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lecce2di Antonio Fullone*
29 agosto 2013 - Si è tenuta il 22 agosto scorso l’annunciata "cena in bianco" presso la sezione femminile dell’istituto  che ha coinvolto la quasi totalità (circa 100 detenute) delle ospiti presenti tutte rigorosamente in bianco come la cinquantina di invitati, tutti esponenti delle realtà che hanno contribuito all’evento.

In bianco perché l’iniziativa è nata da una collaborazione tra le persone detenute che lavorano per Made in carcere e l’associazione Salviamo il bianco, comitato spontaneo sorto nella città di Ostuni a difesa delle tradizioni della cittadina brindisina, nota appunto come la città bianca in considerazione delle sue bellissime mura di calce.  
L’iniziativa, poi, grazie soprattutto alla tenace azione di Luciana Delle Donne (made in carcere) ha visto il coinvolgimento di Slow Food (nota associazione no profit internazionale che conta 100000 soci e che promuove una ‘ produzione di cibo su piccola scala, sostenibile, di qualità) e la sua platea di riferimenti locali; su tutti Tenuta Moreno che ha, tra l’altro, allestito lo spazio dei passeggi, trasformandolo per l’occasione in una location eccezionale. 
 Al di là dello scopo più immediato della solidarietà e della offerta di una serata diversa,  il filo rosso che ha legato i diversi attori è stato quello dell’attenzione alla cultura del cibo, alla difesa, senza appartenenze, delle tradizioni migliori, al recupero e alla sostenibilità ambientale. In sintesi, alla qualità della vita. Un tema, forse, apparentemente provocatorio in carcere. Ma non in un carcere che vuole essere parte attiva del suo territorio. Aspetto rimarcato dal sindaco di Lecce, Paolo Perrone presente alla serata. 

 *Direttore Casa circondariale di Lecce  
                                                                                                               

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cena-in-bianco21 agosto 2013 OSTUNI – Avete mai sentito parlare della Cena in Bianco? La curiosa iniziativa che per una sera impone l’uso del colore bianco nell’abbigliamento e nell’allestimento della tavola, dopo essere giunta a Parigi e Torino e aver affascinato Bari Vecchia lo scorso luglio, prenderà forma anche nella città di Lecce in maniera del tutto innovativa.
La manifestazione, questa volta, aprirà le porte del carcere femminile di Lecce, diretta dal dottor Antonio Fullone. A partire dalle ore 19.00 di domani, giovedì 22 agosto, tutto si tingerà di bianco e circa 50 invitati condivideranno una serata all’insegna della solidarietà e caratterizzata dal buon cibo e buon vino con chi sconta la sua pena.
Promotori dell’insolita iniziativa, ancora una volta, i membri dell’Associazione ‘Salviamo il Bianco’ che, dopo mesi di iniziative e di battaglie intraprese per la tinteggiatura della cinta muraria e del centro storico di Ostuni, hanno deciso di celebrare in maniera unica gli importanti traguardi raggiunti ora che Ostuni ha riacquistato il suo originario candore. Un obiettivo che è stato possibile anche grazie al sostegno delle detenute che lavorano per “Officina creativa”, la cooperativa non a scopo di lucro che ha inventato il marchio “Made in carcere”, con il quale sono stati griffati i braccialetti e le magliette realizzate per la tutela del bianco ad Ostuni.
"Vogliamo celebrare - sottolinea Paolo Pecere presidente dell'Associazione Salviamo il bianco - due importanti risultati: la raccolta dei fondi necessari per una parte di tinteggiatura della città bianca, Ostuni, grazie alla distribuzione del materiale realizzato in carcere, e la promozione dell'attività lavorativa delle detenute. Cenare con loro non è solo un modo per ringraziarle per il lavoro che stanno svolgendo ma è anche un messaggio di speranza, di solidarietà a quelle donne che hanno commesso un errore e che dimostrano di voler costruire un futuro migliore".
La cena sarà offerta dei produttori che collaborano con Slow Food e che hanno messo a disposizione i loro prodotti, come le mandorle e i taralli offerti da Medibreak.
"Abbiamo coinvolto - racconta Marcello Longo, consigliere della Onlus Fondazione Slowfood per la Biodiversità - numerosi produttori, a partire dalla comunità dei produttori caseari dell'Alto Salento, la prima comunità nata nel 2002, per fornire i loro prodotti a sostegno di questa iniziativa di convivialità e solidarietà. Saranno infatti prodotte dal vivo le mozzarelle e sarà un momento di interazione con le Donne detenute che potranno provare in diretta l’esperienza".
Ai fornelli si cimenterà lo chef di Tenuta Moreno, Vincenzo Elia.
"Il nostro aiuto - spiega Pierangelo Argentieri, responsabile di Tenuta Moreno - nasce nel quadro del progetto Terra Madre, con Slow Food, che prevede di utilizzare chef particolarmente sensibili all'uso di materie prime naturali, fortemente legate ai territori, e creare emozioni nel piatto. Il nostro chef Vincenzo Elia chiuderà un cerchio ideale tra prodotto, gusto e impegno sociale".

