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Facebook e WikiLeaks; i miliardi di telecamere a circuito chiuso e la passione incontrollata per il privato: il nuovo volto di una società senza veli
di Daniele Autieri


Chiamateli voyeuristi, guardoni, o più delicatamente incorreggibili curiosi, ma la vera indole di questa società è tutta lì, in questa parola francese il cui significato non lascia spazio a errate interpretazioni. Sbirciare dal buco della serratura è un vizio condiviso, figlio dei modelli imposti dalla televisione e dei nuovi strumenti tecnologici che trasformano il mito del “controllo” in un’ambizione facilmente raggiungibile e alla portata di tutti.
“Il grande fratello ti osserva”, scriveva George Orwell nel suo romanzo “1984” e oggi, 60 anni dopo, quel Grande Fratello è approdato sugli schermi televisivi attirando l’attenzione di milioni di telespettatori in tutto il mondo. Che lo strumento sia Facebook, le telecamere a circuito chiuso che ormai punteggiano le strade delle città oppure i cabli segreti rivelati da WikiLeaks, il valore della privacy ha lasciato spazio a quello della totale trasparenza, sbandierato a qualunque costo e difeso a qualunque prezzo. Eppure, la sofisticazione dei mezzi tecnologici a disposizione, non solo del privato cittadino, ma anche della pubblica autorità ha permesso un accrescimento della sicurezza, tanto percepita quanto reale. L’attività di intelligence è andata sempre più a braccetto con le nuove tecnologie. I controlli nelle strade; la tracciabilità delle telefonate come degli scambi di denaro; le forme alternative di detenzione attraverso strumenti quali il braccialetto elettronico, sono divenuti elementi imprescindibili non solo nel capitolo della prevenzione ma anche in quello dedicato alla gestione del crimine.
Una corsa innovativa resa necessaria dalla parallela sofisticazione che il crimine stesso ha vissuto nel corso degli ultimi dieci anni.
Alla fine del settembre 2001, Ronald Dick, assistente del Direttore dell’FBI e capo del NIPC (Centro Nazionale Protezione Infrastrutture degli Stati Uniti), dichiarò ai giornalisti che gli attentatori dell’11 settembre avevano utilizzato Internet e l’“avevano utilizzato bene”. Fu uno dei primi esempi su larga scala di sfruttamento della tecnologia per perpetrare crimini efferati.
Qualcosa di analogo nel ricorso al web e alle tecnologie più innovative in modo illegale è accaduto anche in altri ambiti, con un’escalation significativa in quello finanziario.
La risposta delle autorità e degli operatori della sicurezza è stata simile un po’ ovunque: maggiore controllo, maggiore pervasività nella vita del cittadino, violazione quasi istituzionalizzata del principio di privacy.
Il 23 ottobre del 2001 il senatore americano James Sensenbrenner presenta alla Camera dei Deputati un provvedimento che passerà alla storia con il nome di Patriot Act. La legge, approvata dal Parlamento e firmata da George Bush tre giorni dopo, riforma il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi (CIA, FBI, NSA) ma di fatto riduce pesantemente la privacy dei cittadini che da questo momento può essere violata in nome della sicurezza nazionale.
Nell’ottobre 2007, sei anni dopo la sua approvazione, la Corte Suprema ha dichiarato l’incostituzionalità della legge ma ormai nel sistema garantista americano qualcosa si era rotto. Il cambiamento, prima che legislativo, era passato nelle coscienze degli individui che più o meno consapevolmente avevano permesso che gli argini della riservatezza personale venissero abbattuti una volta per tutte.
Un processo lento ma inesorabile che ha trovato la spalla più forte nella diffusione sempre più pervasiva dei social network. Emblematico a questo proposito il caso di Facebook. Fondato nel 2004 dall’allora studente 19enne di Harvard Marck Zuckerberg, il sito ha superato nel 2010 500 milioni di utenti attivi. L’idea iniziale era molto semplice: realizzare uno strumento che mettesse in contatto prima gli studenti di Harvard e poi quelli degli istituti dell’Ivy League, le università americane più prestigiose.
Da qui nel giro di un paio d’anni l’idea di Zuckerberg si diffonde a livello planetario e nel 2007 la Microsoft di Bill Gates ne acquista l’16,% al prezzo di 240 milioni di dollari. Oggi il valore economico riconosciuto a Facebook dal mercato è 14 miliardi di dollari e il sito è divenuto il secondo più ciccato della rete. Un successo assoluto che testimonia il nuovo corso delle relazioni sociali, ma offre anche una pericolosa sponda all’illegalità.
Nell’ottobre scorso la Corte Costituzionale (come raccontato nel numero di novembre/dicembre delle Due Città) è intervenuta per vietare l’utilizzo di Facebook ai reclusi sottoposti a un regime di detenzione domiciliare. Ancor più efficace del più classico dei pizzini, il social network – secondo l’Alta Corte – può essere usato per comunicare e mantenere rapporti con l’esterno.
D’altro canto lo scambio di informazioni su internet può anche diventare un utile aiuto nelle indagini di polizia. È quanto accaduto a Bristol, nel Sud dell’Inghilterra, dove i detective della polizia hanno messo un annuncio su Facebook chiedendo la collaborazione della cittadinanza per ottenere indicazioni o segnalazioni legate all’omicidio di Joanna Yeates, architetto 25enne trovata morta il 25 dicembre scorso.
“La maggioranza delle persone passa oggi del tempo su Facebook e sugli altri siti di social networking; sono diventati parte della loro vita”, ha spiegato al quotidiano The Guardian il direttore delle indagini Phil Jones.
“Si tratta – ha aggiunto – di un’iniziativa molto più economica ed efficiente rispetto a una campagna di poster nel mondo reale”.
Tutto ciò dimostra quanto la tecnologia e i suoi strumenti siano diventati appendici naturali sia della vita quotidiana che della lotta al crimine. Nella sola città di Londra, ad esempio, sono montate 4,2 milioni di telecamere e nell’arco di una giornata una persona qualsiasi viene ripresa da circa 300 di esse.
L’utilizzo delle riprese a circuito chiuso riduce indubbiamente la privacy del cittadino, che di fatto è seguito in tutti i suoi movimenti, ma rappresenta un’arma efficace per le forze dell’ordine. Il 14 marzo scorso sei affiliati al clan camorristico dei Nuvoletta si rendono protagonisti di due raid punitivi in una sala giochi e in un bowling nel napoletano. Vengono ripresi dalle telecamere a circuito chiuso dei locali e fermati. Il 4 febbraio a Torino un anziano viene rapinato e aggredito dopo aver ritirato la pensione. Muore tre giorni più tardi, ma grazie alle riprese della banca vengono identificati gli assassini. E ancora il 1° gennaio del 2010 una ragazza albanese di 25 anni viene stuprata nel sottopasso della stazione ferroviaria Rifredi di Firenze. Il video delle telecamere di sicurezza della stazione di Prato registra quando la giovane e l’aggressore si sono conosciuti e identifica l’accusato, un palestinese di 20 anni. Sono solo alcuni episodi di una lunga lista di casi risolti grazie all’ausilio del supporto tecnologico che contestualmente forniscono prove tangibili della sempre maggiore pervasività dell’interesse pubblico nella vita del singolo.
Figlio rinnegato di questa nuova tendenza è il fenomeno WikiLeaks. Il sito, fondato nel 2006 da Julian Assange, è curato da giornalisti, attivisti e scienziati e ha come scopo quello di raccogliere documenti sensibili e segreti, e diffonderli.
I cittadini di tutto il mondo sono invitati a mandare materiale “che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende”, in cambio dell’assicurazione di un totale anonimato.
L’escalation di WikiLeaks nella coscienza collettiva è graduale ma costante. Dopo alcuni importanti documenti pubblicati nel 2008, il vero boom arriva il 28 novembre scorso quando il sito pubblica, dopo averlo annunciato, un’ingente rassegna di documenti riservati che hanno come focus l’operato del governo e della diplomazia statunitense nel mondo. Vengono diffusi senza autorizzazione 251.287 file contenenti informazioni confidenziali inviati da 274 ambasciate americane in tutto il mondo al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a Washington per quello che il ministro degli Esteri Franco Frattini definisce “l’11 settembre della diplomazia”.
All’interno dei documenti sono riportate le valutazioni sui capi di stato europei e non solo, e la fuga di notizie crea un forte imbarazzo nell’Amministrazione americana.
WikiLeaks diventa il bersaglio dei governanti e delle diplomazie di mezzo mondo. Con le rivelazioni sui segreti di Stato – dicono i suoi accusatori – viene messa in pericolo la vita di milioni di persone.
In realtà il fenomeno non è solo un’espressione estrema di giornalismo d’inchiesta, ma il riflesso naturale di una società che è cambiata e ha cambiato i suoi strumenti di giudizio e i suoi modelli di interazione con l’esterno. Sapere a tutti i costi: è questo l’imperativo categorico che il presente non ha più voglia di smentire. Per esprimere un giudizio consapevole, ma anche più semplicemente per soddisfare il piacere inconfessato di sbirciare dal buco della serratura.

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Celebrata alla presenza di tanti rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze di Sicurezza la cerimonia per i vent’anni di Riforma del Corpo di Polizia Penitenziaria
di Valeria Cosini

