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pepeIl 21 marzo 2014 presso il teatro Argot Studio di Roma, nell’ambito della XX edizione de "La scena sensibile 2014", la compagnia SangueGiusto presenta “Pepe”. Scritto e interpretato da Laura Riccioli, lo spettacolo è frutto degli incontri avvenuti durante  sei anni di insegnamento di teatro e pittura nel carcere di Civitavecchia dell'autrice stessa.  E’ lì che le due donne, che questo monologo racconta, si incontrano. Una è una detenuta. L’altra è un’insegnante di pittura e teatro.  Il pretesto di quest’incontro è l’arte. Il mezzo è il dialogo.  Dialogo col carcere, con sé stesse, con il fuori, l’una con l’altra. Questo dialogo qui, in teatro, si farà monologo.  Il monologo di Espedita Pepe, la detenuta, durante una lezione di pittura del tutto insolita in cui esplode la vitalità di una donna che “chiusa non ci sa proprio stare” e irrompe nell’intimità della professoressa  coinvolgendola in un vortice di provocazioni, ironia, cinismo, incanto e, inaspettatamente, di quell’arte dell’allegria con cui spesso si difende chi sa sopravvivere a tutto e a tutti, risorsa inattaccabile, che tutto e tutti seppellisce.
Lo spettacolo sarà preceduto da una mostra di fotografie di ANDREA MAUTONE e dal filmato “Ala e le altre, esperimenti di intercultura tra le mura” di LUDOVICA ANDO’ (estratti degli spettacoli realizzati all’interno dei laboratori gestititi negli istituti penitenziari dalla compagnia SangueGiusto).

il trailer dello spettacolo

http://youtu.be/-ou3s72kWJA

 

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carcere214 febbraio 2014 - Il New York Times entra nel "più grande centro di salute mentale d’America", che però è un carcere, e alza il velo sullo stato di abbandono dei malati psichiatrici. Che hanno come unica possibilità di essere curati quella di farsi arrestare. "Abbiamo abolito i manicomi per non chiuderci dentro i matti, e poi li abbiamo chiusi in prigione".
"Il più grande centro di salute mentale in America è un enorme complesso qui a Chicago, dove vivono migliaia di persone che soffrono di manie, psicosi e altri disordini mentali, circondate da alte barriere e filo spinato. Solo una cosa: è un carcere. L’unico modo per essere curati è essere arrestati". Comincia così il reportage della domenica uscito ieri sul New York Times a firma di uno dei giornalisti di punta della testata, Nicholas Kristof. Un viaggio sconvolgente alla scoperta di una realtà difficile da accettare: i manicomi negli Usa sono di fatto le prigioni, e i malati psichici vengono sistematicamente ammanettati e rinchiusi anziché accolti e trattati come pazienti bisognosi di cure.
Il Nyt non esagera, visto che "più della metà dei detenuti negli Usa hanno problemi mentali" (un dato che sale al 75% tra le donne), come dichiarato dallo stesso Dipartimento della Giustizia. E il giornalista racconta ciò che vede nel carcere di Cook County Jail (nella foto, un detenuto), diventato di fatto un ospedale psichiatrico, come ammette lo stesso sceriffo che lo accompagna: persone allettate, o che sentono voci, perse nelle loro visioni, o intente a parlare con figure invisibili. Il 60% dei detenuti infatti è affetto da malattie come schizofrenia, disturbo bipolare, psicosi, depressione grave. Non che siano tutti assassini, tutt’altro: per la maggior parte sono persone arrestate perché ricadute decine di volte negli stessi piccoli reati; è il caso del detenuto George, al sesto ingresso in carcere per resistenza a pubblico ufficiale: non voleva uscire da una lavanderia automatica in cui si era rinchiuso da solo.
I dati che fanno da contorno al racconto danno un’idea precisa delle distorsioni del sistema: un malato psichiatrico su quattro negli Usa si trova in carcere, anziché in un ospedale; il 40% dei malati psichici incorre in un arresto almeno una volta nella vita; nel 1955 c’era un posto in psichiatria ogni 300 abitanti, oggi ce n’è 1 ogni 3000. E sebbene da allora, come nota il servizio, l’accesso agli psicofarmaci sia diventato enormemente più facile e diffuso, non è aumentata la tutela della salute mentale, e i malati più poveri e borderline si sono ritrovati senza assistenza. "Spesso si fanno arrestare per essere curate", confida una sorvegliante della sezione femminile. Anche perché i farmaci sono a pagamento, e molto costosi, per chi è privo di assicurazione sanitaria.
"Abbiamo chiuso i manicomi, e i malati si sono ritrovati senza posti dove andare", sintetizza lo sceriffo Thomas Dart. "Quindi le carceri si sono trasformate di fatto in ospedali psichiatrici. È buffo: la stessa società che aborriva l’idea di rinchiudere i matti in manicomio, adesso li chiude in prigione". (Gabriella Meroni)