fonte http://govalleditria.it


 
 

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RicciL’attrice italiana Elena Sofia Ricci ha prestato la sua voce a poesie, racconti, e scritti di alcune detenute degli Istituti Penitenziari della Toscana che partecipano, chi solo da poco, chi ormai da anni ai Laboratori di scrittura creativa e lettura organizzati all’interno delle strutture.

Martedì 4 giugno 2013, infatti, nella magnifica cornice della Sala di Lettura della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e indetta dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Toscana, si è tenuta una giornata di incontro sul tema della scrittura all’interno del carcere

Sono intervenuti molti fra gli Operatori e i Volontari dei Laboratori, con la partecipazione del personale degli Istituti e di alcuni detenuti o ex detenuti che hanno condiviso a questa esperienza.
Erano presenti Carmelo Cantone, provveditore regionale del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria della Toscana, Letizia Sebastiani, direttrice della Biblioteca Nazionale di Firenze, Antonella Barone, funzionario pedagogico dell’Amministrazione Penitenziaria, Luciana Scarcia, docente nei Laboratori di Scrittura Creativa nel carcere di Rebibbia.
I Laboratori legati alla scrittura, sul territorio regionale toscano, son ben dodici e coinvolgono sezioni maschili, femminili, e con vario regime detentivo.

Uno dei punti principali dell’incontro era quello di gettare le basi per la costruzione di una rete fra i vari Laboratori presenti in regione, con lo scopo di condividere esperienze, percorsi, risultati ed idee, che sono state tante, multiformi, emozionanti. Perché scrivere è importante, ma … perché scrivere in carcere?
Il carcere è uno degli ultimi posti dove si è obbligati a scrivere per comunicare con l’esterno, non è possibile usare altri mezzi che oggi sembrano normali e scontati a chi vive “fuori”: niente pc, niente internet o mail o cellulare, quindi lo scrivere è l’unico mezzo per comunicare bisogni, esigenze e per mantenere contatti con i propri familiari.
Ma anche se scrivere rimane l’unico mezzo “libero” per comunicare con l’esterno, altra cosa è lo Scrivere per raccontare qualcosa di sé, dei propri pensieri, desideri, sogni; quindi i laboratori di scrittura creativa sensibilizzano i detenuti e offrono gli strumenti per scrivere anche i propri sentimenti ed emozioni.
Attraverso la scrittura i detenuti “liberano” quella parte di sé che è sepolta sotto strati di dolore, difficoltà, colpa, sopravvivenza e attraverso di essa recuperano energie positive, che consentono di sopravvivere ai giorni rinchiusi dietro le sbarre e spesso delineano sogni ed obiettivi per la loro vita “dopo”, una volta usciti dal carcere.
I Laboratori di scrittura, nel confermare la valenza dell’art. 27 della carta costituzionale riguardante la necessità di garantire il reinserimento sociale dei condannati, possono essere anche una occasione per portare all’attenzione dell’esterno della spinta creativa presente in tutti gli esseri umani e della ricchezza insita anche in coloro che sono rinchiusi fra le mura delle carceri.