“Vent’anni di Riforma. Abbiamo scelto queste parole per celebrare i due decenni trascorsi dall’emanazione della Riforma del Corpo di Polizia Penitenziaria, perché il 15 dicembre del 1990 ha rappresentato un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo. L’emanazione della legge 395 costituì un importante risultato ma anche il punto da cui ripartire per attuare una completa trasformazione dell’intero sistema penitenziario”. Con queste parole il Capo del Dap Franco Ionta ha salutato gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, in occasione della cerimonia per i vent’anni di Riforma celebrata a Roma lo scorso 15 dicembre. Un’occasione importante per illustrare le novità e i cambiamenti che in questi venti anni hanno accompagnato il Corpo, di fronte agli Agenti e ai tanti rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze di Sicurezza intervenuti per l’occasione, presso la Scuola di Formazione di via di Brava.
“L’approvazione della legge di Riforma – ha detto Ionta – fu il risultato di un faticoso e lento cammino […]. Con l’emanazione della legge 354 del 1975, accolta come naturale attuazione dell’articolo 27 della Costituzione, riformare il regolamento del Corpo degli Agenti di Custodi era esigenza improrogabile per colmare la distanza dalla nuova impostazione dell’esecuzione penale disegnata dalla riforma del 1975. Il Corpo degli Agenti di custodia restava sostanzialmente ancorato allo status giuridico militare, soggetto a un sistema disciplinare rigido, con funzioni quasi esclusivamente di custodia e di sicurezza. La militarizzazione del Corpo degli Agenti di Custodia, stabilita nel 1945 per ragioni dettate dalle drammatiche condizioni delle carceri e alle proteste degli agenti, ha dunque rappresentato un freno alle legittime richieste del Corpo che rivendicava lo status giuridico a ordinamento civile, la libera sindacalizzazione, nuove funzioni, compiti e servizi”, oltre alla soppressione del ruolo delle Vigilatrici Penitenziarie. La legge di Riforma fu il frutto di un lavoro collettivo; tra le figure che maggiormente si spesero per la Riforma Ionta ha ricordato Luigi Daga, Direttore dell’ufficio studi scomparso nel 1993. Il suo impegno nella stesura del disegno di legge contribuì a rinnovare l’intera architettura dell’Amministrazione Penitenziaria, con l’istituzione del Dipartimento e del Corpo.
Dopo l’attuazione della Riforma, tra i primi importanti cambiamenti vi fu il passaggio di competenza del Servizio di Traduzioni e Piantonamenti alla Polizia Penitenziaria avvenuto nel 1996 come naturale ampliamento della vigilanza dei detenuti anche nella fase di spostamento da e verso altri istituti o per ragioni processuali; servizio per il quale oggi si stanno studiando nuovi ed importanti compiti quali le traduzioni aeree e il collegamento video per le udienze dei detenuti; modelli operativi che amplieranno competenze e ruoli degli agenti del servizio.
Altro importate cambiamento fu quello che decise la partecipazione della Polizia Penitenziaria alle attività di Osservazione e Trattamento. “Un riconoscimento formale – ha precisato Ionta – perché è innegabile, allora come oggi, che il Personale di Polizia Penitenziaria è quello che più di ogni altro vive il contatto con la popolazione ristretta in maniera continuativa: conoscenza diretta, interventi d’urgenza nelle situazioni critiche, attività di sostegno durante i momenti di sconforto che richiedono una grande capacità di ascolto. Il senso di umanità ha da sempre caratterizzato il lavoro dell’Agente di Custodia prima e della Polizia Penitenziaria poi”.
E ancora il Presidente Ionta ha ricordato l’istituzione del Gruppo Operativo Mobile nel 1997 per la gestione dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis, a sostegno di un carcere presidio di legalità e sicurezza. Inoltre un richiamo particolare alla sensibilità, alla forza e alla passione delle donne che hanno arricchito con le loro peculiari caratteristiche il quotidiano lavoro del Corpo, in ogni ruolo e servizio.
In conclusione il Capo del Dap ha voluto ricordare le “vite spezzate dalla cieca violenza della criminalità organizzata e terroristica, ma anche vittime del dovere, cadute per difendere fino all’estremo sacrificio il giuramento di lealtà e di rispetto dei principi delle istituzioni democratiche”. Uno su tutti, l’esempio di Andrea Schivo, un Agente di Custodia che durante l’occupazione tedesca, nel 1945, aiutò gli ebrei detenuti nel carcere milanese di San Vittore portando loro cibo e messaggi; attività che gli costò la deportazione nel lager di Flossembürg dove trovò la morte.
“Se il passato sono le nostra radici – ha concluso il Capo del Dipartimento – il futuro del Corpo e dell’Amministrazione è nelle nostre mani, nella nostra capacità di volgerci ad esso senza timore, con positività e fiducia”.
Il futuro della Polizia Penitenziaria passa anche attraverso il riconoscimento, da parte del Governo, della grave situazione che si vive all’interno degli istituti. “Seimila Agenti in meno con tremila detenuti in sovranumero – ha detto il Ministro Angelino Alfano, intervenuto alla celebrazione – è un vuoto di organico che rende il vostro lavoro più faticoso. Siamo consapevoli dello sforzo che fate e per questo abbiamo voluto, con una legge sostenuta dal Parlamento, provvedere all’assunzione di 1.850 agenti che nel corso del 2011 prenderanno servizio”. Il Guardasigilli ha inoltre garantito alla Polizia Penitenziaria di lavorare affinché la specificità della professione del Corpo venga riconosciuta, non solo a livello professionale, ma anche economico.
Per la celebrazione del ventennale è stata realizzata anche una cartolina, distribuita a tutti i partecipanti, per la quale è stato disposto un annullo postale speciale, applicato dalle Poste Italiane. La cartolina è un simbolo che sintetizza, con la raffigurazione dello stemma, i principi che da vent’anni tengono unito il Corpo sotto l’effige dei valori radicati e tramandati nel tempo; un’identità condivisa dagli uomini e dalle donne che con orgoglio indossano la divisa della Polizia Penitenziaria.
Nel corso della cerimonia è stata inoltre presentata l’edizione 2011 del calendario: “Un anno con la Polizia Penitenziaria” con tanti testimonial d’eccezione scelti tra attori del cinema e del teatro, personaggi della televisione e del giornalismo – molti dei quali presenti in sala – che insieme agli Agenti hanno accettato di farsi fotografare all’interno delle strutture penitenziarie del Paese, per far conoscere ai cittadini un lavoro sconosciuto e spesso vittima del pregiudizio. Il carcere non è solo il luogo che garantisce separazione dai soggetti che hanno commesso un reato, per molti il carcere è il luogo di lavoro, dove quotidianamente prestano servizio con dignità e dedizione. “La presenza di questi personaggi famosi e popolari – ha spiegato Gianni Letta, presente alla cerimonia – dà conto di quell’impegno, di quell’abnegazione e di quello spirito con cui voi fate il vostro lavoro; delle difficoltà nelle quali lo fate e di quella vita da reclusi che senza colpa siete costretti a scontare per proteggere la libertà degli altri”.

Noi e la Polizia Penitenziaria

Un anno con la Polizia Penitenziaria. Dal 1983 il calendario del Corpo è il marchio della professionalità e dell’istituzione, un omaggio a tutti gli Agenti
a cura dell’Ufficio Stampa del DAP

Attori e giornalisti, teatro cinema e informazione. La comunicazione passa anche da qui. Così è nata l’idea del calendario 2011 della Polizia Penitenziaria. Correva l’anno 1983, quando l’allora Corpo degli Agenti di Custodia ebbe il suo primo calendario, dodici mesi dedicati, di anno in anno, alla storia, alle attività, alle uniformi, alla tradizione e alla modernità. Il calendario del Corpo è un omaggio prima di tutti agli appartenenti alla Polizia Penitenziaria ma è anche oggetto di rappresentanza, di comunicazione e di immagine che utilizza l’elemento figurativo come strumento diretto e facilmente riconoscibile di un “marchio”, che è il marchio della professionalità e dell’istituzione.
L’edizione 2011, stampata in 55.000 copie, ha avuto un incredibile gradimento per la novità che lo ha caratterizzato. E la novità è stata proprio la voglia di raccontarsi attraverso la scelta di dodici testimonial del mondo dell’informazione, della cultura, del teatro e del cinema. Testimonial che, per diverse ragioni, hanno con la Polizia Penitenziaria un filo che li unisce. Perché gli attori? Da tempo il Dipartimento, attraverso l’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne, ha istituito un servizio che si dedica alle numerose richieste di girare scene di film e fiction all’interno degli istituti, con la collaborazione preziosa della Polizia Penitenziaria. La necessaria autorizzazione per lo svolgimento delle riprese è concessa dall’Ufficio Stampa a seguito di un lavoro capillare di esame delle sceneggiature, affinché esse non contengano situazioni e dialoghi lesivi per l’immagine del Corpo e dell’Amministrazione. Non è stato facile riuscire a costruire un rapporto di collaborazione con le case di produzione che, in mancanza di una diretta conoscenza del nostro mondo, si affidavano a “esperti” poco esperti di carcere. La disponibilità e la consulenza offerta sta producendo un cambiamento di rotta e vede l’abbandono di stereotipi, di pregiudizi ed errori marchiani che erano piuttosto frequenti. Nel caso di ambientazioni e sceneggiature più complesse, al fine di assicurare una corretta realizzazione delle scene, un funzionario di Polizia Penitenziaria dell’Ufficio Stampa è presente in loco per tutta la durata delle scene realizzate in carcere, ma anche in altre location esterne che prevedono la presenza della Polizia Penitenziaria e dei  suoi mezzi. Da questa collaborazione è nata l’idea di rivolgerci a quegli attori “incontrati” sui set  chiedendo loro di fare da testimonial per il nostro calendario. La risposta è stata immediata, generosa, entusiasta. La stessa riflessione è stata fatta per coinvolgere i giornalisti che hanno fatto da testimonial. Il rapporto con l’informazione è costante, abbiamo quindi pensato che tra i testimonial  la presenza di giornalisti avrebbe avuto un significato importante per veicolare la comunicazione nel mondo dell’informazione.
Il risultato è stato il confezionamento di un calendario nuovo, originale, bello da sfogliare e da conservare. Ma i veri protagonisti sono stati loro, gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria che hanno accettato di mettersi in posa, di giocare, di ridere, di fare da testimonial di sé stessi e dei propri colleghi. E grazie anche a tutti i comandanti, ai responsabili di servizi e nuclei che hanno professionalmente contribuito nelle fasi organizzative che, da nord a sud, hanno consentito di “costruire” il calendario. ■

Gennaio
L’anno si apre con le foto di Bianca Guaccero. L’attrice è immortalata insieme agli Agenti della Polizia Penitenziaria mentre impugna delle armi da fuoco all’interno del poligono di tiro. La location è quella dell’Istituto di Sperimentazione e Perfezionamento al Tiro, all’interno della Scuola di Formazione di via di Brava.

Febbraio
Protagonista del mese di febbraio è il giornalista de “Le Iene”, Luigi Pelazza, ritratto in piazza del Duomo, a Milano, insieme agli uomini e alle donne della Casa Circondariale di San Vittore e della Casa di Reclusione di Opera. Le donne della Pol Pen fingono un arresto in pieno centro al quale il giornalista, noto per la sua simpatia, si presta facendo finta di opporsi. Sempre in piazza del Duomo Pelazza sorride tra le Agenti, simpaticamente seduto sulla 500 Fiat in dotazione al Corpo di Polizia Penitenziaria.

Marzo
La giornalista Franca Leosini è il volto del mese di marzo, insieme alle donne della Polizia Penitenziaria dell’istituto romano Rebibbia Femminile, location delle fotografie.
“Quella del carcere è un’esperienza che si capisce fino in fondo – ha affermato la giornalista – solo vivendola dall’interno, non solo come operatore, ma anche come semplice osservatore. Le capacità, le difficoltà, la generosità e il sacrificio oltre ai i meriti straordinari degli operatori delle strutture penitenziarie sono purtroppo poco riconosciuti. Avvicinare questo mondo al nostro, che indubbiamente è magnificato, è un modo per diffondere e per gratificare questo lavoro, perché chi non varca quei cancelli non può rendersi conto delle difficoltà che dentro vi si trovano e del grande salto di qualità che la Polizia Penitenziaria ha compiuto negli ultimi anni”.

Aprile
Simona Cavallari è protagonista del mese di aprile. La foto, scattata nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, la ritrae tra gli Agenti che tirano in aria i berretti. “Entrare in carcere non è  un’esperienza piacevole perché, dai racconti degli agenti, ho capito che la realtà, soprattutto a Palermo, è molto difficile e i disagi che vivono i detenuti li vivono gli agenti stessi”. La presenza di volti noti sul calendario serve a “dare voce a persone che sacrificano la loro vita, i loro affetti e il loro tempo libero per la libertà di tutti, in particolare a questo Corpo di Polizia che ha una quotidianità molto particolare e molto chiusa”.

Maggio
Tra gli Agenti del NIC, a maggio, c’è Michele Placido. “Due erano le strade possibili da percorrere – ha detto il regista – per noi ragazzi del Sud: o dalla parte della legge o da quella della malavita e mi vanto sempre di aver fatto, per due anni della mia vita, il Poliziotto. Il mio ultimo film, Vallanzasca, è stato criticato da molti perché tratta di una mente criminale. Ma la domanda vera è: come hanno fatto a contenere questa mente in tutti questi anni? Oggi quel criminale è un po’ meno cattivo e un po’ più uomo, e questo è stato possibile solo grazie al lavoro straordinario di persone altrettanto straordinarie”.

