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La presenza dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia di Rimini

All’appuntamento con la seconda edizione del Salone della Giustizia di Rimini il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si è presentato per rispondere alle istanze dei cittadini di conoscere – nella sua interezza – il sistema giustizia, settore della vita collettiva al centro del dibattito politico e dell’interesse dell’opinione pubblica.
Un evento di comunicazione istituzionale, quello del Salone, che il Dap ha organizzato in uno spazio di 700 metri quadrati ponendo l’attenzione su una questione fondamentale: il lavoro in carcere. “Il tempo del carcere e il carcere nel tempo” – questo il tema dell’allestimento – ha permesso di far conoscere ai visitatori le iniziative che l’Amministrazione promuove in tutti gli istituti penitenziari italiani. Aprire le porte del carcere, quindi, e permettere alla gente di entrare – in maniera figurata – e vedere quanto di buono si crea e si produce all’interno delle sezioni detentive del Paese. Il focus sul lavoro ha mostrato un luogo, quello del carcere, che ha una valenza diversa da quella della segregazione; è in realtà un luogo ricco di valore se gli si attribuisce un significato di riscatto attraverso la formazione e il lavoro. Sono questi, infatti, gli unici strumenti che possono rendere l’espiazione della pena l’inizio di un nuovo percorso. Il tempo del carcere, quindi, è il tempo produttivo, dove le abilità manuali e cognitive devono essere impiegate per la crescita personale, dove la persona detenuta deve essere messa in grado di elaborare un nuovo progetto di vita, ritrovando la dignità di vivere un’esistenza proiettata verso la scelta della legalità. È stata quindi allestita una “piazza del mercato”, con nove punti vendita, dove i visitatori hanno potuto acquistare prodotti enogastronomci, pelletteria, abbigliamento, articoli di cartotecnica e cosmetici.
Gli espositori dei prodotti carcerari sono stati il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania, che ha messo in vendita i prodotti degli istituti penitenziari di Pozzuoli, Sant’Angelo dei Lombardi, Eboli e Lauro; il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna che ha messo in vendita e ha offerto degustazioni di alcuni dei prodotti del progetto C.O.L.O.N.I.A, con il marchio Galeghiotto, finanziato dalla Cassa Ammende, realizzati nelle colonie agricole dell’isola; il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Lombardia, che ha presentato la cioccolateria “Dolci libertà” del carcere di Busto Arsizio, la gelateria “Aiscrim – prigionieri del gusto” di Opera e la sartoria “Alice” di Bollate e San Vittore.
Numerose sono state le cooperative sociali che hanno effettuato la vendita dei prodotti realizzati dai detenuti: il Consorzio Cooperative Sociali Artemisia 2004 Onlus; Ora d’aria Onlus; Sigillo, marchio che raggruppa Codiceasbarre, Gatti Galeotti, Made in Carcere, Papili Factory, Rio terà de’ pensieri; Altracittà, Cooperativa Sociale Padova; I dolci di Giotto, la pasticceria del carcere di Padova; la Cooperativa Solaris di Monza.
Il lavoro penitenziario è stato anche il tema della tavola rotonda organizzata dal Dap, dal titolo: “Il carcere utile: esperienze di lavoro in carcere e nell’esecuzione penale esterna”. Sono intervenuti il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta; Nicola Di Silvestre, funzionano della Direzione generale detenuti e trattamento del Dap; Gianni Pizzera, Responsabile Confcooperative e Federsolidarietà; Giuseppe Onagro, imprenditore; Giampaolo Cassitta, Direttore Ufficio detenuti e trattamento, Prap Sardegna; Milena Cassano, Direttore Ufficio esecuzione penale esterna, Prap Lombardia. Ha moderato l’incontro la giornalista Antonella Bolelli Ferrera.
L’esposizione allestita dal Dap, ha dedicato un ampio spazio agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria per far conoscere ai cittadini quanto sia loro prossimo il lavoro che quotidianamente il Corpo svolge nella società; l’immaginario collettivo, infatti, colloca i Poliziotti Penitenziari all’interno delle carceri e spesso non ne considera specificità e competenze. Per questo la massiccia presenza della Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia si è fatta notare e ha affascinato soprattutto i più giovani. Gli studenti delle scuole si sono fatti fotografare all’interno delle vetture e hanno rivolto agli agenti le più svariate domande sul lavoro svolto sia dentro che fuori dalle strutture penitenziarie.
“Il carcere nel tempo” ha ospitato anche una piccola sezione storica dedicata al carcere in Italia dopo l’Unità, in omaggio al 150° anniversario dell’unità d’Italia, con un’esposizione di testi storici provenienti dalla Biblioteca storica e dal Muso criminologico del Dap.