La scrittura assume varie vesti nelle carceri toscane ed italiane: scrittura creativa, autobiografia, rappresentazione teatrale, poesia. E molti di questi racconti, memorie, sceneggiature, poesie potrebbero costituire materiale molto interessante per tutti e non solo per gli addetti ai lavori del sistema carceri.
E’ stato questo l’altro tema proposto ai vari Laboratori che sono intervenuti nell’incontro presso la Biblioteca Nazionale di Firenze: “Come costruire un ambiente favorevole a raccogliere e portare all’esterno esperienze del genere?”
In molti hanno raccontato del coinvolgimento di persone esterne nei momenti dedicati ai corsi di scrittura, nella maggior parte dei casi, ragazzi e ragazze delle scuole presenti sul territorio di competenza dell’Istituto di detenzione. E di come questo sia stato spesso un momento importantissimo sia per i detenuti e le detenute, sia anche per gli studenti che hanno avuto possibilità di vedere e iniziare a capire un luogo decisamente alienante e doloroso.

A seconda del percorso intrapreso all’interno del laboratorio, delle disponibilità economiche che hanno finanziato i vari progetti e della capacità creativa dei partecipanti ci sono stati molti risultati: chi ha pubblicato un libro di raccolta delle poesie o dei racconti, chi ha iniziato a scrivere una rivista, chi ha prodotto uno spettacolo teatrale a volte rappresentato anche per un pubblico esterno, chi dando libero sfogo alla fantasia ha scritto e raccolto poesie su pezzi di lenzuoli del carcere, cuciti e abbellito da elementi tipo patchwork, quasi un antico cartellone dei cantastorie, per far andare in giro le loro parole.
E che le parole scaturite da questi Laboratori fossero parole piene di pathos e di valori condivisibili da tutti è stato ben chiaro durante le letture dell’attrice Elena Sofia Ricci durante alcuni momenti dell’incontro.
“Ringrazio tutti per avermi offerto questa possibilità. Sono onorata e intimidita anche, nel dare voce a persone così ferite.”, ha detto l’attrice.
E le emozioni son state forti, come nell’ultima lettura fatta sull’accompagnamento delle musiche di Massimo Altomare, della poesia “Il Braccialetto”che ha commosso tutti, era la poesia di una mamma in carcere sulla sua bambina che l’aspetta fuori, piena di amore ed anche di sofferenza.

 di alexZalex (Alessandra Barucchieri)
 su Notizie Comuni-Italiani. it Firenze - 5 giugno 2013
Foto di Alessandra Barucchieri

