i villaggi afghani alla frontiera sud, e si muove segretamente per riorganizzare la resistenza al governo Karzai ed alle forze “di occupazione”.
In altre parti dell’Afghanistan, ad esempio a Mazar-i-Sharif, antiche rivalità sfociano spesso in battaglie notturne tra agguerrite milizie che lasciano sul terreno numerose vittime ed una popolazione terrorizzata. Nella regione di Herat il governatore Ismail Khan, uno degli storici comandanti mujahedeens oggi governatore, si rifiuta di disarmare e continua ad esercitare il proprio potere assoluto senza troppo preoccuparsi del governo centrale a cui ha finalmente versato, dopo molte preghiere e qualche seria minaccia, una parte modesta delle “tasse” raccolte nella propria regione.
Nella capitale Kabul, la forza multinazionale ISAF forte di 4.800 effettivi recentemente passata sotto il comando NATO, di cui fa anche parte un contingente italiano, ha avuto sin qui un impatto fortemente positivo ed è stata capace di garantire una relativa sicurezza. Ma l’ISAF non ha mandato per operare al di fuori di Kabul, e tutti i tentativi del governo in carica di imporre la propria autorità, soprattutto sui leaders regionali ed i recalcitranti comandanti mujahedeens, tanto utili alle forze d’invasione nel dopo 11 Settembre e nella caccia ad Al-Qaeda, sono fin qui risultati vani fondamentalmente a causa dell’insufficienza dei mezzi di cui il presidente Karzai dispone. L’addestramento del costituendo esercito afghano procede molto a rilento e l’obiettivo di una forza di 9.000 effettivi per il 2004 si sta dimostrando chiaramente inadeguato. D’altro canto tutte le iniziative in chiave politica, volte ad estendere il mandato dell’ISAF al resto dell’Afghanistan, sono finora fallite a causa dell’opposizione dei Paesi coinvolti e soprattutto degli USA.
La presenza nel Paese di oltre centomila uomini armati, molti dei quali non hanno conosciuto nella loro vita altra realtà che quella della guerra è incompatibile, a lungo termine, con l’esistenza di un governo di unità nazionale. Troppo numerosi, di etnie diverse ed in certi casi rivali da sempre, troppo legati a questa o quella fazione per essere assorbiti in blocco nel nascituro esercito afghano o nel Corpo di polizia che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe raggiungere i 50.000 effettivi entro pochi anni, l’unico processo ipotizzabile è l’assorbimento di una parte di essi nelle forze armate, ed il disarmo ed il reintegro nella società civile di tutti gli altri ex-combattenti. Dal successo di questa complessa operazione -nota come DDR (disarmo smobilitazione e reintegro) - dipende la possibilità di interrompere il rapporto di sudditanza tra il popolo afghano e i signori della guerra, che ha sempre trovato la sua più profonda ragione di essere nella povertà e nella mancanza di una qualsiasi prospettiva economica per i giovani, soprattutto nelle aree rurali.
Nella nuova situazione strategica che si è venuta a creare in tutta l’area medio-orientale dopo la cacciata dei Talibani e gli avvenimenti in Iraq, i Paesi della regione potrebbero trarre notevoli vantaggi da un Afghanistan politicamente stabile ed impegnato in una vasta opera di ricostruzione. Ma uno dei presupposti fondamentali sarebbe che essi ponessero fine a qualsiasi forma di ingerenza negli affari interni del Paese, a cominciare dal processo politico in corso.

Gli interessi dei potenti
In realtà, e malgrado la determinazione di Hamid Karzai, che in una intervista aveva affermato «l’Afghanistan non sarà mai più il football politico che è stato negli anni ’90. Il suo suolo non potrà mai più essere usato da un Paese contro un altro», le potenze regionali continuano con la politica di sempre, tesa a consolidare e possibilmente allargare la propria sfera di influenza. La “Dichiarazione di Kabul” firmata nel dicembre 2002 da Cina, Iran, Pakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, sotto i vigili occhi del presidente Hamid Karzai ed alla presenza degli emissari di varie potenze tra cui la Russia, l’India e l’Arabia Saudita, con cui quei Paesi si impegnavano a mai più interferire negli affari interni dell’Afghanistan, è fin qui rimasta solo nell’ambito delle dichiarate intenzioni.