Giugno
Giugno ospita gli scatti dedicati alla giornalista Elena Guarnieri nella Casa di Reclusione di Milano Bollate, su una macchina elettrica della Polizia Penitenziaria, circondata da Agenti sorridenti in divisa. “Vorrei rivolgere – ha detto la giornalista – un ringraziamento come giornalista e come cittadina. Sono contenta di aver contribuito a portare fuori dai penitenziari l’immagine di questo mestiere che è molto duro, ma che gli Agenti svolgono con grande spirito di abnegazione. Spero che la mia immagine serva ad avvicinare le persone e far capire loro che chi lavora all’interno di un carcere difende tutti noi. Purtroppo, a volte, noi giornalisti rischiamo di negativizzare l’immagine di chi lavora all’interno solo per casi di cronaca”.

Luglio
A luglio c’è l’attrice Martina Colombari ritratta su una moto di servizio, tra gli Agenti del Gruppo Operativo Mobile, a piazza Farnese a Roma.

Agosto
LLando Buzzanca è il testimonial del mese di agosto, ritratto nelle sale del Ministero della Giustizia di via Arenula.
Una location istituzionale dove l’attore posa tra gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, tra cui spicca del Sigillo di Stato.

Settembre
Protagonista degli scatti del mese di settembre è l’attrice e conduttrice Samya Abbari, ritratta tra gli atleti dell’Astrea – la squadra di calcio della Polizia Penitenziaria – sul campo  sportivo di Casal del Marmo.

Ottobre
Gianmarco Tognazzi, con la toga da magistrato, è il testimonial del mese di ottobre in compagnia del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti della Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo. La foto è stata scattata all’interno delle aule del tribunale del capoluogo siciliano.

Novembre
A novembre la location è quella del Globe Theatre di Roma dove Gigi Proietti posa tra gli agenti del Nucleo Regionale Cinofili.
Proietti ha generosamente messo a disposizione lo spazio del Globe Theatre di cui è il direttore.

Dicembre
Per l’ultimo mese dell’anno il testimonial è l’attore Leo Gullotta fotografato all’interno dell’istituto romano Regina Coeli mentre posa tra gli agenti della Polizia Penitenziaria, nella rotonda dello storico carcere romano.

Il lavoro penitenziario è stato il tema centrale della tavola rotonda organizzata dal Dap per un confronto tra Amministrazione Penitenziaria, aziende e cooperative
di Silvia Baldassarre

Il lavoro penitenziario è stato anche il tema centrale della tavola rotonda che si è tenuta – in occasione del Salone della Giustizia – nella Sala “Diotallevi”. L’incontro – dal titolo “Il carcere utile: esperienze di lavoro in carcere e nell’esecuzione penale esterna” – è stato moderato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera e ha messo a confronto il pensiero e l’esperienza dell’Amministrazione Penitenziaria, delle cooperative e dell’imprenditoria nel campo del lavoro intramurario. “Un tema tanto importante quanto sconosciuto” ha commentato il Capo del Dipartimento, Franco Ionta che ha spiegato come l’Amministrazione e il lavoro penitenziario vivano un singolare paradosso poiché i dati più conosciuti sono sempre quelli negativi, mentre i numeri positivi – che nello specifico riguardano l’alta specializzazione e la qualità produttiva – sono sconosciuti ai più.
Quello che si è voluto portare alla luce con la tavola rotonda riguarda in primo luogo l’assunzione di responsabilità da parte dell’Amministrazione nel prendere in carico, temporaneamente, delle persone e renderle un domani alla società, migliorate. Pensare infatti il sistema carcere disgiunto dalla società libera sarebbe un errore e il lavoro, in questo contesto, si pone come anello di congiunzione tra il dentro e il fuori. I dettami costituzionali vogliono il tempo della pena come un tempo fecondo, di riflessione e costruzione di un approccio diverso alla vita, attraverso una scelta di legalità. In questo tempo, insieme alla cultura e alla formazione artistica, il valore aggiunto della rieducazione e del trattamento sono la professionalità e la qualità di quanto si produce e si realizza all’interno dei laboratori e delle sezioni detentive.
I manufatti e i prodotti enogastronomici, esposti negli stand del mercato realizzato dal Dap, sono solo alcuni esempi di quanto si realizza all’interno dei penitenziari italiani e rappresentano l’ultimo anello di quella catena produttiva che prende le mosse dai progetti trattamentali, realizzati studiando ogni singolo caso, sui quali lavorano equipe di educatori e psicologi in cui si inserisce – in maniera tutt’altro che marginale – il lavoro della Polizia Penitenziaria che supervisiona e rende possibile, ogni giorno, il regolare svolgimento del lavoro.
Tutti concordi nel dire che il lavoro e la formazione sono gli unici strumenti efficaci, per quanti si sono resi colpevoli di reato, per una presa di coscienza nei confronti di una vita di legalità; il lavoro è l’unico obbligo sancito dall’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti e degli internati. Attuare i programmi – in questo periodo di emergenza a tutti noto – non è sempre facile. Il numero dei detenuti è in costante crescita (circa 68.900 persone secondo le stime del 31 ottobre 2010) ma lo è anche quello dei lavoratori: 14.100 circa, pari al 20-21% dell’intera popolazione detenuta (stima del 30 giugno 2010). Questi dati sono stati diffusi da Nicola Di Silvestre, Funzionario della Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dap che, in occasione della tavola rotonda, ha portato all’attenzione degli altri relatori e della platea il fatto che “il dato è alto, ma se si scende nel dettaglio ci si rende conto che i detenuti lavoranti che non sono alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, ma che sono assunti da soggetti terzi – imprese e cooperative – sono circa 2.000, la parte rimanente lavora all’interno degli istituti penitenziari nei servizi domestici, per necessità di gestione quotidiana degli istituti e sono pagati dall’Amministrazione”. Ai fini del trattamento la rilevanza maggiore, anche in prospettiva di un impiego lavorativo che vada oltre il tempo della detenzione, è quello che vede il detenuto assunto da imprese o cooperative.
“Sono 31 le imprese e 79 le cooperative – continua il dottor Di Silvestre – che assumono detenuti all’interno di 47 istituti penitenziari”. Un trend in costante crescita che si sta diffondendo su tutto il territorio nazionale con produzioni di nicchia che, non potendo competere con i grandi numeri delle industrie, fanno della qualità e dell’originalità del prodotto la propria mission, filo conduttore che lega tutte le produzioni carcerarie.
“Bisogna distinguere – spiega la giornalista Antonella Bolelli Ferrera – nella linea produttiva in carcere, secondo quanto sancito dalla legge Smuraglia, tra cooperative sociali (che usufruiscono di una legge ad hoc); le aziende e il lavoro che è gestito direttamente dall’Amministrazione Penitenziaria”. Per questo al tavolo dei relatori erano presenti rappresentanti delle tre parti e ognuno ha spiegato il proprio punto di vista, condividendo punti di forza e criticità di ogni progetto.
Per le aziende questa è una scommessa. Una scommessa che Giuseppe Ongaro (cfr. Le due Città – ottobre 2010), imprenditore veneto, ha vinto assumendo nella sua ditta 70 detenuti della Casa Circondariale di Verona con contratto industria, come operai di secondo livello. Ongaro ha spiegato che “i prodotti realizzati dall’azienda sono, di fatto, realtà esistenti al di fuori del carcere, ma noi siamo ottimi terzisti in grado, cioè, di portare a termine lavori per conto di altre aziende. Siamo però anche ottimi produttori in grado di rispondere direttamente al cliente”. Una produzione per la quale la selezione dei detenuti avviene seguendo la regola del turn over, tipico della detenzione preventiva, per dare maggiori possibilità di formazione – rapida, ma specifica – e permettere ai detenuti di ritornare nella società con capacità in grado di soddisfare una concreta esigenza produttiva. “Con il turn over di 11 mesi – spiega Ongaro – abbiamo formato 360 persone in 5 anni; siamo partiti con 3 detenuti”. Una scelta imprenditoriale competitiva che, dati alla mano, è in grado di immettere sul mercato prodotti di alto valore – nello specifico, porta biciclette, cassette per i pipistrelli, box cavalli e gazebi oltre alla produzione di pannelli solari termici – che vanno a chiudere il cerchio dell’inclusione sociale con il rispetto dell’ambiente.
Gli fa eco, dal mondo delle cooperative, Gianni Pizzera, Responsabile Confcooperative e Federsolidarietà. La realtà delle cooperative è presente in 68 istituti italiani, 4 Ospedali Psichiatrici Giudiziari e 7 Istituti Penali Minorili con 120 unità di personale sparse su tutto il territorio nazionale. “Una grande presenza di cooperative – sottolinea Pizzera – che oltre a fare orientamento e formazione professionale costruiscono legami con imprenditorialità esterne”, nell’ottica di favorire anche l’apertura delle mura del carcere. Conciliare il tempo della detenzione con il tempo della produzione è possibile attraverso la condivisione del progetto tra diversi attori; dalle direzioni penitenziarie ai provveditorati, dagli uffici trattamentali alla Polizia Penitenziaria, oltre agli imprenditori per valutare di volta in volta dove avviare un’attività in base a una conciliazione territoriale. Quello che chiediamo ai detenuti – continua Pizzera – è uno sforzo di cooperazione, perché i benefici e gli utili di un’impresa si ottengono solo lavorando insieme”.
Il ritorno nella società è molto delicato. Una volta libero, il detenuto si trova di fronte ad una scelta: quella di continuare con a intraprendere la via della devianza oppure decidere di vivere una vita affrancata dal crimine. In questa scelta, l’opportunità di potersi proporre con qualifiche professionali specifiche gioca un ruolo fondamentale e lo stesso vale per quanti si trovano a scontare la pena in misura alternativa.
Milena Cassano, Direttore Uepe Prap Lombardia, ha spiegato alla platea come il contatto con il territorio sia fondamentale per la creazione di percorsi alternativi, motivo per cui ha creato un’Agenzia regionale di promozione per il lavoro dei detenuti, iniziativa che ha trovato il suo punto di forza nella Commissione Lavoro regionale attraverso un percorso di sensibilizzazione sul territorio che ha coinvolto anche la Regione Lombardia. “È importante – ha spiegato la Dottoressa Cassano – fare in modo che i percorsi di inclusione abbiano la loro propedeuticità. Quindi sia la formazione all’interno degli istituti, ma anche lavori veri e produttivi, poiché dalla nostra esperienza abbiamo visto che il lavoro assistenziale non paga”. Esempi fattivi sono la collaborazione con Amsa (Azienda milanese servizi ambientali) e con Expo 2015 oltre ai numeri che nella sola Lombardia registrano circa 3.800 persone in esecuzione penale esterna. In questa stretta relazione con il territorio è di fondamentale importanza il ruolo di ogni singola impresa che – attraverso percorsi di responsabilità sociali d’impresa – possono comprendere quali siano i benefici sul bilancio sociale, convenienza che fa perno sulla formazione intramuraria e sulla futura spendibilità. Un esempio di quanto il dentro e il fuori siano collegati, sia dal punto di vista del lavoro che del contatto diretto con il territorio, è quello sardo del progetto C.O.L.O.N.I.A. ampiamente spiegato alla tavola rotonda dal Direttore Ufficio e Trattamento Prap Sardegna, Giampaolo Cassitta. Un aneddoto in particolare ha colpito l’attenzione degli ascoltatori; il racconto di una storia vera, avvenuta all’incirca a metà degli anni ’60, in una diramazione di una colonia penale dell’isola. Protagonista della vicenda narrata un detenuto che quotidianamente curava il giardino privato del direttore dell’istituto. Quando venne il giorno della scarcerazione il detenuto fece le sue considerazioni: il giardino era come la sua pena, chiara, perfetta, solida, ma completamente inutile perché privo di vita. Pur avendo imparato un mestiere non aveva prodotto nulla. Da lì iniziò una piccola produzione di cui beneficiavano i detenuti e gli agenti penitenziari ma il desiderio di entrare a far parte del mondo produttivo portò all’allargamento del progetto e successivamente alla nascita di una vera e propria azienda agricola che oggi è un vero e proprio modello. “Così è nato il progetto C.O.L.O.N.I.A. – ha spiegato Giampaolo Cassitta – con il marchio Galeghiotto di Sardegna che trova nel suo slogan la sintesi di un carcere costruttivo: Vale la pena”.
Questo progetto non è gestito da cooperative o aziende ma fa capo direttamente all’Amministrazione Penitenziaria che, attraverso la Cassa Ammende ha erogato un prestito di circa 3 milioni di euro. “Quello di Cassa Ammende – ha spiegato Ionta – non è un prestito, ma un’apertura di credito, con delle condizioni e delle riserve; ma ciò significa anche credere nei progetti e permetterne la realizzazione”.
Affinché il tempo della detenzione sia un tempo “utile” sono chiamati a rispondere anche gli enti locali, le associazioni non governative, così come quelle di volontariato; tutti devono impegnarsi affinché la continuità del trattamento sia estendibile anche fuori poiché “un carcere più aperto è un carcere più sicuro” dove siano migliori le condizioni di detenzione, ma anche quelle di lavoro.
“Siamo presenti al Salone – ha concluso Ionta – perché la pena è il completamento della Giustizia. C’è la fase dell’illecito, del crimine; poi c’è la fase dell’istruttoria; quella delle indagini e ancora quella del processo. Infine c’è la fase della pena che completa tutto il circuito, ma che ha una finalità precisa, che voglio valorizzare: bisogna che una persona che è entrata nel sistema penitenziario, attraverso una scelta di vita contraria ai valori della società, venga restituita ad essa dopo aver preso coscienza di sé”.
I due pilastri su cui si basa il costante lavoro dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria  sono la cultura e il lavoro. Nel primo caso non si tratta necessariamente di formazione intellettuale quanto di accettare e condividere i valori della società. Nel caso del lavoro, poi, la capacità lavorativa è il punto di arrivo del trattamento, ma anche il punto di partenza nei confronti della società e del recupero degli affetti, delle possibilità e della vita stessa.