Tutti i volti della Pol Pen

Non esiste “un lavoro” del Poliziotto Penitenziario, ma ad ogni attività corrisponde un nucleo o una sezione con compiti e specializzazioni di alto livello
di Silvia Baldassarre

La Polizia Penitenziaria al Salone della Giustizia è stata una presenza forte. Ha comunicato ai cittadini l’importante ruolo strategico che svolge nel funzionamento dell’organizzazione, attraverso le molteplici funzioni, siano esse svolte all’interno delle strutture penitenziarie che nelle specializzazioni e nelle funzioni extra penitenziarie, quali le Traduzioni e le attività di Polizia Giudiziaria del Nucleo Investigativo Centrale, il Servizio Navale e il Gruppo Operativo Mobile, il Servizio Cinofili e i Servizi di Scorta, il Gruppo Sportivo e la Banda Musicale che ha eseguito un concerto nel giorno dell’inaugurazione.
Il personale di Polizia Penitenziaria presente al Salone ha svolto attività di rappresentanza, di vigilanza e sicurezza e ha interagito con i visitatori spiegando loro di essere una delle cinque forze di sicurezza del Paese e che, come tale, assicura – anche nelle attività di ordine pubblico – la sua presenza nella tutela e nella salvaguardia dei cittadini. Questo aspetto, poco pubblicizzato dai media, molti visitatori lo hanno appreso guardando i pannelli fotografici e chiedendo ai diretti interessati. In realtà ai ragazzi, ma anche agli adulti che hanno visitato l’area espositiva del Salone riminese, è stato spiegato che non esiste “un lavoro” del Poliziotto Penitenziario, ma che ad ogni attività corrisponde un nucleo o una sezione ben definita e che sono molteplici le specializzazioni che i vari incarichi richiedono.

LA BANDA MUSICALE
A dare il via ufficiale alla seconda edizione del Salone della Giustizia di Rimini è stata la Banda della Polizia Penitenziaria.
Le note dell’inno di Mameli hanno risuonato nella grande sala di rappresentanza mentre il Senatore Filippo Berselli, Presidente della commissione Giustizia e promotore dell’iniziativa, insieme a Michele Vietti, vicepresidente del Csm, tagliavano il nastro tricolore.
“Noi siamo la faccia della Polizia Penitenziaria – ha spiegato con orgoglio il Commissario Fausto Remini, Maestro della Banda – siamo la rappresentanza per eccellenza. Per tutti noi è stato un onore suonare in questa occasione particolare perché la Giustizia è identificata con la Polizia Penitenziaria; il binomio è perfetto e immediato”.
Il complesso bandistico fa trasparire la forte coesione sia del gruppo che del Corpo, entrambi giovani, ma egualmente fieri di indossare la divisa della Polizia Penitenziaria e di mostrare il proprio valore.
La Banda si esibisce in occasione di manifestazioni pubbliche, nazionali e internazionali e il suo valore artistico è molto apprezzato. “Il nostro riconoscimento è l’applauso – ha detto ancora il Maestro Remini – e riceverlo dalle autorità è sempre emozionante. È un piacere, però, suonare anche davanti ai giovani che poco conoscono la musica della Banda, la identificano con qualcosa di desueto e non sanno quanto lavoro e studio siano necessari per offrire un’esecuzione di alto livello: la musica è come una montagna senza vetta”.
La Banda del Corpo di Polizia Penitenziaria è formata da 58 elementi ai quali si aggiungono il Maestro e il suo vice. Ogni musicista ha davanti a sé uno spartito particolare, che permette realizzazioni altrettanto particolari. La partitura del Maestro, invece, raccoglie e organizza più righi musicali per permettere la gestione simultanea di tutti gli strumenti. “Il nostro organico – ha spiegato il Maestro Remini – è poco numeroso, vorremmo arrivare a 103 elementi. Siamo anche molto giovani rispetto ad altri Corpi Bandistici che hanno oltre cento anni di storia, ma non per questo siamo meno validi nell’esecuzione. Quello che ci distingue è anche il fatto che utilizziamo degli strumenti non contemplati in altre Bande; questo rende gli arrangiamenti più complessi, ma soprattutto ci permette di tenere viva quella tradizione squisitamente italiana dell’organico vesselliano”. Un recupero della tradizione improntato alla costruzione di un nuovo futuro bandistico che i visitatori del Salone della Giustizia e le Autorità presenti hanno avuto modo di conoscere e apprezzare nel concerto a loro dedicato nella giornata inaugurale della manifestazione.

