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carcere11 settembre 2013 -  Le storie di tre detenuti che sono inseriti nei progetti lavorativi all’interno delle prigioni siciliane.
“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un’evasione”.
Lo sanno bene gli oltre settemila detenuti nelle carceri siciliani che, ispirati da questa frase di Jack Folla, il noto dj nel braccio della morte, protagonista di una nota trasmissione radiofonica a cura di Diego Cugia, cercano “l’evasione” attraverso i numerosi progetti di reinserimento che si svolgono all’interno dei troppo affollati istituti penitenziari dell’Isola.
Scontare una pena, ma nello stesso tempo “evadere”, occupando gran parte della giornata in varie attività lavorative, rappresenta l’unico modo utile e civile a salvaguardia dei diritti dei detenuti, che nella maggior parte dei casi, una volta in libertà, non commettono più i reati per i quali sono stati rinchiusi.
Salvo 33 anni è in carcere da due per rapina e sta scontando la sua pena occupandosi di raccogliere e lavorare gli ortaggi coltivati nel terreno circostante la casa circondariale Pagliarelli nel capoluogo siciliano. Salvo ha una moglie e due figli e quando prepara i cesti di frutta o lavora il miele pensa soltanto a loro.
“In questi due anni che mi restano da scontare - afferma il palermitano Salvo - le varie attività che svolgo mi fanno sentire utile verso la mia famiglia a cui racconto tutte le cose che sto imparando. Rispetto ad altri miei compagni di carcere mi sento fortunato di avere la possibilità di uscire e lavorare e quando sarò libero voglio trovare un’occupazione onesta”.
Mentre racconta la sua vita di ogni giorno all’interno del Pagliarelli, Salvo si lascia scappare anche la richiesta allo Stato di un indulto e un’amnistia per coloro che, con reati minori, sono costretti a vivere in istituti penitenziari che rischiano di scoppiare a causa dell’esagerato sovraffollamento.
A pensarla come lui anche Baiba Youssef, giovane marocchino che, in carcere da tre anni per spaccio, trascorre le sue giornate lavorando in cucina. “Mi alzo ogni mattina alle sette - afferma Baiba - preparo il caffé e distribuisco la colazione ai miei compagni.
Tra le sbarre essere occupati in qualche attività è una cosa importante: una volta fuori voglio lavorare in un ristorante. Quando commettevo dei reati - continua Baiba - non conoscevo l’Italia, ero sbandato, non parlavo la lingua e tutti mi sbattevano la porta in faccia”.
Giuseppe, invece, coi i suoi 17 anni è ospite nel carcere minorile di Palermo “Malaspina”. Dentro per rapina si occupa di giardinaggio, studia per prendersi la licenza di terza media e dice che la cura delle piante sarà la sua futura attività.
Tanti i progetti lavorativi all’interno delle carceri. Un universo di attività che spesso però si scontra con la carenza di personale e di associazioni di volontariato disposte a portare avanti le iniziative. “L’80 per cento circa dei detenuti che vengono sottoposti ad un’esecuzione penale regolare di trattamento rieducativo - spiega il garante dei detenuti Salvo Fleres - una volta usciti non reiterano i reati e non tornano in carcere, mentre l’80 per cento dei carcerati che scontano la pena in strutture sovraffollate, prive di trattamento, di istruzione tornano in carcere più volte”.
 

FONTE La Sicilia 9 settembre - Onorio Abruzzo

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