Incontro con Mario Martone, regista della discussa pellicola sul Risorgimento italiano presentata al Festival di Venezia
di Alessandra Felini

Il Risorgimento di Mario Martone, un’epopea al di fuori di ogni retorica, è tra i protagonisti delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. “Noi credevamo” s’intitola il film che il regista napoletano ha diretto, puntando sui dialoghi nobili e profondi scritti con Giancarlo De Cataldo e sull’interpretazione di un plotone di magnifici attori di ogni età: Toni Servillo, Luigi Lo Cascio, Luca Zingaretti, Francesca Inaudi, Valerio Binasco, Renato Carpentieri, Michele Riondino, Anna Bonaiuto, Luca Barbareschi, Andrea Bosca.
“Noi credevamo” è un titolo rubato a un romanzo “minore” di Anna Banti ma nelle intenzioni del regista anche la “fotografia” di un sogno tradito: il sogno risorgimentale di Mazzini e Garibaldi.
“Questo titolo riassume il senso di tante speranze e di tanti progressi irrimediabilmente seguiti da sconfitte: una costante, ieri come oggi, nella storia del nostro Paese”, afferma Mario Martone. “Per usare un linguaggio psicanalitico, il Risorgimento è un trauma rimosso ed è la chiave migliore per capire il presente di un’Italia ancora disunita, dilaniata dai risentimenti tra concittadini, eternamente in preda al malessere, con il Nord e il Sud che risultano ancora divisi”.
Applaudito all’ultima Mostra di Venezia, nel settembre 2010, “Noi credevamo” è uscito subito dopo nei cinema dove, malgrado l’esiguo numero di copie in circolazione, ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico. Segno che, al di là delle commedie sempre vincenti, esiste una domanda diffusa di contenuti alti, in questo caso la voglia di andare a fondo sulla nostra storia, sulla
genesi stessa dell’identità nazionale.
Ed è proprio mosso da questa esigenza che Martone, un autore-chiave nell’anno del Centocinquantenario (porterà in teatro a marzo le “Operette morali” di Leopardi) si è mosso per realizzare “Noi credevamo”.  “Mi sono messo all’opera”, spiega, “partendo da una prospettiva inedita e cercando di depurare da ogni retorica gli eventi sanguinosi che portarono all’unità d’Italia. Mi sono sforzato di andare oltre la Storia ufficiale per lasciare spazio ai dubbi, per descrivere le disillusioni, per portare allo scoperto le utopie che non si sono ancora realizzate”.  
Nel Risorgimento “non imbalsamato” di Martone, la tormentata epopea di patrioti e cospiratori contiene chiari riferimenti al complicato presente del nostro Paese. Il regista definisce la sua opera un film tragico, anzi catartico, nel quale Mazzini-Servillo è una figura vicina al terrorismo in quanto “allevò giovani martiri, come i fondamentalisti islamici” e fu contestato da Marx e Engels proprio per la sua strategia violenta di lotta. Ma non c’è alcun sacrilegio, puntualizza il regista, dal momento che il suo lavoro è stato suffragato da lunghe e accurate ricerche: “Non abbiamo inventato nulla. Ho studiato montagne di documenti, scritti, riferimenti storici. Calare Mazzini nell’autenticità delle sue scelte politiche non significa sminuirne la portata. Semmai serve a renderlo più vicino a noi, alla nostra epoca”.
Ma com’è nata l’ispirazione che l’ha portato a raccontare il Risorgimento come non l’abbiamo mai visto? Dice Martone che tutto è cominciato dopo l’11 settembre, quando il regista cominciò a riflettere sul rapporto “fisiologico” tra terrorismo e lotta per l’identità nazionale. “Mi sono domandato”, racconta, “se l’Italia, che ha tanto a lungo combattuto per l’indipendenza, avesse conosciuto qualcosa di simile. Possibile che la storia del nostro Paese sia stata solo una sequenza di grandi battaglie, gesti eroici e abili diplomazie senza quel pesantissimo contrappeso che l’impegno di una lotta del genere comporta?”.
Questa la  base di partenza del film, che ha avuto una gestazione lunga sette anni. Vuoi per il rigore di Martone e De Cataldo, che si sono imbarcati in lunghe e dettagliate ricerche storiche. Vuoi per i costi elevati dell’operazione (sostenuti dalla società Palomar con RaiCinema e RaiFiction). Vuoi per la difficoltà oggettiva di mettere insieme un cast tanto importante.
Il regista ammette di essere partito senza pregiudizi sapendo poco sul Risorgimento, come tutti quelli che lo studiano, magari svogliatamente, a scuola. E di essere arrivato al traguardo con un bagaglio carico di dubbi, sguardi critici, questioni ancora aperte. Quattro atti, decine di personaggi, tre ore e venti (nella versione completa, destinata alla messa in onda televisiva) di “Noi credevamo” consegnano allo spettatore un’antiepopea che gronda sangue e tradimenti, appassiona e fa riflettere. Riconciliando il pubblico con la storia italiana e con il grande cinema.

La presenza dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia di Rimini

All’appuntamento con la seconda edizione del Salone della Giustizia di Rimini il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si è presentato per rispondere alle istanze dei cittadini di conoscere – nella sua interezza – il sistema giustizia, settore della vita collettiva al centro del dibattito politico e dell’interesse dell’opinione pubblica.
Un evento di comunicazione istituzionale, quello del Salone, che il Dap ha organizzato in uno spazio di 700 metri quadrati ponendo l’attenzione su una questione fondamentale: il lavoro in carcere. “Il tempo del carcere e il carcere nel tempo” – questo il tema dell’allestimento – ha permesso di far conoscere ai visitatori le iniziative che l’Amministrazione promuove in tutti gli istituti penitenziari italiani. Aprire le porte del carcere, quindi, e permettere alla gente di entrare – in maniera figurata – e vedere quanto di buono si crea e si produce all’interno delle sezioni detentive del Paese. Il focus sul lavoro ha mostrato un luogo, quello del carcere, che ha una valenza diversa da quella della segregazione; è in realtà un luogo ricco di valore se gli si attribuisce un significato di riscatto attraverso la formazione e il lavoro. Sono questi, infatti, gli unici strumenti che possono rendere l’espiazione della pena l’inizio di un nuovo percorso. Il tempo del carcere, quindi, è il tempo produttivo, dove le abilità manuali e cognitive devono essere impiegate per la crescita personale, dove la persona detenuta deve essere messa in grado di elaborare un nuovo progetto di vita, ritrovando la dignità di vivere un’esistenza proiettata verso la scelta della legalità. È stata quindi allestita una “piazza del mercato”, con nove punti vendita, dove i visitatori hanno potuto acquistare prodotti enogastronomci, pelletteria, abbigliamento, articoli di cartotecnica e cosmetici.
Gli espositori dei prodotti carcerari sono stati il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania, che ha messo in vendita i prodotti degli istituti penitenziari di Pozzuoli, Sant’Angelo dei Lombardi, Eboli e Lauro; il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna che ha messo in vendita e ha offerto degustazioni di alcuni dei prodotti del progetto C.O.L.O.N.I.A, con il marchio Galeghiotto, finanziato dalla Cassa Ammende, realizzati nelle colonie agricole dell’isola; il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Lombardia, che ha presentato la cioccolateria “Dolci libertà” del carcere di Busto Arsizio, la gelateria “Aiscrim – prigionieri del gusto” di Opera e la sartoria “Alice” di Bollate e San Vittore.
Numerose sono state le cooperative sociali che hanno effettuato la vendita dei prodotti realizzati dai detenuti: il Consorzio Cooperative Sociali Artemisia 2004 Onlus; Ora d’aria Onlus; Sigillo, marchio che raggruppa Codiceasbarre, Gatti Galeotti, Made in Carcere, Papili Factory, Rio terà de’ pensieri; Altracittà, Cooperativa Sociale Padova; I dolci di Giotto, la pasticceria del carcere di Padova; la Cooperativa Solaris di Monza.
Il lavoro penitenziario è stato anche il tema della tavola rotonda organizzata dal Dap, dal titolo: “Il carcere utile: esperienze di lavoro in carcere e nell’esecuzione penale esterna”. Sono intervenuti il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta; Nicola Di Silvestre, funzionano della Direzione generale detenuti e trattamento del Dap; Gianni Pizzera, Responsabile Confcooperative e Federsolidarietà; Giuseppe Onagro, imprenditore; Giampaolo Cassitta, Direttore Ufficio detenuti e trattamento, Prap Sardegna; Milena Cassano, Direttore Ufficio esecuzione penale esterna, Prap Lombardia. Ha moderato l’incontro la giornalista Antonella Bolelli Ferrera.
L’esposizione allestita dal Dap, ha dedicato un ampio spazio agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria per far conoscere ai cittadini quanto sia loro prossimo il lavoro che quotidianamente il Corpo svolge nella società; l’immaginario collettivo, infatti, colloca i Poliziotti Penitenziari all’interno delle carceri e spesso non ne considera specificità e competenze. Per questo la massiccia presenza della Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia si è fatta notare e ha affascinato soprattutto i più giovani. Gli studenti delle scuole si sono fatti fotografare all’interno delle vetture e hanno rivolto agli agenti le più svariate domande sul lavoro svolto sia dentro che fuori dalle strutture penitenziarie.
“Il carcere nel tempo” ha ospitato anche una piccola sezione storica dedicata al carcere in Italia dopo l’Unità, in omaggio al 150° anniversario dell’unità d’Italia, con un’esposizione di testi storici provenienti dalla Biblioteca storica e dal Muso criminologico del Dap.