SERVIZIO NAVALE  
Nello stand dedicato alla Polizia Penitenziaria spiccano due divise che di rado si incontrano; si tratta delle uniformi del Servizio Navale. “Neppure alcuni colleghi hanno riconosciuto la nostra divisa”, dice sorridendo l’Ispettore Rita Gasparre e questo, forse, lo si può spiegare con il fatto che il supporto delle imbarcazioni è richiesto solo in alcune strutture penitenziarie: Favignana, Porto Azzurro-Marina di Campo, Gorgona, Napoli e Venezia. “Proprio a Venezia – ci ha spiegato il Vice sovrintendente Vincenzo Arnese – poiché tutto il trasporto è su acqua, è naturale che anche le traduzioni dei detenuti avvengano sulle barche”. Ma il Servizio Navale non si occupa solo di questo. Come spesso avviene, la Polizia Penitenziaria, con i suoi mezzi, è di supporto alle operazioni di pubblica sicurezza al fianco delle altre forze dell’ordine. A Venezia, con i motoscafi lagunari, partecipa alle regate storiche e alla festa del Redentore offrendo sia un appoggio logistico che di controllo del perimetro e del traffico marittimo. Il Servizio Navale, in questa città, assume delle specificità che altrove non potrebbe avere poiché si occupa anche del trasferimento dei detenuti di tutto il Triveneto verso la Corte d’Appello che ha sede a Venezia.
“Le imbarcazioni possono trasportare un massimo di 20 persone – spiega ancora l’Ispettore Gasparre – compreso l’equipaggio. Il comandante (“padrone” nel gergo tecnico) e il motorista non fanno parte della scorta, ma hanno la responsabilità della barca e di tutti coloro che salgono a bordo. A Venezia la Polizia Penitenziaria ha in dotazione delle barche sulle quali non è possibile stare in piedi per la loro conformazione e, all’interno, non vi sono delle celle di sicurezza come nel caso del trasporto su strada”. A seconda delle caratteristiche territoriali, infatti, vi sono delle imbarcazioni specifiche: naviglio d’altura, naviglio costiero e naviglio d’uso locale.
“Per l’accesso al Servizio Navale – racconta il Vice sovrintendente Arnese – dopo aver superato le selezioni e il concorso pubblico per la Polizia Penitenziaria e dopo il corso, ci aspettano altri 4 mesi di preparazione presso uno dei centri di addestramento della Marina Militare dove si acquisiscono competenze tecniche in ambito marittimo: dalla patente nautica all’orientamento in mare, dalla conduzione navale alla gestione della barca stessa”. Competenze specifiche che si sommano alla preparazione professionale di tutti gli Agenti Penitenziari.