La Russia, che secondo autorevoli fonti diplomatiche a Kabul non vede di buon occhio la presenza USA in Afghanistan, continua a fornire armi ad uno dei grandi signori della guerra, mentre l’Iran si occupa di sostenerne un altro. L’India da parte sua è impegnata a contrastare l’eterno nemico Pakistan sul terreno politico ed economico. L’Uzbekistan fornisce aiuti militari e guardie del corpo al generale Dostum, e ricchi privati sauditi finanziano i movimenti integralisti islamici.
In questa nuova edizione dell’eterno “Great Game” il Pakistan, come sempre, gioca un ruolo importante e forse decisivo per il futuro della regione. Pubblicamente al fianco del governo Karzai e degli Stati Uniti nella lotta ad Al-Qaeda, secondo fonti diplomatiche a Kabul e leaders moderati dell’etnia Pashtoon, settori deviati dei servizi pakistani sono impegnati in città come Quetta e Peshawar a proteggere i Talibani ed a facilitarne le azioni di guerriglia. La recente vittoria elettorale nelle zone tribali alla frontiera nord del Pakistan dell’MMA (Mattahida Majlis-e-Amal) pro - Taliban e pro Al-Qaeda, favorisce gli elementi più radicali e gli estremisti religiosi interessati ad un ritorno al potere dei Talibani in Afghanistan. «Chiunque combatta gli americani è nostro amico e noi li aiuteremo in tutti i modi possibili», ha recentemente detto un membro del Consiglio provinciale in un’intervista rilasciata al giornalista pakistano Ahmed Rashid.

Voglia di normalità
In un Paese colpito sovente da lunghe siccità, dove solo una modesta frazione della terra è coltivabile, con scarse vie d’accesso ai mercati delle città e una pressoché totale mancanza di infrastrutture, la maggior parte della gente comune continua ad essere disperatamente povera. Kabul è oggi una città convulsa e fremente dove oltre due milioni di afghani, arrivati da tutto il Paese in cerca di fortuna, tentano di ricostruire una normalità sconosciuta da oltre trent’anni di guerra civile, invasioni straniere, cinque milioni di rifugiati e quasi due milioni di morti. Tra vecchi palazzi accartocciati su se stessi ed altri dalle facciate deturpate dai colpi di mitraglia, una popolazione dallo spirito indomabile si affanna in mille faccende quotidiane, ancora preda di una paura antica ormai divenuta compagna della vita quotidiana. Raccontano in città che durante una delle tante battaglie per Kabul, in un giorno in cui qualcuno si doveva sentire particolarmente aggressivo, sono piovuti su Kabul più di mille razzi in poche ore.
I mercati sono pieni di carne, frutta e verdura ma, a causa dei prezzi inflazionati, ben pochi si possono permettere di comprare persino il necessario. Il livello dei salari è estremamente basso, anche per quei fortunati, pochi, che occupano posizioni di alto livello negli organi governativi. Un funzionario di un ministero, a cui avevo manifestato sorpresa per le poche persone che vedevo fumare, con uno sguardo tra il sarcastico e l’offeso, mi ha detto: «Il poco che guadagnamo serve per le nostre famiglie, per le sigarette non resta niente». Per le strade ariose ed ombreggiate della città, uno sciame di bambini scalzi e malandati si affanna a vendere giornali e vecchi libri, si improvvisa lustrascarpe, e con modi gentili ed un sorriso pieno di speranza offre i propri servizi di facchino portatutto ai rari stranieri che incontra.
Quando due famosi fotografi iraniani, Manoocher e Reza Deghati, fondatori di AINA - una ONG multimediale che ha come fine primo quello di addestrare i giovani afghani al giornalismo ed alla pubblicazione di organi di stampa e per la stampa - hanno offerto venti posti per il training, più di cinquecento aspiranti si sono accalcati sin dalle prime luci dell’alba per essere tra i primi a presentare la propria candidatura. Mentre andavo un giorno ad AINA a trovare i vecchi amici, un ragazzetto con un fare allegro e lo sguardo sornione di chi pensa di fare un colpo mi ha sbarrato la strada nel cortile e, sventolando la più recente rivista in inglese, mi dice «cento afghani, cento afghani», ovvero circa due dollari. Dopo lunghe contrattazioni di afghani gliene ho dati quaranta. Sulla copertina il prezzo alla vendita era indicato in lettere in grassetto: cinque afghani.