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di Brigida Finelli*

Il 20 Giugno 2013 presso il cortile interno della casa circondariale e di reclusione di Larino si è svolta la prima cena di solidarietà finalizzata, in collaborazione con l’Associazione “Iktus” onlus di Termoli e l’Istituto per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione “Federico di Svevia” di Termoli, alla raccolta di fondi da destinare al finanziamento delle attività istruttivo – formative della popolazione detenuta. L’idea progettuale è nata a conclusione del percorso scolastico che ha visto coinvolti nel corso dell’anno 2012-2013 tre classi di detenuti appartenenti a tutti i circuiti presenti presso la Casa Circondariale di Larino.
La forza e l’impegno dimostrati dalla Direzione dell’istituto nel voler ricercare un settore, quale quello della ristorazione come nicchia per avviare professioni spendibili, è stata ben riposta, considerati i risultati raggiunti: duecento gli inviati presenti e 40  il numero di detenuti impiegati nel servizio di ricevimento, cucina, sala e di plonge.
La numerosa presenza di persone che hanno fatto ingresso dall’esterno testimonia l'alta valenza del progetto. Gli invitati hanno risposto con entusiasmo e vissuto, in un’atmosfera rilassata e piacevole, una serata in cui la commistione tra buon cibo e buona musica ha fatto da cornice naturale. Un altro modo di vivere l’istituto di pena, per i detenuti ma anche per il personale sia di Polizia Penitenziaria che civile. Per cui vinta l’iniziale ansia del nuovo, tutti hanno collaborato con una certa dose di entusiasmo e di curiosità alla riuscita dell’evento.
Tutto ciò acquista un’importanza ancora maggiore in tempi in cui la penuria di finanziamenti sui capitoli di bilancio dedicati alle attività trattamentali rischia di paralizzare l’assunto fondamentale cui è sottesa la finalità della pena.
L’ottica manageriale e di budget, questa la nuova prospettiva verso la quale dovrebbe muoversi l’Amministrazione Penitenziaria al fine di divenire un’Amministrazione non più totalmente improduttiva, ma capace di autofinanziarsi, sfruttando le risorse del territorio, ma soprattutto l’immenso patrimonio di risorse umane costituito dalla popolazione detenuta e di dotarsi di autoefficienza.
Fare trattamento, poi, non vuol dire necessariamente lavorare in setting o contesti formali in cui cercare di operare una destrutturazione del vissuto deviante. La rieducazione può operare, infatti, come motu proprio attraverso l’esempio dell’alternativa al percorso di vita che ha condotto alla commissione di reati, e ciò non è pura demagogia o una mera affermazione di principio.
L’impegno profuso dai soggetti detenuti nell’attività scolastica e successivamente nell’organizzazione dell’evento ha, infatti, come sostrato un processo di cambiamento delle dinamiche personali e sociali.
Questo è trattamento e non mero contenimento; iniezione di fiducia che ingenera modificazione del sentimento del sé. Questo significa fare prevenzione dalla commissione di reati.
Quest’ottica del trattamento che opera come sistema naturale e si lega ad un’osservazione sulla quotidianità dei gesti quali quello di cucinare,  si eleva a sistema  scientifico ed in quanto tale  replicabile.
Quale migliore opportunità di riscatto dinanzi ad una bella fetta di società cosiddetta libera?
Si può leggere in iniziative di questo tipo una volontà di riempire il divario tra le parti sociali che la commissione di reati necessariamente crea. Ma la necessarietà del pregiudizio scompare di fronte al benessere generalizzato che questa serata  ha avuto il potere di ingenerare nel nome di una legalità  ritrovata  che diventa per la comunità esterna sentita e partecipata.
Le idee progettuali future partiranno da questo successo e proseguiranno verso la costruzione di una rete sociale ancora più forte che consenta di creare opportunità lavorative anche esterne.
 

* funzionario giuridico-pedagogico

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elena sofia5 giugno 2013 -  Elena Sofia Ricci  ha letto racconti e poesie di detenutI nel corso dell'incontro "Le penne dell'articolo 27" dedicato  ai laboratori di scrittura creativa nelle carceri della Toscana, svoltosi ieri presso  la Biblioteca Nazionale di Firenze per iniziativa del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria. Una realtà particolarmente ricca, quella toscana, di esperienze di scrittura, presenti in 12 dei 18  istituti. Per la prima volta  gli operatori penitenziari e  i volontari che  vi lavorano  hanno avuto modo d'incontrarsi  con l'obiettivo di gettare le basi per far nascere una rete  regionale. ''E' un incontro - ha detto il provveditore Carmelo  Cantone - finalizzato alla socializzazione di tutti i progetti a tema attivi negli Istituti della regione ". Presenti all'incontro -  coordinato da Luciana Scarcia che da anni cura un laboratorio di scrittura creativa nella casa circondariale di Rebibbia e da Antonella Barone dell'Ufficio stampa del DAP -  Lietizia Sebastiani, direttrice della Biblioteca nazionale, lo scrittore Giampaolo Simi ed alcuni detenuti autori dei testi . L'incontro è stato concluso da  un intervento musicale di Massimo Altomare che da anni conduce laboratori nelle carceri toscane.' ''Ringrazio tutti - ha detto Sofia Ricci - per avermi coinvolto in questa operazione. Sono onorata e molto intimiditanel dare voce a persone cosi' ferite. Ci mettero' il cuore e il rispetto per le persone che possono nella vita avere una chance in piu''

 