fonte: Vita, 14 febbraio 2014

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arci11 marzo 2013 - Suonano e superano ogni barriera. E' come se la musica li facesse evadere dal carcere. Chitarre, pianoforti e violini per essere liberi. Loro sono i detenuti dell'Orkestra ristretta di Sollicciano, originale band musicale dell'istituto penitenziario fiorentino di Sollicciano messa in piedi da Massimo Altomare, il cantautore rock diventato famoso grazie al duo Loy e Altomare. Proprio lui, tutte le settimane varca i confini di Sollicciano e tiene lezioni musicali ai reclusi, maschi e femmine, italiani e stranieri. Il progetto "Scarcerarci" promosso a partire dagli anni Novanta dall'Arci di Firenze, e' una delle storie dei circoli Arci che si riuniranno a Bologna per celebrare il XVI Congresso nazionale dal 13 al 16 marzo.
Quasi nessuno dei detenuti coinvolti e' esperto di musica, ma tutti si impegnano tenacemente per imparare a mettere insieme le note. Suonano soprattutto canzoni italiani, spesso arrangiate con musiche mediorientali vista la provenienza di molti reclusi. Nel 2011, in occasione del 150esimo anniversario dell'Unita' d'Italia, sono state composte le canzoni piu' importanti dell'ultimo secolo.   Tutti gli anni l'Orkestra ristretta di  Sollicciano tiene un concerto dentro le mura della casa circondariale a cui accorrono numerosi spettatori da tutta Firenze. E grazie alla musica, alcuni membri della band escono dal carcere e vanno a suonare nei circoli Arci del territorio o in altri luoghi culturali. Complessivamente, sono una quindicina le persone che fanno parte dell'Orkestra. Il progetto e' realizzato in collaborazione con Comune e Provincia di Firenze. Non solo musica. Nell'ambito del progetto 'Scarcerarci' e' nata anche una squadra di calcio di detenuti che organizza partite amichevoli all'interno dell'istituto penitenziario, oltre che un laboratorio di scrittura creativa che ha dato vita ad alcuni libri.  "E' un progetto molto importante - ha commentato il neo presidente dell'Arci di Firenze Jacopo Forconi - soprattutto perche' tenta di riportare i valori della solidarieta' e della cultura dentro il carcere, tutti valori che aiutano a vivere meglio specialmente in un luogo dove la vivibilita' e' seriamente a rischio". (RED.SOC.)
 