Tutti i volti della Pol Pen

Non esiste “un lavoro” del Poliziotto Penitenziario, ma ad ogni attività corrisponde un nucleo o una sezione con compiti e specializzazioni di alto livello
di Silvia Baldassarre

La Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia è stata una presenza forte. Ha comunicato ai cittadini l’importante ruolo strategico che svolge nel funzionamento dell’organizzazione, attraverso le molteplici funzioni, siano esse svolte all’interno delle strutture penitenziarie che nelle specializzazioni e nelle funzioni extra penitenziarie, quali le Traduzioni e le attività di Polizia Giudiziaria del Nucleo Investigativo Centrale, il Servizio Navale e il Gruppo Operativo Mobile, il Servizio Cinofili e i Servizi di Scorta, il Gruppo Sportivo e la Banda Musicale che ha eseguito un concerto nel giorno dell’inaugurazione.
Il personale di Polizia Penitenziaria presente al Salone ha svolto attività di rappresentanza, di vigilanza e sicurezza e ha interagito con i visitatori spiegando loro di essere una delle cinque forze di sicurezza del Paese e che, come tale, assicura – anche nelle attività di ordine pubblico – la sua presenza nella tutela e nella salvaguardia dei cittadini. Questo aspetto, poco pubblicizzato dai media, molti visitatori lo hanno appreso guardando i pannelli fotografici e chiedendo ai diretti interessati. In realtà ai ragazzi, ma anche agli adulti che hanno visitato l’area espositiva del Salone riminese, è stato spiegato che non esiste “un lavoro” del Poliziotto Penitenziario, ma che ad ogni attività corrisponde un nucleo o una sezione ben definita e che sono molteplici le specializzazioni che i vari incarichi richiedono.

LA BANDA MUSICALE
A dare il via ufficiale alla seconda edizione del Salone della Giustizia di Rimini è stata la Banda della Polizia Penitenziaria.
Le note dell’inno di Mameli hanno risuonato nella grande sala di rappresentanza mentre il Senatore Filippo Berselli, Presidente della commissione Giustizia e promotore dell’iniziativa, insieme a Michele Vietti, vicepresidente del Csm, tagliavano il nastro tricolore.
“Noi siamo la faccia della Polizia Penitenziaria – ha spiegato con orgoglio il Commissario Fausto Remini, Maestro della Banda – siamo la rappresentanza per eccellenza. Per tutti noi è stato un onore suonare in questa occasione particolare perché la Giustizia è identificata con la Polizia Penitenziaria; il binomio è perfetto e immediato”.
Il complesso bandistico fa trasparire la forte coesione sia del gruppo che del Corpo, entrambi giovani, ma egualmente fieri di indossare la divisa della Polizia Penitenziaria e di mostrare il proprio valore.
La Banda si esibisce in occasione di manifestazioni pubbliche, nazionali e internazionali e il suo valore artistico è molto apprezzato. “Il nostro riconoscimento è l’applauso – ha detto ancora il Maestro Remini – e riceverlo dalle autorità è sempre emozionante. È un piacere, però, suonare anche davanti ai giovani che poco conoscono la musica della Banda, la identificano con qualcosa di desueto e non sanno quanto lavoro e studio siano necessari per offrire un’esecuzione di alto livello: la musica è come una montagna senza vetta”.
La Banda del Corpo di Polizia Penitenziaria è formata da 58 elementi ai quali si aggiungono il Maestro e il suo vice. Ogni musicista ha davanti a sé uno spartito particolare, che permette realizzazioni altrettanto particolari. La partitura del Maestro, invece, raccoglie e organizza più righi musicali per permettere la gestione simultanea di tutti gli strumenti. “Il nostro organico – ha spiegato il Maestro Remini – è poco numeroso, vorremmo arrivare a 103 elementi. Siamo anche molto giovani rispetto ad altri Corpi Bandistici che hanno oltre cento anni di storia, ma non per questo siamo meno validi nell’esecuzione. Quello che ci distingue è anche il fatto che utilizziamo degli strumenti non contemplati in altre Bande; questo rende gli arrangiamenti più complessi, ma soprattutto ci permette di tenere viva quella tradizione squisitamente italiana dell’organico vesselliano”. Un recupero della tradizione improntato alla costruzione di un nuovo futuro bandistico che i visitatori del Salone della Giustizia e le Autorità presenti hanno avuto modo di conoscere e apprezzare nel concerto a loro dedicato nella giornata inaugurale della manifestazione.

SERVIZIO NAVALE  
Nello stand dedicato alla Polizia Penitenziaria spiccano due divise che di rado si incontrano; si tratta delle uniformi del Servizio Navale. “Neppure alcuni colleghi hanno riconosciuto la nostra divisa”, dice sorridendo l’Ispettore Rita Gasparre e questo, forse, lo si può spiegare con il fatto che il supporto delle imbarcazioni è richiesto solo in alcune strutture penitenziarie: Favignana, Porto Azzurro-Marina di Campo, Gorgona, Napoli e Venezia. “Proprio a Venezia – ci ha spiegato il Vice sovrintendente Vincenzo Arnese – poiché tutto il trasporto è su acqua, è naturale che anche le traduzioni dei detenuti avvengano sulle barche”. Ma il Servizio Navale non si occupa solo di questo. Come spesso avviene, la Polizia Penitenziaria, con i suoi mezzi, è di supporto alle operazioni di pubblica sicurezza al fianco delle altre forze dell’ordine. A Venezia, con i motoscafi lagunari, partecipa alle regate storiche e alla festa del Redentore offrendo sia un appoggio logistico che di controllo del perimetro e del traffico marittimo. Il Servizio Navale, in questa città, assume delle specificità che altrove non potrebbe avere poiché si occupa anche del trasferimento dei detenuti di tutto il Triveneto verso la Corte d’Appello che ha sede a Venezia.
“Le imbarcazioni possono trasportare un massimo di 20 persone – spiega ancora l’Ispettore Gasparre – compreso l’equipaggio. Il comandante (“padrone” nel gergo tecnico) e il motorista non fanno parte della scorta, ma hanno la responsabilità della barca e di tutti coloro che salgono a bordo. A Venezia la Polizia Penitenziaria ha in dotazione delle barche sulle quali non è possibile stare in piedi per la loro conformazione e, all’interno, non vi sono delle celle di sicurezza come nel caso del trasporto su strada”. A seconda delle caratteristiche territoriali, infatti, vi sono delle imbarcazioni specifiche: naviglio d’altura, naviglio costiero e naviglio d’uso locale.
“Per l’accesso al Servizio Navale – racconta il Vice sovrintendente Arnese – dopo aver superato le selezioni e il concorso pubblico per la Polizia Penitenziaria e dopo il corso, ci aspettano altri 4 mesi di preparazione presso uno dei centri di addestramento della Marina Militare dove si acquisiscono competenze tecniche in ambito marittimo: dalla patente nautica all’orientamento in mare, dalla conduzione navale alla gestione della barca stessa”. Competenze specifiche che si sommano alla preparazione professionale di tutti gli Agenti Penitenziari.

NUCLEO INVESTIGATIVO CENTRALE (NIC)
La Polizia Penitenziaria è giovane, ma al suo interno esistono specializzazioni e servizi di altissimo livello che esulano dal mero compito custodiale. È il caso del Nucleo Investigativo Centrale nato ufficialmente il 14 giugno del 2007.
Il NIC è alle dirette dipendenze dell’Autorità Giudiziaria per le indagini da svolgersi nell’ambiente penitenziario o strettamente attinente ad esso. L’attività investigativa si orienta in molteplici direzioni: dalla criminalità organizzata alle possibili infiltrazioni esterne, dal terrorismo internazionale a quello di matrice interna; oltre alla sezione “Catturandi” che si occupa degli evasi.
Le peculiarità del Corpo di Polizia Penitenziaria rendono gli agenti del NIC degli specialisti nelle operazioni di Polizia Giudiziaria che partono dall’interno degli istituti di pena e si espandono all’esterno. La stretta relazione con il territorio e la profonda conoscenza che gli agenti hanno dell’ambiente in cui operano permettono loro di comprenderne dinamiche e complessità, attraverso un lavoro sul campo che accresce quotidianamente esperienza e maturità e che – in pochi anni – ha reso il NIC il maggior organo di controllo e d’investigazione della Polizia Penitenziaria.
Gli ambiti di attività sono i più svariati. Le specificità che non hanno le altre forze di sicurezza – con le quali spesso si lavora in maniera congiunta – e l’alta specializzazione del Nucleo fanno perno sulla profonda conoscenza del mondo penitenziario. Così da un’intuizione nata in un carcere – studiando e cercando di capire semplici gesti o codici malcelati in un colloquio con i parenti – può nascere un’indagine in grado di individuare i nuovi modi del delinquere e i mezzi della moderna comunicazione criminale, nel tentativo di elidere ogni possibile contatto con l’esterno perché la fase dell’esecuzione penale non coincide necessariamente con la fine della delinquenza.
La complessa organizzazione del Nucleo è suddivisa in tre livelli: centrale, intermedio e locale; questo permette un controllo sempre efficace su tutto il territorio nazionale senza trascurare le zone periferiche.
Grazie all’ottimo lavoro svolto negli anni – il provvedimento del 2007 è, infatti, solo l’atto finale di un percorso iniziato con la legge di riforma dell’Ordinamento Penitenziario – il NIC e la Polizia Penitenziaria hanno assunto pari dignità rispetto alle altre forze di sicurezza. “È un lavoro soggetto a orari e turni imprevedibili – spiegano gli agenti – per i quali la disponibilità del personale è senza limiti. Lavorare nel Nucleo Investigativo Centrale è un’esperienza esaltante, ma allo stesso tempo gravosa”.