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ricerca salute13 giugno 2013 - La popolazione detenuta nelle carceri toscane è giovane (età media: 38,5 anni), con basso livello di istruzione, composta per la metà da stranieri (i nord africani sono il gruppo etnico più rappresentato) e per la quasi totalità (96,5%) maschile. Nonostante l’età media sia così bassa, oltre il 70% dei detenuti sono comunque affetti da almeno una patologia: soprattutto disturbi psichici, malattie infettive e disturbi dell’apparato digerente. Questi i dati generali emersi dall’indagine che l’Ars (Agenzia Regionale di Sanità) Toscana ha condotto nel 2012, in collaborazione con il Servizio sanitario regionale, per verificare lo stato di salute della popolazione detenuta nelle carceri toscane. I risultati dell’indagine verranno presentati il 17 giugno a Firenze nel corso del convegno “Lo stato di salute dei detenuti italiani e il loro rischio suicidario”, che si terrà nell’auditorium di Sant’Apollonia, dalle 9 alle 13.30. I risultati dell’indagine sono stati presentati stamani, nel corso di una conferenza a cui hanno preso parte Francesco Cipriani, direttore Ars Toscana, Fabio Voller, dirigente Ars Toscana e curatore dell’indagine, e Barbara Trambusti, dirigente assessorato diritto alla salute.
Monitoraggio della salute in carcere: l’indagine Ars e la cartella clinica informatizzata della Regione Toscana. L’indagine dell’Ars ha raccolto – con la forte collaborazione dei professionisti che operano all’interno degli istituti penitenziari – le informazioni socio-demografiche e cliniche di 3.329 detenuti (cioè quasi l’80% dei presenti in Toscana alla data del 21 maggio 2012) ed è alla sua seconda edizione: dal 2009 (anno della prima rilevazione) ad oggi si è arrivati ad un buon livello di informatizzazione dei dati sanitari penitenziari, ed è in fase di implementazione il progetto regionale di cartella clinica penitenziaria informatizzata. Si tratta di una cartella sanitaria informatizzata che è stata installata presso tutti gli istituti penitenziari toscani, attraverso la quale – una volta a regime – sarà possibile monitorare in modo sistematico lo stato di salute dei pazienti detenuti e gestire i loro trattamenti sanitari (visite, cure e somministrazione di farmaci), garantendo privacy e sicurezza. La Regione Toscana, a seguito della Riforma emanata nel 2008, pone particolare attenzione alla salute dei cittadini detenuti ed ha avviato un processo di collaborazione e di dialogo con le istituzioni dell’intero apparato penitenziario. Il processo è lungo e richiede la modifica di norme giuridiche e la messa in sicurezza degli ambienti, ma l’adozione di protocolli di cura idonei favorirà un miglioramento dell’intero processo assistenziale riducendo il verificarsi di eventi a volte anche drammatici.
Questi i dati sulla salute nelle carceri toscane rilevati dall’indagine Ars
DISTURBI DI SALUTE MENTALE – Analizzando più in dettaglio i dati emersi dall’indagine condotta nel 2012, emerge che – in linea con quanto affermato dall’Organizzazione mondiale della sanità – i detenuti sono affetti soprattutto da disturbi di natura psichica: le malattie psichiche rappresentano il 41% di tutte le patologie riscontrate, prime per frequenza in tutti e 3 i principali gruppi etnici che compongono la popolazione detenuta (italiani, nord africani, est europei).  “Fra i disturbi psichici – precisa Fabio Voller, dirigente Ars Toscana – prevalgono i disturbi da dipendenza da sostanze (diagnosticati nel 52,5% dei detenuti affetti da disturbi psichici) e i disturbi nevrotici e di adattamento (28,4% dei detenuti). Rispetto all’indagine Ars del 2009, le diagnosi di disturbi psichici sono aumentate, a fronte invece di una riduzione complessiva delle patologie: tale aumento è dovuto esclusivamente alla diagnosi di tossicodipendenza che, a distanza di 3 anni, è aumentata di quasi 15 punti percentuali. Un aumento così marcato del disturbo da dipendenza, difficilmente spiegabile attraverso uno studio epidemiologico come il nostro, è comunque in linea con i dati di altre recenti indagini anche internazionali”.