A Kabul vive Ahmed Nur, un giovane afghano dalla folta barba sempre ben curata. Sposato da alcuni anni e padre di tre figli, Ahmed lavora già da alcuni anni per uno dei tanti programmi delle Nazioni Unite, prima in Pakistan durante il periodo dei Talibani, ed ora di nuovo a Kabul.Oltre alla propria famiglia, con cui vive in una modesta casa protetta da un muro di cinta ed una grande cancellata di ferro, Ahmed si occupa anche dei suoi fratelli e sorelle che aiuta come può. Per uno di loro, che in un villaggio al confine con il Pakistan sbarcava un misero lunario trasportando passeggeri con una bicicletta a motore, Ahmed ha trovato anche il modo di aprire un piccolo negozio di gomme usate. «Per tutti il problema più grande è la mancanza di lavoro sopratutto nelle campagne», mi diceva un giorno mentre sulla fresca riva di un fiume dividevamo un modesto pasto fatto di more e pane fragrante. «Pochi sono coloro che possono permettersi di mandare i figli a scuola e lavorare la terra è difficile, faticoso e poco redditizio».

Droga e povertà: un binomio inscindibile
In questa situazione di quasi totale assenza di reali alternative economiche, i contadini afghani hanno ripreso a coltivare oppio su vasta scala. Dopo il crollo registrato nel 2000 quando, a seguito di un editto dei Talibani, la produzione era scesa a poco più di cento tonnellate, l’Afghanistan è ritornato ad essere nuovamente il più grande produttore di oppio al mondo, con un raccolto che nel 2002 ha superato le 3.000 tonnellate di prodotto grezzo - ovvero quasi quanto basta a coprire il fabbisogno globale di eroina - con analoghe previsioni per il raccolto del 2003.
La proibizione totale alla coltivazione e alla vendita dell’oppio su tutto il territorio nazionale, varata dal governo Karzai all’inizio del 2002, e la successiva campagna di eradicazione delle coltivazioni hanno avuto, sinora, successo solamente in quelle aree dove il governo poteva contare su governatori alleati. Malauguratamente la relativa diminuzione della produzione così ottenuta, principalmente nelle province di Helmand e Kandahar, è stata compensata da una forte espansione in altre aree, sopratutto nella fascia centrale dell’Afghanistan.
Il direttore della commissione antinarcotici, Mr Mirveis, è un uomo colto e piacevole da poco rientrato nel suo paese dopo lunghi anni trascorsi in Pakistan. Sono andato a trovarlo durante i giorni trascorsi a Kabul e nel corso di ripetuti incontri nel suo ufficio, in una bella palazzina di Kabul, abbiamo parlato di Afghanistan, di droga e del suo nuovo ed importante incarico. «L’Afghanistan non riuscirà a risolvere i suoi problemi finché non avrà raggiunto la necessaria stabilità politica e finché i fondi messi a disposizione dalla comunità internazionale per la lotta alla droga saranno così drammaticamente inadeguati», mi ha detto Mr Mirveis. «I warlords traggono i loro maggiori profitti dalla droga e non vogliono vedere un Afghanistan stabile perché sanno benissimo che senza droga non ci sarebbero più warlords». Mr Mirveis non condivide il comune punto di vista secondo cui il problema droga continuerà ad essere irrisolto finché non si riuscirà a combattere efficacemente quello della povertà sopratutto nelle zone rurali. «La stragrande maggioranza degli Afghani è egualmente povera ma non coltiva droga. Ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità politica e l’eliminazione di coloro che tengono ostaggio il Paese da vent’anni. Se ciò accadesse, ed avessimo a disposizione forze e fondi sufficienti potremmo eliminare le coltivazioni d’oppio in poco più di tre anni».
Pochi giorni dopo il mio arrivo a Kabul avevo incontrato, in un’occasione modestamente conviviale, il comandante del contingente italiano dell’ISAF, Silvio Biagini, un colonnello veterano di molte missioni di pace dai modi affabili ed estremamente gentili. Nei giorni seguenti avevo avuto la sua autorizzazione a partecipare ad un’operazione umanitaria in un villaggio all’estrema periferia di Kabul.
