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2 Ottobre 2014 -  L’Associazione Onlus “La Pasqua di Bach”, fondata da Mario Ruffini, che la dirige, unitamente a S.E. Cardinale Giuseppe Betori, che ne è il presidente onorario (l’Associazione ha sede presso l’Arcidiocesi, in Piazza San Giovanni 3, Firenze), prosegue il suo Progetto Carceri: domenica 28 settembre 2014 ha portato L’Arte della fuga di Johann  Sebastian Bach nel carcere di Rebibbia, maschile e femminile, con due diverse esecuzioni, mattutina e pomeridiana, realizzate grazie alla collaborazione dell’Orchestra da Camera Benedetto Marcello.

Il Progetto Carceri si propone di portare L’Arte della fuga di Johann Sebastian Bach per la prima volta nella storia dentro gli istituti di pena, con un organico orchestrale di 14 archi, cui si aggiunge un coro misto: il numero 14 non è casuale, poiché racchiude tutti i segreti del magistero musicale bachiano.

Il Progetto Carceri / L’Arte della fuga si propone di donare ai detenuti un forte motivo di riflessione sulle potenzialità di rinascenza che ogni luogo appartato, anche quello estremo della reclusione, può generare.

La prima tappa del Progetto ha avuto inizio a Firenze con l’esecuzione nella Casa Circondariale di Sollicciano, lunedì 25 marzo 2013, che seguiva quella pubblica della Domenica delle Palme alla Basilica di Santa Croce, alla presenza di 2000 persone, con la riflessione teologica del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze.

La seconda tappa del Progetto ha avuto luogo a Teramo con l’esecuzione nella Casa Circondariale e di Reclusione di Castrogno, venerdì 5 aprile 2013. Anche in questo caso, l’esecuzione in carcere ha avuto un pendant pubblico con l’esecuzione nella Cattedrale della stessa città, che in quel caso si avvaleva della riflessione del vescovo Michele Seccia, titolare della Diocesi di Teramo e Atri.

 La terza tappa del Progetto ha avuto luogo a Roma con l’esecuzione nella Casa di Reclusione Maschile di Rebibbia Nuovo Complesso; la quarta tappa ha luogo sempre a Roma e sempre a Rebibbia, nella Casa di Reclusione Femminile. Entrambe il 28 settembre 2014, con una prolusione teologica di Don Alfredo Jacopozzi, direttore dell’Ufficio Cultura dell’Arcidiocesi di Firenze, e di Don Vincenzo Russo, cappellano del carcere di Sollicciano.

Tutti gli appuntamenti musicali offerti ai detenuti sono sempre preceduti conferenze e incontri preparatori di Mario Ruffini con i detenuti stessi.  

 

NOTA SULL’OPERA MUSICALE

 

Il titolo dell’opera sembra evocare il massimo desiderio istintuale di ogni prigioniero, limitato nella propria libertà: “insegnare” ai detenuti l’arte di fuggire è dunque quasi un gioco di parole. Ma la “fuga” di cui si parla è un evento dello spirito, della ragione e della fede, ed è questa la via di fuga che vuole essere portata ai detenuti, vero messaggio di speranza e rinascita dal luogo dove la libertà è forzatamente limitata.

 Lo stesso Bach ha vissuto la prigionia nella doppia forma della realtà carceraria e della solitudine professionale. Per un intero mese Bach fu infatti effettivamente imprigionato a Weimar a causa della sua decisione di lasciare la Corte dove era a servizio, per trasferirsi a Köthen dal principe Leopoldo Augusto. I regnanti di Weimar si sentirono traditi dall’abbandono del loro Maestro di Corte (il musicista, a quell’epoca, era poco più che un lacchè), e lo incarcerarono dal 6 novembre al 2 dicembre 1717.

Per un lungo periodo Bach si trovò invece a vivere gli ultimi anni della sua esistenza in una condizione professionalmente e spiritualmente “prigioniera”, cioè in un luogo (Lipsia) che era fuori dai grandi flussi alla moda del Rococò, e dunque lo costrinse a una sorta di isolamento.

 Quell’isolamento spirituale si rivelò però una immensa fortuna, poiché fu alla base della più grande delle più straordinarie opere teoriche dell’ultimo periodo, fra cui L’Arte della fuga, ultima opera e opera ultima, preceduta da altre speculazioni della ragione, come le Variazioni Goldberg, l’Offerta Musicale o da Canoni Enigmatici. Evento dello spirito, prima ancora che della musica, tanto che nessun organico fu assegnato per la sua esecuzione.

L’ Arte delle fuga rimane incompiuta poiché Bach termina i suoi giorni terreni mentre scrive gli ultimi contrappunti del suo capolavoro. L’ultimo soggetto è composto sulle note Sib-La-Do-Si, cioè il nome BACH scritto in forma di note e posto a suggello di tutta una vita spesa fra musica e Dio. Carl Philipp Emanuel Bach, suo figlio, seguendo le disposizioni paterne, aggiunge il Corale Von deinen Thron tret ich hiermit (Davanti al tuo trono mi presento) scritto da suo padre trent’anni prima. L’Arte delle fuga diventa così un omaggio della ragione alla fede nel momento supremo della morte.