MALATTIE APPARATO DIGERENTE, INFETTIVE E PARASSITARIE – Ai disturbi di salute mentale seguono per frequenza i disturbi dell’apparato digerente (14,4% – in particolare del cavo orale) e le malattie infettive e parassitarie (11,1%). Fra le malattie infettive uno dei problemi maggiori è l’epatite C (probabilmente legata alla tossicodipendenza), che incredibilmente riguarda in misura maggiore i detenuti italiani (ma questo potrebbe dipendere solo dalla maggiore reticenza degli stranieri a sottoporsi agli screening infettivologici). Per quanto riguarda l’HIV, solo l’1,2% dei detenuti toscani risulta HIV positivo, dato nettamente inferiore a quello internazionale medio (10%), ma anche a quanto riportato da un recente studio multicentrico svolto in 9 strutture italiane attraverso la valutazione sierologica. La spiegazione: un numero elevato di detenuti in Toscana non è a conoscenza della patologia e probabilmente, non dando il proprio consenso allo screening, aggrava la propria condizione clinica e diventa un’importante fonte di contagio. Altre due patologie che interessano la popolazione detenuta sono la tubercolosi (TBC) e la sifilide.
TENTATO SUICIDIO E AUTOLESIONISMO – I tentativi di suicidio ed i gesti di autolesionismo  rappresentano un’emergenza nel sistema carcerario italiano, così come in quello di molti altri paesi, ma la situazione nelle carceri toscane è migliore rispetto a quella italiana: nel corso dell’ultimo anno nelle carceri toscane il 6,1% dei detenuti visitati ha messo in atto un gesto di autolesionismo (in Italia è il 10,6% sul totale dei detenuti), mentre l’1,3% (44 soggetti) ha tentato il suicidio (in Italia la frequenza di tentati suicidi è dell’1,9% sul totale dei detenuti). Il 95% dei detenuti toscani che ha tentato il suicidio ha una diagnosi di malattia di tipo psichiatrico, prevalentemente legata al disturbo da dipendenza da alcol o sostanze (70%).
PERMANENZA IN CELLA E ATTIVITA’ LAVORATIVA – Nonostante le strutture penitenziarie toscane organizzino in media 5 ore di attività fisica (a cui partecipano però poco più del 40% dei detenuti), la permanenza giornaliera in cella rimane davvero molto elevata: i detenuti trascorrono infatti mediamente in cella oltre 17 ore al giorno. Il 33,9% svolge un’attività lavorativa o manuale durante la detenzione. Da una prima analisi sembra che i detenuti  che svolgono un qualche tipo di attività, pur in stato di coercizione, hanno una salute migliore rispetto agli altri.
MINORI AUTORI DI REATO – Fra i minori detenuti nelle carceri toscane, 78 sono i ragazzi che durante il periodo indice hanno avuto accesso alle strutture, di cui 51 sono maschi. Solo il 29,5% di loro è italiano, la fascia di età più rappresentata è quella 16-17 anni ed oltre il 30% dei ragazzi detenuti presentano una patologia: si tratta  soprattutto di problemi di dipendenza da sostanze (in misura maggiore rispetto ai loro coetanei liberi).
Salute in carcere: gli altri temi del convegno del 17 giugno
