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Dopo clamorosi fatti di cronaca, un’ordinanza del ministro Sirchia cerca di riportare l’“amico dell’uomo” al suo ruolo naturale
    
    
Dai tempi di Omero (ricordate Argo, il vecchio cane che riconosce Ulisse prima degli altri, al suo rientro in patria?) ai nostri giorni (inevitabile la citazione della cagnetta Lajka, primo essere vivente ad andare in orbita, a bordo dello Sputnik II, 1957), passando per il ricco Epulone e Giuseppe Parini, Ilaria del Carretto e la Banda Bassotti, senza dimenticare Crudelia De Mon e il logo di un noto stilista, il cane e l’uomo hanno vissuto un legame stretto, di presenza, di interdipendenza, di affetti ai limiti talvolta della psicopatia. E lo vivono tuttora, la vita quotidiana essendo costellata di racconti, storie e realtà che hanno per oggetto e soggetto l’uomo appunto e il cane, il “suo” cane.
Ma da quando l’uomo ha cominciato a dubitare di se stesso, sia diffidando sistematicamente dei suoi simili, sia cercando sempre nuove vie spesso ai limiti dell’illecito, per emergere, guadagnare, avere, questo legame è entrato in crisi. Crisi accentuata per la goffa pretesa dell’uomo di avere la natura totalmente prona ai suoi capricci. Il cane è così diventato un oggetto da esibire più che una creatura da amare, un randello per colpire più che un aiuto da cercare, una chiave da business più che una compagnia da difendere. La stagione, la nera stagione dei pitbull (la chiamiamo così, ma loro, gli animali, che c’entrano?), si spiega proprio con questo atteggiamento dell’uomo, che invano un’ordinanza ministeriale ha cercato di riportare alla realtà, alla ragione. (Anzi, non abbiamo capito bene il perché, ma l’ordinanza di Sirchia ha sollevato una canea – ci perdonino i nostri amici a quattro zampe – che avrebbe meritato ben altre motivazioni…).
La frequenza degli “incidenti” con cani di grossa taglia protagonisti ha così indotto il ministro della Salute a ricordare, ché di questo alla fin fine si tratta, diritti e doveri non tanto degli animali, quanto piuttosto di chi gli animali possiede: diritto, certo, al possesso di qualsivoglia animale, purché naturalmente questo non sia in contrasto con le leggi e non metta a repentaglio la salute e l’incolumità pubblica; e dovere, altrettanto certo – anche se su questo aspetto si preferisce glissare – di tenere nei confronti dell’animale e dell’habitat in cui vive il massimo rispetto e la massima cura. Compresa la possibilità di risarcire eventuali danni arrecati. E nel dubbio che questo risarcimento possa essere oggetto di lunghi e defatiganti contenziosi giuridici è stata prevista l’assicurazione obbligatoria. Questo obbligo ha fatto addirittura arricciare il naso ai tanti Signor Sopracciò che hanno creduto di vedere il segno tangibile di un’intesa ministero-compagnie di assicurazione.
Un altro motivo di alti lai è stato l’elenco delle razze canine oggetto dell’ordinanza: alla Salute ne hanno contate 92, e poiché c’era anche il “divo” Lassie, si può immaginare l’ironia che ha accompagnato certi commenti. Sul numero non ha concordato, a dire il vero, neppure la Regione Lazio che per prima ha fatto eco al ministero pubblicando la sua brava legge regionale in materia (vedi riquadro a pag. 42). Ma come è stato in più occasioni ribadito, l’ordinanza ha inteso soprattutto disporre un telo protettivo a difesa e a tutela della salute e dell’incolumità pubblica contro i danni – anche soltanto potenziali, perché no? – procurati dall’incuria e dalla superficialità con la quale molti padroni trattano i loro cani.
Naturalmente, nel gran diluvio di proteste, prese di posizione, dichiarazioni, commenti, chi è andato a nozze sono stati soprattutto i maîtres à penser che sanno tutto e di tutto discettano, confondendo anche le idee dei reggitori dei mass media, che hanno finito con l’attribuire – siamo sicuri involontariamente – le maggiori responsabilità ai cani: non diversamente ci sembra di interpretare l’insistenza con la quale sono state pubblicate le fauci voraci, i denti aguzzi, i primi piani (al confronto lo Squalo di Spielberg era roba da lattanti…) del mastino di turno. E mai che sia stato possibile vedere la faccia di uno, uno solo, dei rispettivi padroni. Siamo sicuri che sia correttezza e completezza di informazione, questa?


Quanti sono
• In Italia è stimata una popolazione di 6,5 milioni di cani, ma meno del 20 per cento è iscritto ai libri genealogici e solo una parte di questi è sottoposta a verifiche riguardanti l’aggressività.
• Lo scorso anno sono stati acquistati 154.141 cani di razza nati in allevamenti italiani. La preferenza netta è stata accordata ai pastori tedeschi: nel 2002 sono stati comprati 23.727 cuccioli.
• La Lav - Lega AntiVivisezione - calcola che in Italia ci sono dai 12.000 ai 15.000 pitbull. Un cucciolo di tre mesi costa mediamente 1.000 euro. Il doppio se padre e madre sono “combattenti”.
    

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