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atempodebito11 marzo 2015 -  Presentato in anteprima al Cinema Multiastra di Padova il film "A tempo debito". La stanza composta di banchi e sedie sistemate in cerchio fa pensare a un'aula scolastica qualsiasi, se non fosse per quella porta pesante e le finestre rinforzate con delle sbarre di ferro che rivelano la vera natura di ciò che circonda quel luogo: un carcere.
Quella camera è adibita ad aula per svolgere corsi scolastici. E infatti i banchi sono spesso occupati da detenuti che seguono la scuola media oppure i corsi di alfabetizzazione. Sulla lavagna le tracce del tema non dicono se si trattava di un compito da svolgere in classe, o in cella. La porta viene aperta in continuazione da detenuti che infilano la testa per vedere cosa succede. Ma il curioso di turno viene sempre richiamato da qualcuno e la porta si richiude.
 Il tanto interesse su cosa sta succedendo è dovuto ad una voce di corridoio, secondo la quale in quella stanza si sta girando un film. Infatti nei reparti detentivi è girato un volantino strano che informava la popolazione detenuta che si stavano cercando degli attori per un film. Poi c'era stato il casting, e adesso quindici detenuti sono stati chiamati e si trovano in questa stanza. Di fronte a loro, una donna sistema la telecamera, un'altra regge in alto un microfono, mentre un uomo comincia a parlare di cinematografia, di attori e di interpretazione.
Si chiama Christian Cinetto ed è un regista vero che vuole realizzare un cortometraggio. Ha scelto la Casa circondariale perché, dice, "vogliamo mostrare il carcere preventivo, quello dove le indagini sono ancora aperte, e i detenuti non sanno né dove né per quanto saranno ancora rinchiusi". Per fare questo è stato autorizzato ad incontrare il gruppo dei detenuti due volte a settimana nell'aula scolastica. Sono state inoltrate richieste al Ministero per poter girare anche in altri spazi, come il campo da calcetto, qualche corridoio, un reparto detentivo. Intanto c'è una stanza e quindici detenuti con la voglia di sperimentare. Solo due di loro sono italiani, gli altri tredici rispecchiano un po' la composizione degli stranieri che vivono oggi in Italia. Colori diversi, lingue diverse, vite diverse. La prima cosa da fare è coinvolgerli in un progetto comune. Fargli raccontare la loro condizione detentiva può essere un punto di partenza. "Abbiamo capito che se davvero volevamo trovare un punto d'incontro, quello non poteva essere che il loro stesso stato di detenuti in attesa di giudizio", spiega il regista.
Inizia così un percorso che dura cinque mesi. Si riprende tutto, le conversazioni e ogni loro espressione, le difficoltà nell'insegnare e ogni loro imbarazzo. Ogni incontro offre la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo sulla loro quotidianità, spesso ti permette perfino di scavare nelle loro anime, ed è tutto prezioso. Il regista lo chiama raccontare il loro "limbo", senza conoscere i reati che questi uomini hanno commesso, per dare una visione autentica dell'essere umano oltre il suo crimine.
Le persone imparano a studiare le loro parti, superano gli imbarazzi e interpretano scene di quotidiana galera. Questo le fa avvicinare di più. Scherzano tra di loro, si appassionano insieme, e alla fine sembrano una vera troupe cinematografica. "Abbiamo scavato per trovare qualcosa in comune per creare, tutti e quindici insieme, nonostante le difficoltà culturali, una storia da condividere, nella quale ciascuno di loro fosse protagonista", racconta Christian.
I cinque mesi passano in fretta. Le riprese finiscono. Il regista lascia il carcere con decine di ore di registrazione su cui lavorare, mentre i detenuti tornano nelle loro celle ad aspettare il processo. La loro avventura cinematografica è finita. La troupe invece, con quelle riprese, ha realizzato un documentario dal titolo "A tempo debito" per offrire al pubblico la possibilità di vedere un altro racconto della "realtà" dentro le mura della Casa circondariale di Padova. "Lo abbiamo intitolato "A tempo debito", spiega Cinetto, "perché il tempo è l'elemento essenziale: lo è per i detenuti, che vivono in un'attesa che non dipende dal loro arbitrio, ma da chi deciderà per loro; lo è per noi che abbiamo lavorato nel tempo per mettere insieme queste persone e portare avanti un progetto nonostante gli attriti e le chiusure. Debito perché tutti i protagonisti hanno un debito da pagare".
A riflettori spenti, quella stanza composta di banchi e di sedie sistemate in cerchio sicuramente oggi è tornata alla sua routine carceraria, occupata da detenuti, mentre gli insegnanti si danno i turni per riempire la lavagna di parole e di numeri. Ma forse proprio grazie a quell'aula scolastica, oggi tutti hanno la possibilità di conoscere un pezzo di carcere in attesa di giudizio.
da Ristretti Orizzonti