Il convegno si pone anche come momento di discussione e confronto: oltre ai dati toscani sulla salute dei detenuti verranno infatti presentate le esperienze di altre regioni – come l’Emilia Romagna – per promuovere interventi mirati alle reali necessità di questi cittadini. Ma il convegno intende dare una lettura più ampia del fenomeno e definire un concetto di salute che non sia solo assenza di malattia ma stato di benessere, o nella fattispecie miglioramento della condizione di vita della persona. Si affronterà quindi il tema del suicidio in carcere, con i dati nazionali aggiornati ed un approfondimento sulla prevenzione dei suicidi. Infine, verrà presentato l’avvio del progetto ministeriale “Lo stato di salute dei detenuti degli istituti penitenziari di 6 regioni italiane: un modello sperimentale di monitoraggio dello stato di salute e di prevenzione dei tentativi suicidari”, coordinato dalla Regione Toscana e dall’Ars in collaborazione con le altre regioni coinvolte.
Le attività della Regione per la tutela della salute dei detenuti
Il lavoro di indagine svolto dall’Ars sulla salute dei detenuti rientra nell’ambito delle attività messe in atto e sostenute dalla Regione Toscana che da tempo e coerentemente lavora per garantire in ambito penitenziario il diritto ad un’assistenza sanitaria pari a quella dei cittadini liberi. Un lavoro di monitoraggio e di indagine sullo stato di salute dei detenuti in toscana è importante e necessario per mettere a punto nuove strategie, più efficaci e mirate da parte dell’assessorato alla salute. Nel lungo percorso seguito coerentemente dall’assessorato si è arrivati ad oggi alla definizione di linee di intervento per la tutela del diritto alla salute di detenuti e internati negli istituti compresi nel territorio toscano. La continuità e costanza di questo percorso ha condotto ad un confronto costruttivo, inevitabile per realizzare efficacemente le linee guida approvate, con il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, il Centro di Giustizia minorile e le Asl, prime protagoniste nella gestione del processo di miglioramento. L’adozione di protocolli di cura idonei favorirà un miglioramento dell’intero processo assistenziale riducendo il verificarsi di eventi a volte anche drammatici.
Rispetto alle problematiche emerse dall’indagine di Ars – salute mentale malattie, tentato suicidio, minori – l’Assessorato alla Salute, a partire dal 2008 (passaggio delle funzioni sanitarie alle Aziende sanitarie locali) ha definito linee di indirizzo e  protocolli interistituzionali progressivamente attuati. Nell’ambito della ‘tutela della salute mentale’, esistono oggi precise linee di indirizzo per la prevenzione del rischio suicidario; a queste sono seguiti protocolli specifici dei singoli istituti ‘a firma congiunta’ fra azienda di riferimento e Direzione dell’istituto. In più, il finanziamento di progetti per la garanzia dell’assistenza psicologica ha raddoppiato di fatto le ore di assistenza garantite: un maggiore numero di ore consente anche una più adeguata accoglienza dei nuovi giunti e la prevenzione del rischio suicidario.
A proposito delle malattie più frequenti rilevate dall’indagine Ars, l’impegno regionale è testimoniato dai valori relativi alle singole discipline specialistiche (come rilevato dal monitoraggio 2012 in attuazione del DPCM 1.4.2008) che evidenziano un’elevata copertura interna agli istituti penitenziari nelle discipline di cui esiste maggiore necessità: l’assistenza psichiatrica è garantita in tutti gli istituti penitenziari; la presenza degli infettivologi è strutturata (è presente per quasi il 50% degli istituti) e garantisce più controlli e più cure su misura. Sul tema dei minori è stato messo in atto un percorso congiunto tra Assessorato e Centro di Giustizia minorile allo scopo di individuare percorsi appropriati per la presa in carico dei minori autori di reato per i quali è necessario accertare tempestivamente i bisogni di salute.