SERVIZIO TRADUZIONI E PIANTONAMENTI
Il Servizio si occupa della traduzione dei detenuti da e verso il carcere. È il caso dei trasferimenti per le visite mediche presso uffici sanitari esterni o dei trasferimenti verso il tribunale e viceversa. In ogni caso la scorta si compone di uomini e mezzi adeguatamente scelti a seconda del caso; ad esempio, qualora si debba trasportare una detenuta, nella scorta deve essere presente – per legge – una donna, in grado di sopperire al compito eventuale di una perquisizione.
“L’autista – spiega l’Assistente Capo, Francesco D’Astici – è sempre responsabile del mezzo e delle persone che trasporta. Inoltre, deve effettuare un controllo generale sul mezzo per garantire la sicurezza e l’incolumità di tutti i passeggeri”. È compito del conducente, infatti, controllare e indicare ai manutentori eventuali problemi meccanici o qualunque tipo di problema che possa condizionare la buona riuscita del trasporto. Gli autisti sono obbligati a seguire un corso speciale di guida che consenta loro di fronteggiare situazioni di ogni tipo come la guida di un mezzo blindato e la capacità di dominare il mezzo in qualunque situazione climatica e del manto stradale.
La scorta, invece, gestisce i detenuti da trasportare. “Il corso – specifica l’Assistente Marco Campilani – insegna a fronteggiare ogni situazione di pericolo legata a possibili atti di escandescenza da parte dei detenuti, ma allo stesso tempo ci forma anche dal punto di vista logistico”. Il Servizio Traduzioni e Piantonamenti, infatti, gestisce non solo il trasporto, ma tutta la strategia ad esso connessa: disposizione di uomini e mezzi, dotazioni logistiche e gestione del supporto informatico. Inoltre, il Servizio si occupa delle attività di Polizia Stradale e ispettive connesse alla buona riuscita della traduzione.
GRUPPO OPERATIVO MOBILE (GOM)
Nato nel 1997 e definito dal punto di vista normativo due anni dopo, il Gruppo Operativo Mobile è un servizio alle dirette dipendenze del Capo del Dipartimento. Il suo compito principale è quello di vigilare, custodire e trasferire i detenuti sottoposti al regime del 41 bis e i collaboratori di giustizia ritenuti a rischio. Lo svolgimento di questi compiti, richiede di continui corsi di aggiornamento – sia teorici che pratici – che garantiscono acquisizioni sempre aggiornate che vanno di pari passo con le modifiche della legge e con l’evoluzione degli armamenti in dotazione. Anche le donne fanno parte del Gruppo e si occupano delle uniche due detenute – ristrette nella Casa Circondariale dell’Aquila – sottoposte al regime speciale del 41 bis. “Essendo un gruppo specializzato – spiega l’Agente Isabella Polizzi – l’impegno fisico richiesto è molto elevato. Il personale del GOM non può prestare servizio nello stesso posto per più di quattro mesi per motivi di sicurezza i detenuti ad alto indice di pericolosità, infatti, non possono stare con gli stessi agenti oltre un periodo di tempo stabilito”.
Il GOM si occupa anche delle traduzioni e del piantonamento di detenuti o internati ad alto indice di pericolosità, comunque sempre in casi estremamente delicati si occupa di gestire situazioni di una certa gravità.

SERVIZIO CINOFILI
“Dove non arriva l’occhio dell’operatore, arriva il fiuto del cane – ci spiega l’Assistente Capo Walter Cicero – e il rapporto con l’animale è il valore aggiunto di questo servizio”. La presenza dei cinofili all’interno delle carceri è nata, infatti, per effettuare controlli a 360 gradi per quanto riguarda l’ingresso di stupefacenti nelle strutture penitenziarie. Il servizio, nato nel 2002 dalla passione di tre operatori penitenziari della Casa Circondariale di Asti, è stato riconosciuto dalla legge il 17 ottobre dello stesso anno. Una scommessa vinta dall’Amministrazione che ha riconosciuto nelle capacità antidroga dei cani un elemento aggiuntivo nella lotta al traffico di stupefacenti anche all’interno delle strutture penitenziarie. Il servizio interviene principalmente nelle situazioni di contatto tra il carcere e l’esterno: durante i colloqui tra detenuti e familiari, nel controllo della corrispondenza, dei pacchi postali e degli alimenti. Forte delle proprie specificità, il Servizio Cinofili della Polizia Penitenziaria, svolge compiti di Polizia Giudiziaria insieme alle altre forze di sicurezza nella lotta alla droga.
“Si lavora sempre in due – spiega l’Agente scelto, Umberto Calabrese – il conduttore del cane e l’agente di supporto”. Il lavoro di squadra permette il controllo minuzioso di tutte le situazioni anomale: un agente esamina l’ambiente mentre l’altro sorveglia ogni minimo movimento del cane che riesce a percepire non solo l’odore delle sostanze proibite, ma anche l’inquinamento – come si dice in gergo – ovvero il contatto con gli stupefacenti avvenuto nei giorni immediatamente precedenti a quello del controllo, poiché la capacità olfattiva dei cani è superiore a quella dell’uomo dalle 300 alle 500 volte. Da ogni singolo movimento dell’animale è possibile comprendere una quantità innumerevole di informazioni che permettono l’intervento istantaneo degli operatori.
Un rapporto così stretto tra uomo e animale – dal punto di vista lavorativo – è possibile solo dopo un lungo periodo di corso, che va dai sei agli otto mesi, e che rende l’attività sempre efficace e proficua. Il Servizio Cinofili è operativo solo in alcune regioni – solo la Sicilia ha la particolarità di avere due distaccamenti – ma spesso le squadre vengono inviate su tutto il territorio nazionale per controlli a campione per garantire la sicurezza in tutti i penitenziari italiani.

“Il tempo del carcere e il carcere nel tempo”

Per la prima volta il Dap ha dato modo alle associazioni e alle cooperative di mostrare al pubblico i prodotti realizzati all’interno dei  penitenziari italiani

La presenza dell’Amministrazione Penitenziaria al Salone della Giustizia non si è limitata ai soli compiti di rappresentanza e di esposizione, ma per la prima volta il Dipartimento ha dato modo alle associazioni e alle cooperative che lavorano all’interno delle carceri italiane di mostrare il proprio operato attraverso il contatto diretto con le istituzioni e con i cittadini. La forza comunicativa dell’evento riminese, sia dal punto di vista istituzionale che sociale, ha permesso ai detenuti di essere presenti, attraverso le proprie realizzazioni, facendo uscire dai penitenziari i prodotti e mostrando come il lavoro sia un elemento concreto di rieducazione e rinascita.
“Il tempo del carcere e il carcere nel tempo”, questo il titolo dell’esposizione che – realizzata come una vera e propria piazza mercato – ha permesso  non solo di mostrare i prodotti ma addirittura di venderli al grande pubblico.
Nove stand hanno offerto una panoramica delle tante iniziative avviate per il trattamento dei detenuti che attraverso il lavoro hanno la possibilità di creare un nuovo percorso di vita. Un nuovo punto di partenza per una vita affrancata dal crimine e orientata al recupero del quotidiano, della legalità e del contatto con la società. È proprio il recupero di tale contatto che l’esposizione e la vendita hanno permesso di rendere concreto non solo in maniera figurata.
I prodotti realizzati nelle carceri del Paese – manifatturieri e agro-alimentari, di pelletteria e sartoriali – hanno suscitato l’interesse dei visitatori così come delle autorità istituzionali che hanno visitato l’area espositiva del Dap.
I prodotti venduti sono solo il risultato finale di quel lavoro che quotidianamente gli agenti della Polizia Penitenziaria, insieme agli educatori, agli psicologi e ai volontari svolgono all’interno dei penitenziari italiani; una filiera produttiva che si concretizza giorno dopo giorno in progetti e realizzazioni di altissimo livello.