Nella luce dorata delle prime ore di uno splendido mattino, il colonnello Biagini ed i suoi uomini hanno iniziato un lungo giorno di lavoro tra l’eterna polvere ed il consueto traffico caotico della capitale. Una prima clinica, dove i burkha di un gruppo di donne in paziente attesa formavano una magnifica macchia azzurra frammista solo ai colori vivaci di tanti irrequieti bambini, poi, non lontano dalla vecchia strada per Jalalabad, un villaggio di strette stradine sterrate e case di fango dai muri sforacchiati e spesso semidistrutti, segno inconfondibile della interminabile guerra che non ha risparmiato nulla e nessuno. Al centro del villaggio tra una fetida macchia di acqua stagnante verde e maleodorante ed una discarica improvvisata, bambini curiosi facevano amicizia con agguerriti carabinieri dalle impeccabili divise. Lasciamo i villaggi verso una collina che domina la piana di Kabul dove si erge una magnifica costruzione dagli altissimi pilastri di marmo, che sorreggono un tetto a cupola completamente sventrato dalle bordate di razzi, che per anni sono piovute sulla città. In quello che un giorno fu un imponente mausoleo funebre, oggi, tra lastre di marmo divelte, finestre ridotte a feritoie dai sacchetti di sabbia e porte sventrate, sono sepolti i re afghani e le loro famiglie. Sul piazzale antistante, un gruppo di Carabinieri paracadutisti è impegnato ad addestrare un centinaio di militari afghani scelti, alla difficile arte della protezione dei VIP. Incontriamo un professore afghano dalla barba bianca che ha studiato a Genova e parla un ottimo italiano, poi un generale dell’esercito afghano che con aria deferente ringrazia il colonnello Biagini per tutto ciò che ai suoi uomini è dato di apprendere. È l’ultima tappa di un lungo e faticoso mattino e, coperti dall’implacabile polvere che ci accompagna ormai da molte ore, rientriamo alla base italiana dell’ISAF dove ci attende una mensa tanto succulenta quanto inaspettata. Si continua nel pomeriggio di qui e di là fino al tramonto quando raggiungiamo uno sterminato cimitero di mezzi corazzati abbandonati dai russi in ritirata. Con aria pensosa il comandante mi dice: «Ecco il simbolo più straordinario che si possa immaginare della caduta di un impero».
Riforme della giustizia criminale
Carla Ciavarella, di professione direttore penitenziario, da qualche mese lavora alla missione ONU a Kabul, all’ufficio contro la droga ed il crimine (ODC). La dott. Ciavarella si occupa, con passione e professionalità, di creare a Kabul un centro dove le donne detenute per reati comuni possano scontare la loro pena in condizioni dignitose ed, in certi casi, occuparsi dei propri figli più piccoli. Il progetto è parte del programma di cooperazione ed assistenza che l’Italia, come Lead Country per la riforma del sistema giudiziario criminale in Afghanistan, è impegnata a realizzare sia direttamente che attraverso UNAMA, la missione ONU a Kabul. Ne è Coordinatore Speciale Giuseppe di Gennaro, ex Direttore Esecutivo del programma delle Nazioni Unite per il controllo della droga e del crimine. In stretta collaborazione con il ministero della Giustizia e con la Judicial Reform Commission afghana, di Gennaro, con un gruppo di esperti italiani, sta portando avanti un complesso lavoro di riforma delle istituzioni, riabilitazione delle infrastrutture e delle prigioni, a partire dalla tristemente famosa Pol-i-Charki, e di formazione di 450 magistrati e procuratori. L’adozione di un moderno Codice di Procedura Penale e la riforma dell’antiquato sistema giudiziario afghano sono presupposti essenziali al successo del progetto di ricostruzione, ed offrono una reale possibilità per reintegrare le donne afghane nella vita economica, politica e sociale del loro Paese.

L’opera di ricostruzione
Nei prossimi mesi, l’Afghanistan affronterà due appuntamenti politici di vitale importanza. Quello a più breve scadenza è la nuova Carta Costituzionale che la “Constitutional Loya Jirga” dovrà varare non prima di aver risolto alcune delicate questioni sia di tipo legale che costituzionale. Una di esse, certamente tra le più importanti, è quella di definire il ruolo dell’Islam nel nuovo stato trovando una formula che permetta di armonizzare i tradizionali valori della legge islamica con il sistema legislativo varato dalla monarchia agli inizi del secolo scorso.
L’altro appuntamento, ben più complesso da molti punti di vista, è quello delle elezioni previste, secondo gli accordi di Bonn, per l’estate del 2004.