Lucia Zambelli
(ha collaborato Barbara Meoni, Ars)
da www.toscana-notizie.it 12 giugno 2013

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statofollia30 maggio 2013 - Si parlerà anche di Ospedali psichiatrici giudiziari alla 3a edizione de "Lo spiraglio- Filmfestival sulla salute mentale" che si tiene a Roma, alla Casa del Cinema il 31 maggio e il 1° giugno 2013. In programma, sabato alle 18,"Lo stato della follia" di Francesco Cordio, un viaggio nella difficile realtà di queste strutture commentato dall'attore Luigi Rigoni che ha vissuto in prima persona l'esperienza dell'internamento.  Il documentario ha già ottenuto riconoscimenti speciali al Premio Ilaria Alpi 2011 e al  Bif&st di Bari ed il Premio Anello debole 2011 (primo premio assoluto e premio speciale della giuria di qualità, sezione TV).

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MariaFALCONLe iniziative  di educazione alla legalità  che coinvolgono studenti e detenuti si sono negli ultimi anni diffuse al punto che la  chiusura dell’anno scolastico dentro e fuori il carcere coincide spesso  anche con la conclusione di proposte  sempre più ricche  di contenuti e di nuovi stimoli all'approfondimento. 
Tra gli ultimi “Immagina un’altra storia” progetto di prevenzione del crimine e di educazione alla legalità  destinato ai detenuti studenti degli istituti penali di Rebibbia  e agli allievi idi  una scuola superiore di Tor Bella Monaca,  considerata a rischio dispersione scolastica. Condotto tra marzo e giugno di quest'anno, il progetto si è articolato in incontri tra  "ragazzi dentro e fuori" svoltisi  presso  la sede dell’ IIS Pertini Falcone e all'interno della casa di reclusione di Rebibbia. 
“I detenuti” dice Maria Falcone, docente della scuola di Rebibbia e responsabile del progetto “hanno raccontato storie di vita in relazione ai fatti sociali. Siamo partiti con i racconti di un quartiere disagiato come il Laurentino 38, poi quelli dei quartieri siciliani dove il clan ha un grande potere sociale fino ad affrontare  discorso droga in termini di moda  oppure di fragilità personale, ma anche  dal punto di vista della responsabilità personale. In primo piano anche il tema  dei cittadini stranieri che emigrano da un contesto povero e disagiato e finiscono catturati (consapevolmente e inconsapevolmente) nei vortici delinquenziali. Gli studenti hanno posto domande pertinenti e "difficili", in particolare come vengono visuti  i  rapporti affettivi con le  famiglie e in particolare con i figli,e se il carcere aiuta una persona a capire gli errori che ha commesso”
Sabato 8 giugno in occasione dell’assemblea  annuale della Conferenza nazionale del volontariato e della giustizia verrà presentata anche la giornata  nazionale A scuola di libertà - La scuola impara a conoscere il carcere  programmata per il 15 novembre 2013 e lanciata lo scorso febbraio con la promozione del logo per la giornata, concorso al quale hanno partecipato  centinaia di classi. Mercoledì 5 giugno, invece,all’Istituto Superiore di Studi Penitenziari  sono stati premiati i cortometraggi vincitori del  progetto “Conoscere il carcere” destinato agli allievi delle scuole superiori.

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cucinare-sicurezza515 maggio 2013 - Un progetto itinerante quello della presentazione del libro "Cucinare in massima sicurezza": dal 13 al 18 maggio al Double Room- arti visive di Trieste farà poi il giro in altre dodici città. Il volume di Matteo Guidi "Cucinare in massima sicurezza", edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri di Viterbo, ideato e scritto insieme a un gruppo di detenuti, è il risultato di una serie di laboratori condotti nel 2009 dall'autore all'interno della sezione di alta sicurezza del carcere di Spoleto con un gruppo di persone detenute, il MoCa collective, acronimo di Mondo Carcerario, che prende nome dalla caffettiera. Guidi è  un artista con una formazione in comunicazione visiva ed etno-antropologia, che focalizza la sua ricerca sulle azioni quotidiane, osservate però in situazioni di forzata esclusione sociale e in ambienti caratterizzati da alti livelli di controllo sulla persona. Con il libro viene presentata una mostra di disegni di Mario Trudu, detenuto nel carcere di Spoleto, che illustrano ricette e utensili. Il libro "Cucinare in massima sicurezza" e i disegni in mostra, raccontano con parole e immagini i metodi usati nelle celle per cucinare con le poche risorse disponibili. In ogni ricetta, prima ancora della lista degli ingredienti, c'è quella degli strumenti per realizzarla. Gli utensili da cucina, che nei ricettari sono solitamente omessi, diventano qui il filo conduttore dell'intero lavoro: se ne descrive sia la costruzione, sia l'utilizzo. Dal manico di scopa che diventa un matterello  ai lacci delle scarpe per legare la pancetta, il televisore che facilita la lievitazione del pane o della pizza, l'armadietto o lo sgabello trasformati in un buon forno. L'evento si concluderà sabato 18 maggio alle 18, con una tavola rotonda sul rapporto fra detenzione e creatività con la partecipazione di Pino Roveredo in compagnia dell'autore del libro, del curatore della mostra e delle associazioni Duemilauno Agenzia sociale e Reset Cooperativa sociale.

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