Entrando nella grande area espositiva e compiendo un giro i senso orario, il primo stand che si incontra è quello del Prap Lombardia al cui interno sono esposti i prodotti di Dolci Libertà e le iniziative della Cooperativa sociale Solaris Lavoro e Ambiente.
La prima produce e commercializza prodotti artigianali di pasticceria e cioccolateria, attività quest’ultima che ha permesso a “Dolci Libertà” di vincere il premio di miglior prodotto artigianale d’Italia nella alla prestigiosa rassegna perugina di Eurochocolate. La società opera all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio e impiega 46 detenuti; “questo numero equivale al 10% della popolazione detenuta a Busto – spiega il direttore Salvatore Nastasia – e la forza del progetto sta nell’attenzione riservata alla formazione che rende questo lavoro qualificato e in grado di offrire alternative future di alta professionalità, diversamente dal lavoro domestico al quale in genere gli ex detenuti sono relegati”.
L’ottima riuscita dell’iniziativa è sostenuta soprattutto dallo sforzo sinergico con la Polizia Penitenziaria, spesso impegnata in doppi turni lavorativi, che riesce a gestire il sovraffollamento in maniera eccellente garantendo sempre la copertura dei turni e, di conseguenza, la possibilità di non fermare la struttura produttiva. “Il prodotto sposa un progetto – spiega Marco Molinelli, responsabile di Dolci Libertà – ed è per questo che il team della ditta ha messo ha disposizione professionalità e materie prime di qualità prima scelta per far sì che la qualità del prodotto sia massima”.
Nella Casa Circondariale di Busto Arsizio entra professionalità ed esce un prodotto che vuole farsi conoscere per il suo valore e non solo per la sua provenienza. Il premio vinto a Eurochocolate e le numerose richieste di confezioni giunte per Natale sono solo un esempio del valore produttivo e rieducativo dell’iniziativa.
La presenza al Salone è stata di forte impatto anche per la Cooperativa Solaris che gestisce il laboratorio di legatoria all’interno della Casa Circondariale Sanquirico di Monza. “Essere qui – afferma Andrea Caserini, responsabile dell’Ufficio Sociale – rappresenta un’opportunità per farci conoscere soprattutto perché i nostri clienti sono Enti Pubblici”. Il laboratorio, infatti, offre attualmente il proprio servizio a vari Comuni e alle biblioteche del territorio di Monza e della Brianza. L’attività intramuraria, oltre ad avere un’altissima qualità artigianale, è finalizzata al reinserimento sociale attraverso il conseguimento di competenze, autonomie e abilità lavorative spendibili – una volta scontata la pena – nel mondo del lavoro. L’attività – che si sovvenziona esclusivamente attraverso gli introiti delle commesse – mette a disposizione un sistema di legatoria tradizionale, fatta interamente a mano, che in tutta la Provincia di Monza e in Brianza offre prezzi competitivi associati all’ottima esecuzione del lavoro.
Proseguendo nel percorso si trova lo stand del marchio Sigillo, di cui fanno parte Gatti Galeotti, la Cooperativa Sociale Alice e la Sartoria San Vittore, con l’esposizione di prodotti sartoriali realizzati all’interno della Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano. La mission di questi marchi sposa i concetti di equità economica e solidarietà con l’intento di dare uno sbocco lavorativo alle persone precedentemente formate nei corsi di sartoria. Un percorso che propone continuità tra dentro e fuori nel senso che la formazione avviene all’interno dei penitenziari, dove successivamente si inizia a lavorare per tutta la durata dell’esecuzione penale, successivamente spendibile per una posizione lavorativa referenziata in libertà o, per i detenuti in possesso dei requisiti giuridici adeguati, di accedere alle misure alternative alla detenzione. Nei laboratori vengono realizzati prodotti sartoriali di ogni genere: dall’abbigliamento all’arredamento tessile, dall’arredamento tessiledalla tessitura ai costumi teatrali, senza dimenticare la sartoria forense con la realizzazione di toghe per avvocati complete di pettorina e cordoniere con uno slogan tanto simbolico quanto emblematico: “Chi, meglio di noi, può prendersi cura di voi?”.
Il terzo stand che si incontra è un agglomerato di colori e di stoffe vivaci; prodotti realizzati con tessuti di scarto e riciclati, scelta di mercato nata come metafora di una nuova chance per le donne detenute che creano borse, accessori e shopper bag. Made in Carcere – che figura anch’esso sotto il marchio Sigillo – è un progetto tutto al femminile nato nel 2007 all’interno della Casa Circondariale di Lecce ed è, in primo luogo, un impegno di inclusione sociale in cui il lavoro si affianca a un vero e proprio progetto industriale. “Io volevo dimostrare – spiega Luciana Delle Donne, fondatrice della Cooperativa Sociale – che si può stare sul mercato in maniera economicamente efficiente e allo stesso tempo responsabile”. La decisione di investire in ambiti quali l’ambiente, con il recupero di materiali di scarto, e nel sostegno di  le vite al margine della società permette di far rivivere i tessuti creando una professionalità qualificata e spendibile sia dentro che fuori dal carcere. Il costo pari a zero delle materie prime, affiancato ad un’alta professionalità, fa dei prodotti Made in Carcere delle creazioni in grado di affiancare all’utilità anche un messaggio di rispetto e libertà.
“L’opportunità che ci è stata data dall’Amministrazione Penitenziaria di partecipare con un nostro stand al Salone della Giustizia – continua Luciana Delle Donne – ci permette di emergere dalla chiusura del carcere e di confrontarci con realtà simili alla nostra, anche per condividere con loro criticità e punti di forza di ognuno. Io non vendo il prodotto Made in Carcere, ma il progetto che vive dietro di esso”. La valenza rieducativa del lavoro si affianca ed è sostenuta dalla conoscenza; portare all’esterno i prodotti carcerari significa permettere ai cittadini di comprendere che carcere non è solo custodia e allo stesso tempo significa dare concretezza, dal punto di vista dei detenutodetenuti, che i prodotti da loro creati hanno una finalità concreta che li riporta ad un contatto diretto con il territorio.ad un lavoro che rappresenta il compimento di un programma trattamentale specifico.
Sul concetto di recupero e riciclo di materiali si basa anche il progetto della Cooperativa Sociale Altra Città, nata nel 2003 nel carcere Due Palazzi di Padova, che ha come intento quello di perseguire l’integrazione sociale di persone svantaggiate. Integrazione e lavoro, a Padova, passano attraverso la realizzazione di articoli di cartotecnica, legatoria e grafica, restauro di testi antichi, servizi di documentazione per biblioteche, centri di documentazione e archivi. “Dal carcere al territorio” è lo slogan della cooperativa che da tempo vuole mostrare all’esterno del muro di cinta che nell’altra città, appunto, può esistere laboriosità e creatività. “La presenza in questo spazio allestito dal Dap – spiega la responsabile Rossella Favero – ci permette non solo di mostrare i nostri prodotti al di fuori della città di Padova, ma anche di farci conoscere dalle altre realtà esistenti in Italia”. Alta formazione e recupero dei materiali, quindi, la formula vincente della Casa di Reclusione di Padova dove dalla carta rinata – la cui lavorazione avviene negli stessi laboratori del carcere – prendono forma quaderni, ricettari, segnalibri, biglietti di auguri, diari e rubriche.
Nella Casa Circondariale, poi, nel 2009 è nato un laboratorio artigianale di cornici, servizio rivolto ad aziende, istituzioni e privati che vogliono valorizzare stampe antiche, planimetrie, disegni e attestati.
Lo stand del Provveditorato Regionale della Sardegna ha messo in mostra i tanti prodotti eno-gastronomici del progetto C.O.L.O.N.I.A. realizzati nei penitenziari di Isili, Is Arenas e Mamone, una superficie complessiva di 6.000 ettari di territorio in cui rivive un’antica tradizione squisitamente sarda. “Questa vetrina è importante – ha affermato l’agronomo Mauro Pusceddu – perché facciamo vedere che ciò che viene prodotto non resta all’interno delle carceri ciò che viene prodotto. Il senso di mostrare all’esterno, inoltre,  ciò che viene creato perché si restituisce qualcosadignità anche al lavoro del detenuto, per cui, dal punto di vista del trattamentosociale è un cosa molto importante”.
Uno studio del Dap ha stabilito che il contatto con la cura del la terra e degli animali – soprattutto nel caso di colonie agricole penali – attraverso il contatto con il ciclo vitale delle piante e degli animali accresce l’autostima e porta il benessere interiore. Questo rientra nella logica, più volte ribadita dal Capo del Dipartimento, che più le carceri sono aperte e più sono sicure, motivo per cui la Cassa  ddelle Ammende ha deciso di stanziare un finanziamento pari a 2.902.000 € per sostenere progetto C.O.L.O.N.I.A.
“Questa è la prima uscita ufficiale del progetto – continua Pusceddu – dedicata a un pubblico di nicchia, ma sicuramente un’occasione di far conoscere i prodotti anche all’esterno, sia del carcere che dell’isola. Oltre alla qualità del prodotto in sé, siamo qui a mostrare la storia che c’è dietro. Una storia di formazione, certificazione e retribuzione dei detenuti; di recupero dell’autostima e di attenzione al consumo e all’utilizzo dei prodotti anche da parte dei detenuti stessi, poiché vengono venduti anche nelle dispense agricole (spacci). Questo anche per assicurare il rispetto dei diversi credi religiosi”.
I settori produttivi del progetto C.O.L.O.N.I.A. – che impiega la quasi totalità dei detenuti dei penitenziari interessati, circa 700 – comprendono tutti i campi dell’allevamento e dell’agricoltura e rappresentano, oggi,
in Italia l’esempio più florido e proficuo di azienda agricola multifunzionale, un modello aziendale preso come riferimento anche al di fuori del contesto penale.
Dedicato ai prodotti agro-alimentari è anche lo stand del Prap Campania con il Caffè Lazzarelle della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli e i prodotti della Casa Circondariale di Sant’Angelo dei Lombardi. Nello stesso stand sono illustrate le attività dell’Istituto di Custodia Attenuata di Eboli.
“Quello che le detenute devono capire – spiega un’educatrice di Pozzuoli – è che esistono stili di vita non necessariamente delinquenziali e questo più avvenire solo attraverso l’acquisizione di competenze lavorative”. Fare e creare qualcosa di concreto rappresenta, dal punto di vista trattamentale, la possibilità di una nuova concezione del sé sia dentro che, una volta libere, fuori dal carcere. L’obiettivo primario della cooperativa è offrire opportunità di crescita professionale volta a favorire il futuro reinserimento lavorativo e sociale nell’ambito della lavorazione del caffè, dalla tostatura all’impacchettatura, dalla gestione dei magazzini alla pulizia e alla manutenzione ordinaria delle macchine e dei locali.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’iniziativa nata all’interno del carcere di Sant’Angelo dei Lombardi. Una struttura relativamente giovane, aperta nel 2004, che impiega circa 200 detenuti nella produzione di vino, miele e prodotti ortofrutticoli. “Il progetto è nato – spiega l’Assistente Donato Festa – da una proposta che ho fatto di riprendere la coltivazione di 100 piante di olivo e 100 alberi da frutto, attività quest’ultima che in Irpinia sta scomparendo e l’iniziativa ha ottenuto un vasto consenso sia degli Assistenti che degli Operatori”. Il contatto con il territorio, infatti, è importante per ricucire lo strappo causato dal crimine e utilizzare il tempo della pena per riallacciare una relazione con la società.
L’altro progetto del Prap Campania presentato al Salone della Giustizia è stato quello dell’ICATT di Eboli, istituto che accoglie un’utenza maschile che sta espiando una condanna per reati commessi a causa dell’uso di sostanze stupefacenti o di alcool. Un trattamento differenziato, ma sempre basato sull’impegno lavorativo e l’alta formazione, da cui nascono le trame intrecciate di vimini che prendono forma dall’intreccio di rami di giunco. Sempre improntate alla creazione artistico-artigianale sono i manufatti creati con la tecnica del docoupage che impreziosisce anche gli oggetti più freddi e più banali grazie alla liberazione delle idee dei detenuti che liberano, in questo modo, anche il proprio spirito.
Proseguendo il giro si incontrano due stand di manufatti creati all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia; i prodotti in pelle realizzati dal Consorzio Cooperative Sociali Artemisia e quelli in PVC riciclato di Ora d’aria.
Artemisia opera all’interno dell’istituto romano da cinque anni. Il laboratorio di pelletteria è una realtà talmente radicata da essere sfruttato come anello di collegamento tra il dentro e il fuori. Il lavoro, infatti, ai fini del trattamento e della rieducazione, è fondamentale all’interno delle sezioni detentive per dare un valore, secondo i dettami costituzionali, al tempo della pena. È altresì importante, una volta riallacciato il contatto con la società libera, per reinserirsi da pari nonostante i pregressi di devianza e criminalità. Ecco quindi che l’apertura di un negozio che vende le borse realizzate all’interno del carcere crea una continuità sia nel commercio del prodotto, sia per occasioni lavorative future delle detenute che escono dal carcere. La presenza dei prodotti al Salone e l’acquisto da parte dei visitatori ha permesso, ad Artemisia come a tutti gli altri espositori, di farsi conoscere anche al di fuori del contesto territoriale in cui la cooperativa e il carcere si trovano ad operare.
Sulla stessa idea è improntato il progetto della Onlus Ora d’aria che, in accordo con la Fao per creare una professionalità e un’opportunità alle persone disagiate, nello specifico le detenute, e aiutare l’ambiente. Il percorso rieducativo, nell’idea dell’associazione, vede il lavoro come unico modo di far vedere che il carcere non è un luogo in cui si annienta la dignità umana, ma un momento produttivo in grado di sostenere l’affermazione di tutte le persone. L’iniziativa ha preso vita un anno fa; la collaborazione prevede la dismissione da parte della Fao dei banner pubblicitari in PVC che vengono poi lavorati e riutilizzati per la creazione di borse, astucci, cartelle porta documenti e simili di ogni forma e dimensione. L’aiuto rivolto alle fasce deboli e al recupero della legalità da parte di soggetti a rischio passa attraverso l’ecosostenibilità e lo sviluppo delle capacità individuali al fine di creare un circolo virtuoso improntato sulla competenza lavorativa come base per una rinascita morale e sociale.
L’ultimo stand che si incontra nella piazza del mercato allestita dal Dap è lo stand della Cooperativa Giotto, una realtà affermata da tempo nella Casa di Reclusione di Padova e conosciuta su tutto il territorio nazionale per i suoi prodotti di pasticceria, ma soprattutto per i famosissimi e pluripremiati panettoni, considerati dal Gambero Rosso i più buoni d’Italia.
Il progetto di Giotto nacque nel 2001 con l’aiuto della gestione della cucina del carcere, nel 2003 partì la pasticceria per la quale già nel 2007 arrivarono i primi riconoscimenti dall’Accademia Italiana della Cucina, con il Piatto d’Argento. Da allora è stato un crescendo, sia della produzione che della specializzazione dei detenuti all’interno dei laboratori. L’obiettivo primario è l’alta qualità del prodotto. “Questo non è solo un panettone – ci tiene a precisare Nicola Boscoletto, responsabile della cooperativa – ma è l’esempio di un contesto più ampio, legato alla professionalità e al riconoscimento della qualità del prodotto”.