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13 febbraio 2014 - Durante il mese di febbraio del 2012 a Roma venne firmato un protocollo d’intesa che, di lì a poco più di un anno, avrebbe consentito alla documentarista Maria Laura Annibali di far circolare nelle carceri femminili del Lazio i video a tematica lesbica intitolati "L’altra altra metà del cielo" e "L’altra altrea metà del cielo... continua" da lei prodotti.
Un traguardo assai importante - per la carriera di volontaria ed attivista dei diritti umani cominciata ormai molti anni fa da Annibali - oltre che un avvenimento unico nel suo genere, che sta permettendo a molte donne recluse di conoscere quei pezzi di lesbicità che così bene l’autrice è riuscita a far emergere ed approfondire intervistando alcune donne, assai diverse per età e ceto sociale, che hanno in comune l’orientamento affettivo e sessuale lesbico. Quella che segue è l’intervista che Annibali mi ha concesso a dicembre del 2013.
Qual è lo scopo del "Protocollo d’intesa tra il Dipartimento per le Pari opportunità del Consiglio dei Ministri e il Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e il Garante dei Detenuti del Lazio"?
La parte più importante del testo di quel documento ufficiale, in cui gli obiettivi di questa nostra attività nuova sono esposti in modo chiaro: "Considerato che la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di violenza e discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere nell’ambito penitenziario richiedono la cooperazione di tutti i soggetti istituzionali interessati, ravvisata l’opportunità di attivare una collaborazione tra il Dipartimento per le Pari opportunità e il Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e il Garante dei Detenuti del Lazio (...) per la realizzazione del comune interesse relativo alla prevenzione e contrasto della violenza e discriminazione nei confronti delle persone LGBT in regime di detenzione e del proseguimento delle comuni finalità istituzionali (...)" Eccetera. Un traguardo davvero importante, a livello civile.
Val la pena di ricordare alle lettrici ed ai lettori di Tempi di fraternità a chi dobbiamo la firma del protocollo.
Certo. La dobbiamo all’allora direttrice di dipartimento dell’ormai scomparso Ministero per le Pari opportunità, la consigliera Patrizia De Rose, al direttore generale del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap) Giovanni Tamburino e al garante dei detenuti del Lazio, l’avvocato Angiolo Marroni.
Che cosa ti sta permettendo di fare questo protocollo d’intesa senza precedenti, per il nostro Paese?
Mi sta dando un’opportunità più unica che rara ovvero quella di entrare con i miei docu-film nelle carceri femminili del Lazio - insieme alla psicologa e psicoterapeuta Antonella Montano, direttrice dell’Istituto Beck di Roma - con lo scopo di stimolare le detenute a rivolgerci domande inerenti la lesbicità, subito dopo la proiezione dei video. Questo è il mio modo di pormi al loro servizio, in quanto autrice del documentario, per indurle ad aprirsi e a parlare di sé. Il compito mio e della dottora Montano è quello di chiarire, su richiesta delle dirette interessate, le eventuali problematiche inerenti l’orientamento omosessuale e l’omogenitorialità. Chi meglio di lei avrebbe potuto svolgere questo ruolo, alla luce della sua pluriennale competenza in merito?
Hai all’attivo già due incontri, nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, a Roma. Il primo si è svolto il 7 novembre 2013. Le tue impressioni dopo quel giorno?
Sai, allora mi accompagnava Edda Billi, la storica femminista separatista del Collettivo Pompeo Magno di Roma, per non parlare di Angiolo Marroni e di Imma Battaglia. Ho provato una grande emozione, di sicuro... Avevo le lacrime agli occhi... Una delle detenute, inoltre, mi aveva anticipato che di lì a pochi giorni sarebbe uscita e mi avrebbe contattata presto. Così è stato ed è iniziato uno scambio profondo di idee. A livello emotivo quello è stato di sicuro il più bell’incontro di tutti gli oltre cinquanta che fino ad oggi ho fatto.
Un insieme davvero notevole di emozioni e di sensazioni. Il fatto di potermi mettere al servizio delle detenute mi ha permesso di provare qualcosa di diverso, di più intimo. Mi sono sentita in pace con me stessa con la convinzione, in quanto credente, di essere lì per un motivo che va oltre...
Di esserci perché Qualcuno aveva voluto che io facessi ciò che ho fatto. Ho ritenuto che entrare nelle carceri fosse un mio dovere di fedele. Il mio cuore si è colmato di gratitudine per Chi ha permesso tutto questo. Dal buon Dio alle persone che hanno firmato il protocollo. Tutti individui che hanno fortemente voluto quel progetto, con tutte le difficoltà del caso. Ti assicuro che sono state tante. La mia gratitudine è immensa. Alla fine dell’incontro ero in un vero e proprio stato di grazia. Subito dopo ho chiamato tutte le persone a me care, per dire loro che avrei voluto fossero state lì con me.
Veniamo al secondo evento: Rebibbia, 3 dicembre 2013.
Il secondo evento mi ha offerto emozioni più temperate, anche se il piacere è stato lo stesso, poiché si sono presentate persone che già la prima volta erano intervenute e ciò mi ha dato la conferma che l’interesse c’era ed era autentico, da parte delle recluse. C’erano anche persone nuove ed è grazie a loro che è stato possibile tirar fuori argomenti nuovi. Un bellissimo evento in ogni caso.
Il prossimo convegno collegato al progetto delle carceri?
Durante i primi mesi del 2014, all’interno di uno degli istituti femminili di pena del Lazio, forse a Civitavecchia, anche se non c’è ancora la conferma. Poi andremo a Latina e Viterbo.
So che l’incontro con queste donne ti ha permesso di scoprire che non tutte si definiscono lesbiche.
Infatti. Alcune di esse si sono dichiarate fin dal primo incontro, altre ci hanno fatto capire che avevano dei dubbi in merito a questa faccenda dell’omoaffettività, perché ritenevano che la loro condizione omosessuale fosse temporanea, in quanto dovuta all’obbligo della detenzione. Come a dire che, per carenza di affetto eterosessuale, erano diventate omosessuali in attesa di tornare a casa dai rispettivi mariti o compagni. Gli approfonditi studi di Antonella Montano in merito hanno evidenziato che ciò è del tutto possibile. Inoltre, durante il secondo incontro, il dibattito cui hanno dato vita le persone presenti è stato più articolato e, a tratti, acceso, grazie agli interrogativi specifici proposti, come per esempio quello relativo all’omogenitorialità. Un tema alquanto scottante e di difficile soluzione, nel nostro Paese, a causa dei forti pregiudizi che lo circondano.
So che il tuo appuntamento seguente, in ordine di tempo, è stato speciale...
Sì, il 12 gennaio 2014, presso il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma. Un onore grandissimo per me, che mi ha riempito il cuore di gioia. Dopo diversi anni tornare lì, in questo momento politico e culturale, mi ha resa davvero orgogliosa. Con l’attuale presidente, Andrea Maccarrone, si è creata una bellissima sinergia che ci sta dando la possibilità di lavorare insieme in armonia. Sono felicissima di aver portato anche lì la mia seconda figlia al completo ovvero video e libro de "L’altra metà del cielo... continua".