Il processo elettorale deve innanzitutto risolvere il difficile problema della registrazione dei votanti. Secondo quanto stabilito espressamente dagli accordi di Bonn, le varie etnie del paese e la popolazione femminile, dovranno essere rappresentate in maniera equa sia tra i votanti che nella distribuzione dei seggi del Parlamento che dovrà emergere dalla consultazione elettorale. In un Paese senza una adeguata rete di comunicazioni, in cui praticamente non esistono infrastrutture amministrative e dove la stragrande maggioranza della popolazione è analfabeta, il censimento che dovrà stabilire i principi per questa corretta distribuzione dei seggi tra le varie regioni e le molteplici etnie, si presenta come operazione estremamente complessa, che certamente non mancherà di sollevare problemi politici estremamente delicati. L’opinione comune tra gli addetti ai lavori in Afghanistan è che il tempo che resta - meno di dodici mesi - sembra essere largamente insufficiente. D’altronde, come fa notare Reginald Austin, responsabile della missione dell’ONU che ha il compito di assistere la Commissione Elettorale Afghana, «non era realistico aspettarsi che la società afghana potesse passare nell’arco di due anni da una situazione fortemente conflittuale ad una di dialogo politico a cui, tra l’altro, potesse partecipare il settore femminile. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che il Sud Africa, che pure conosceva la democrazia sin dal 1912, di anni ne ha impiegati sei».
Malgrado le mille difficoltà che l’autorità di transizione afghana si trova ad affrontare quotidianamente, l’opera di ricostruzione continua ininterrotta. Anche grazie all’impegno delle Nazioni Unite e di molte ONG presenti sul territorio. Il raccolto 2003 di cereali, stimato a circa 4,6 milioni di tonnellate di cui 2,6 milioni di solo grano, sarà quasi doppio rispetto a quello del 2001 ed è il più abbondante a partire dal 1978, l’ultimo prima dell’inizio della guerra. Circa due milioni di profughi hanno potuto far ritorno alle loro case ed ai loro villaggi, e quasi tre milioni di mine sono state rimosse e distrutte. Notevoli successi si sono raggiunti anche nel campo dell’istruzione con circa quattro milioni di giovani, tra cui un buon 30% di sesso femminile, che hanno accesso all’insegnamento in oltre 7.000 scuole. Si lavora alla ricostruzione delle principali vie di comunicazione, a nuove reti telefoniche, a migliorare l’assistenza sanitaria con varie campagne di vaccinazioni contro la poliomelite ed il tetano, mali endemici che affliggono il Paese da sempre. La Banca Mondiale stima che l’Afghanistan nei prossimi cinque anni, avrà bisogno di circa 15 miliardi di dollari in aiuti per il proprio programma di ricostruzione, ma è ben difficile ipotizzare, nell’ attuale situazione politica ed economica mondiale, da dove tali ingenti somme potranno venire.
Il popolo afghano è stanco. Stanco di miseria e di guerra, stanco di sperare in un futuro migliore che non arriva mai, stanco di aver paura. Per poter rispondere alle sue aspettative, la comunità internazionale deve affrontare il dilemma fondamentale di come riuscire ad accelerare il processo di ricostruzione, sia delle infrastrutture che politico, in una situazione che dal punto di vista della sicurezza, e col passare del tempo, si va facendo sempre piu complessa. La sola alternativa è quella di vedere l’Afghanistan piombare, una volta di più, nel caos e nell’anarchia. l

Sandro Tucci, Senior Advisor dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. È stato portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e del crimine.
Nell'ambito di una collaborazione che sta iniziando con le Autorità afghane, nel prossimo mese di novembre è prevista la partecipazione di un gruppo di operatori penitenziari di Kabul e delle province ad un corso di formazione presso l'Istituto Superiore di Studi penitenziari di Roma

L’Afghanistan in breve
L’Afghanistan è uno stato dell’Asia che confina con l’Iran a ovest, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Tadzikistan a nord, il Pakistan a sud e a est, e a nord est con la Cina.
Estensione: 652.225 chilometri quadrati
Abitanti: 22.660.000
Etnie: ceppo iraniano (pashtuni e tagiki) ceppo mongolico (hazara, usbechi, kirghizi)
Lingue ufficiali: pashto e dari
Moneta: afghani
Capitale: Kabul
Città principali: Kandahar, Herat
Territorio: prevalentemente montuoso
Clima: Continentale con venti secchi e forti escursioni termiche diurne e stagionali. Vegetazione stepposa.
La mostra: la storia del Paese attraverso oggetti e fotografie è al Museo di etnologia di Vienna fino al 1° dicembre

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