Vetrina online di prodotti carcerari

La redazione del sito giustizia.it ha allestito un’area virtuale con immagini dei prodotti, descrizioni, costi, punti vendita e modalità di acquisto
di Antonella Barone

C’era una volta l’artigianato carcerario: velieri con o senza bottiglia, cornici intarsiate di stecchini, angeli in pasta di pane, mosaici con chicchi di riso, arazzi con paesaggi bucolici, madonne e santi vari a mezzo punto. Quale educatore, direttore, comandante o cappellano non ha ricevuto in dono uno di questi capolavori di pazienza ma, diciamo la verità, non sempre di estetica? Eppure il tutto veniva generalmente accolto da esclamazioni di sorpresa e complimenti che nessuno si sarebbe sognato di elargire, per analoghe creazioni, a persone adulte e libere. Come se per i detenuti valesse lo stesso criterio di valutazione indulgente e benevolo che si utilizza con i bambini. Indimenticabili i biglietti di natalizi ricamati di porporina e innevati con cotone, pieni di auguri svolazzanti e buoni propositi. Così simili alle letterine che un tempo i bambini mettevano sotto il piatto dei genitori, peccato che fossero scritte spesso e volentieri da cinquantenni con posizioni giuridiche di tutto rispetto.
Si sa che il carcere tende ad infantilizzare, e l’ozio, la deprivazione estetica e sensoriale, gli interventi e gli aiuti soccorrevoli e accuditivi hanno una certa responsabilità in questi percorsi regressivi. Ma che c’entra l’estetica “carceraria” con una vetrina online dei prodotti realizzati in carcere e destinati a canali commerciali? Ebbene, anche se abiti, borse, bigiotteria e suppellettili sono prodotti di design e non espressione della creatività individuale, è inevitabile il confronto con quegli oggetti simbolo di un tempo carcerario da ingannare e non da utilizzare. Ripercorrere, sia pure brevemente, la storia del lavoro in carcere aiuta a scoprire il senso di questo confronto.
Prima della riforma del 1975, il lavoro in carcere proveniva dagli appalti concessi a imprese private che sfruttavano la manodopera detenuta per realizzare manufatti con bassissimo costo del lavoro. Dopo la riforma, le commesse sono andate progressivamente diminuendo in quanto le imprese non trovarono più conveniente una manodopera la cui retribuzione non poteva essere inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro. Ne derivò un graduale deterioramento dei macchinari e il mancato adeguamento alla normativa anti-infortunistica di locali e attrezzature. Dal 1990, poi, a seguito della riforma del corpo di Polizia Penitenziaria, non è stato più possibile utilizzare gli agenti come “capi d’arte”. Da allora, per la direzione tecnica delle lavorazioni, si è dovuto ricorrere a contratti d’opera con persone esterne all’Amministrazione con aumento dei costi e vari altri oneri amministrativi. La carenza di personale contabile e di Polizia Penitenziaria, che ha caratterizzato gran parte degli anni ’90, ha contribuito all’abbandono delle officine esistenti e alla mancata apertura negli istituti di nuova costruzione. L’Amministrazione Penitenziaria è rimasta praticamente l’unica committente delle proprie lavorazioni: lenzuola, coperte, arredi per istituti o caserme, uniformi da lavoro per detenuti, modulistica, registri ed altro materiale tipografico sono i prodotti maggiormente richiesti dagli istituti. L’Amministrazione acquista le materie prime, sostiene i costi di gestione, consegna il manufatto all’istituto che paga l’importo pattuito. In pratica l’Amministrazione compra il manufatto di sua stessa produzione. Un circuito “autarchico”, disciplinato da regole di contabilità risalenti ancora al Regio Decreto 16 maggio 1920 n. 1908, che non permettono all’istituto il recupero dei costi di produzione e delle eventuali quote di utile calcolate sul prodotto finito. Il ricavato delle vendite deve infatti essere totalmente versato alla Cassa Ammende come “proventi delle lavorazioni”.
Una prima importante apertura alternativa nel sistema produttivo si è avuta con la legge 12 agosto 1993 n. 296, che ha introdotto il concetto di “privatizzazione” del lavoro penitenziario consentendo così alle imprese pubbliche e private di organizzare e gestire lavorazioni in carcere in base a un rapporto di lavoro diretto tra imprenditore e detenuto. Una scelta rafforzata con il D.P.R. 30 giugno 2000 n. 230 (Regolamento di esecuzione), dove si esplicita che le imprese pubbliche e private e le cooperative sociali possono organizzare e gestire lavorazioni penitenziarie, si stabilisce che le attrezzature e i locali esistenti negli istituti possono essere ceduti in comodato dalle direzioni a terzi e che vi è diretta dipendenza nel rapporto di lavoro tra detenuto lavoratore e impresa. Un cambiamento integrato dalla legge 22 giugno 2000 n. 193 (c.d. legge Smuraglia) che ha aggiunto i detenuti reclusi ai soggetti svantaggiati previsti dalla legge 381/91 (condannati ammessi alla semilibertà e alle misure alternative alla detenzione), ha previsto sgravi fiscali a imprese pubbliche e private che assumano lavoratori detenuti o che organizzino per loro attività formative, estendendo i benefici ai sei mesi successivi alla scarcerazione.
La legge Smuraglia è tornata a restituire se non tutti, diversi vantaggi al lavoro in carcere per gli imprenditori esterni locali in regola con la normativa sulla sicurezza dei posti di lavoro e attrezzature in comodato gratuito, bonus di 516,46 euro mensili sotto forma di credito di imposta, per ogni detenuto assunto – anche per il periodo necessario alla formazione – l’abbattimento dell’80% degli oneri contributivi e l’estensione delle agevolazioni ai sei mesi successivi alla scarcerazione del detenuto.
In questi primi dieci anni il percorso è stato però tutt’altro che facile a causa della difficile conciliabilità tra l’organizzazione del sistema carcerario e l’organizzazione produttiva. Sui tempi dell’impresa possono incidere variabili legate al sistema, come mancanza del personale di polizia per le garanzie di sicurezza o impreviste assenze di detenuti lavoratori per colloqui, udienze o trasferimenti. Questi inconvenienti hanno determinato “la scarsa propensione delle imprese, pubbliche o private, ad investire all’interno del carcere prediligendo invece l’assunzione di detenuti in articolo 21 presso le proprie unità produttive all’esterno. Diverso è il discorso per le cooperative sociali che, forti di una legislazione favorevole e orientate a finalità sociali piuttosto che alla esclusiva ricerca del profitto, storicamente sono sempre state più sensibili alle problematiche legate al disagio sociale” (Nicola De Silvestre – Le Due Città/febbraio 2006).
La pressione di esigenze e tempi del mondo imprenditoriale sembra comunque riuscita a cambiare, in molti istituti, ritmi e costumi che sembravano inattaccabili e connaturati al sistema carcere, senza le temute ricadute sulla sicurezza.
Oggi si calcola che siano una quarantina le realtà produttive, in alcuni casi operanti anche in più istituti. Benché alcune siano presenti sul mercato da anni – come i “Dolci di Giotto” della Casa di Reclusione di Padova (noti anche per i pregiati panettoni acquistati da Benedetto XVI come doni per i suoi collaboratori) o i taralli “Campo dei Miracoli” di Trani o gli abiti di “Alice” realizzati negli istituti lombardi – ogni volta che sulla stampa generalista si fa largo la notizia di una di queste iniziative, viene accolta con sorpresa, come se si trattasse dell’eccezione che contraddice la regola di un carcere ozioso e costoso per la comunità. Strutture lavorative come queste non sono purtroppo la regola, ma neanche più l’eccezione: negli anni vi è stato vi è un lento ma costante incremento di detenuti assunti da imprese e cooperative esterne.
Utilizzare le potenzialità della rete per comunicare un mondo ancora oggi più immaginato che conosciuto, è stato uno dei motivi per cui Silvana Bastianello, Maria Luisa Ciminelli e Lucia Costantini della redazione del sito www.giustizia.it assieme a chi scrive, per l’Ufficio Stampa del Dap, hanno voluto allestire una vetrina che esponesse i tanti prodotti made in carcere. L’altro obiettivo è stato quello di mettere in atto un primo esperimento di marketing a costo zero, con l’ambizione di stimolare nel tempo la vendita dei prodotti. Si è pensato così ad un’area informativa che contenesse immagini dei prodotti, descrizione, costi, punti vendita o modalità di acquisto. Censire cooperative, associazioni e prodotti presenti sul territorio non è stato facile ed ha impiegato molto più tempo del previsto. Questo per la nota “sindrome dell’arcipelago” che continua ad affliggere il sistema penitenziario italiano e che comporta ancora difficoltà nelle comunicazioni tra centro e periferie (nonché tra più uffici dello stesso Dipartimento). Se molte aziende erano già presenti sul web, attrezzate di catalogo e vendita online, altre le abbiamo scovate a forza di insistenze telefoniche, trafiletti di giornali locali o segnalazioni di volontari, come Paolo Massenzi che con il suo “Jail Tour” ha percorso in lungo e in largo la penisola alla ricerca di cooperative attive nelle carceri.
Comunque dopo aver inviato note a istituti e provveditorati secondo la prassi della comunicazione dipartimentale “ortodossa”, abbiamo capito che la strada giusta era quella della sollecitazione diretta: raffiche di mail e telefonate a responsabili di cooperative, comandanti, educatori, agronomi, direttori di istituto e dirigenti di area pedagogica dei provveditorati, senza alcun riguardo per forma e gerarchie, con l’unico obiettivo di ottenere le informazioni di cui avevamo bisogno. Il risultato è stata una rete spontanea di referenti dei quali continuiamo ad avvalerci per gli indispensabili aggiornamenti del servizio.
La vetrina non esaurisce le realtà esistenti, ma in questo primo periodo di presenza in rete sta accadendo quello su cui contavamo: cooperative non presenti o che si affacciano ora sul mercato chiedono di essere inserite nel servizio. Non si intende nascondere le condizioni e le difficoltà della maggior parte degli istituti, basti vedere i dati riportati dallo stesso sito www.giustizia.it: sono 14.116 i detenuti che lavorano in carcere e di questi poco più di 2.000 alle dipendenze di ditte esterne; pochi, rispetto ai circa 68.000 presenti e anche ai circa 38.000 definitivi. Tuttavia la strada da percorrere è segnata come dimostrano iniziative che si continuano a prendere. Tra le ultime va ricordato il protocollo d’intesa siglato di recente tra l’Amministrazione Penitenziaria e il Consorzio di cooperative sociali CGM (organismo che riunisce numerose cooperative di solidarietà sociale), per la più ampia divulgazione ed applicazione della legge Smuraglia.  
Ma il cambiamento non è decretato solo dai numeri. La nascita in carcere di queste nuove realtà formative e lavorative ha segnato un progresso che va ben oltre il significato, pure fondamentale, che l’Ordinamento Penitenziario attribuisce al lavoro durante l’espiazione della pena detentiva. Si tratta della traduzione concreta del principio, ribadito nel Regolamento di esecuzione, che i metodi di lavoro “… devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”. Questo vuol dire che il lavoro fa parte di un progetto complessivo di crescita, significa per il detenuto confrontarsi con gli stessi criteri di valutazione che valgono all’esterno, senza sconti o indulgenze che finiscono per riconsegnare alla società una persona inadeguata.
Forse il tempo dei mosaici di riso e dei santi a mezzopunto non è ancora finito, ma qualcosa è cambiato anche nell’estetica carceraria grazie ai laboratori di cartotecnica, bricolage, oggettistica di riciclo e via dicendo. E già prima della nostra vetrina, modelli di elaborati velieri costruiti da detenuti navigavano in rete, proposti da siti di raffinati collezionisti

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