fonte:Tempi di Fraternità, 13 febbraio 

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magikambusa traniMercoledì 26 febbraio, presso la Sala Conferenze della Casa Circondariale Maschile di Trani, l’Associazione di Promozione Sociale “Paideia”, ha presentato il progetto vincitore del finanziamento della Regione Puglia Principi Attivi 2012 “MAGIKAMBUSA - Spazio ludico strutturato, di accoglienza per minorenni in visita ai congiunti detenuti”.
Con il Progetto MAGIKAMBUSA si è creato uno spazio ludico all’interno del Carcere tranese, nei pressi della sala colloqui destinata ai congiunti dei detenuti.
Stante l’alta affluenza di persone che accedono giornalmente ai colloqui presso la struttura, tra i quali numerosi bambini, si è pensato di realizzare un area attrezzata per attività laboratoriali e ludiche.
Tale progetto, attualmente unico nel suo genere in tutto il territorio nazionale, permette di promuovere, realizzare e dare vita ad uno spazio integrato con l’obiettivo di accogliere e accompagnare il bambino nella fase pre e/o post-colloquio, intercettare il disagio e garantire il diritto al mantenimento del legame genitoriale.
L’equipe, composta dallo psicologo dott. Giuseppe Scandamarro, l’educatrice professionale dott.ssa Annarita Amoruso, l’avvocato dott.ssa Roberta Schiralli e l’assistente sociale dott.ssa Sandra Bezzato, affianca i bambini durante le attese che risultano lunghe e pesanti e mediante molteplici attività, riducono l’impatto che la struttura carceraria ha sugli stessi.
Tale spazio, oltre a costituire un punto di aggregazione sociale tra i minori con esperienze e vissuti comuni, permette di trascorrere qualche ora in uno spazio a loro confacente.
All'incontro sono intervenuti il Direttore della Casa Circondariale di Trani dott. Salvatore Bolumetti, il Magistrato di Sorveglianza dott. Giuseppe Mastrapasqua, il Garante dei Detenuti della Regione Puglia dott. Pietro Rossi, il Garante dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Puglia dott.ssa Rosangela Paparella e il sindaco di Trani avv. Luigi nicola Riserbato che apprezzando lo spirito dell’iniziativa, il sindaco ha rimarcato la forte sinergia che si è instaurata tra le istituzioni locali, l’amministrazione carceraria ed il mondo del terzo settore.
“Un rapporto – ha detto il primo cittadino – sempre più cordiale e stretto, che testimonia l’impegno congiunto per rendere più umana la detenzione della pena. Nella circostanza in questione, il progetto sostiene e difende le relazioni più strette, quelle tra familiari, con un occhio di particolare attenzione ai minori i quali, attraverso le attività ludiche che si andranno a svolgere, avranno un impatto con la realtà carceraria meno doloroso e traumatico. All’equipe auguro davvero tanta fortuna”. 

fonte www.traninews.it

 

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11 febbraio 2014 - E' in linea la newsletter DAP n. 86

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