NUCLEO INVESTIGATIVO CENTRALE (NIC)
La Polizia Penitenziaria è giovane, ma al suo interno esistono specializzazioni e servizi di altissimo livello che esulano dal mero compito custodiale. È il caso del Nucleo Investigativo Centrale nato ufficialmente il 14 giugno del 2007.
Il NIC è alle dirette dipendenze dell’Autorità Giudiziaria per le indagini da svolgersi nell’ambiente penitenziario o strettamente attinente ad esso. L’attività investigativa si orienta in molteplici direzioni: dalla criminalità organizzata alle possibili infiltrazioni esterne, dal terrorismo internazionale a quello di matrice interna; oltre alla sezione “Catturandi” che si occupa degli evasi.
Le peculiarità del Corpo di Polizia Penitenziaria rendono gli agenti del NIC degli specialisti nelle operazioni di Polizia Giudiziaria che partono dall’interno degli istituti di pena e si espandono all’esterno. La stretta relazione con il territorio e la profonda conoscenza che gli agenti hanno dell’ambiente in cui operano permettono loro di comprenderne dinamiche e complessità, attraverso un lavoro sul campo che accresce quotidianamente esperienza e maturità e che – in pochi anni – ha reso il NIC il maggior organo di controllo e d’investigazione della Polizia Penitenziaria.
Gli ambiti di attività sono i più svariati. Le specificità che non hanno le altre forze di sicurezza – con le quali spesso si lavora in maniera congiunta – e l’alta specializzazione del Nucleo fanno perno sulla profonda conoscenza del mondo penitenziario. Così da un’intuizione nata in un carcere – studiando e cercando di capire semplici gesti o codici malcelati in un colloquio con i parenti – può nascere un’indagine in grado di individuare i nuovi modi del delinquere e i mezzi della moderna comunicazione criminale, nel tentativo di elidere ogni possibile contatto con l’esterno perché la fase dell’esecuzione penale non coincide necessariamente con la fine della delinquenza.
La complessa organizzazione del Nucleo è suddivisa in tre livelli: centrale, intermedio e locale; questo permette un controllo sempre efficace su tutto il territorio nazionale senza trascurare le zone periferiche.
Grazie all’ottimo lavoro svolto negli anni – il provvedimento del 2007 è, infatti, solo l’atto finale di un percorso iniziato con la legge di riforma dell’Ordinamento Penitenziario – il NIC e la Polizia Penitenziaria hanno assunto pari dignità rispetto alle altre forze di sicurezza. “È un lavoro soggetto a orari e turni imprevedibili – spiegano gli agenti – per i quali la disponibilità del personale è senza limiti. Lavorare nel Nucleo Investigativo Centrale è un’esperienza esaltante, ma allo stesso tempo gravosa”.

SERVIZIO TRADUZIONI E PIANTONAMENTI
Il Servizio si occupa della traduzione dei detenuti da e verso il carcere. È il caso dei trasferimenti per le visite mediche presso uffici sanitari esterni o dei trasferimenti verso il tribunale e viceversa. In ogni caso la scorta si compone di uomini e mezzi adeguatamente scelti a seconda del caso; ad esempio, qualora si debba trasportare una detenuta, nella scorta deve essere presente – per legge – una donna, in grado di sopperire al compito eventuale di una perquisizione.
“L’autista – spiega l’Assistente Capo, Francesco D’Astici – è sempre responsabile del mezzo e delle persone che trasporta. Inoltre, deve effettuare un controllo generale sul mezzo per garantire la sicurezza e l’incolumità di tutti i passeggeri”. È compito del conducente, infatti, controllare e indicare ai manutentori eventuali problemi meccanici o qualunque tipo di problema che possa condizionare la buona riuscita del trasporto. Gli autisti sono obbligati a seguire un corso speciale di guida che consenta loro di fronteggiare situazioni di ogni tipo come la guida di un mezzo blindato e la capacità di dominare il mezzo in qualunque situazione climatica e del manto stradale.
La scorta, invece, gestisce i detenuti da trasportare. “Il corso – specifica l’Assistente Marco Campilani – insegna a fronteggiare ogni situazione di pericolo legata a possibili atti di escandescenza da parte dei detenuti, ma allo stesso tempo ci forma anche dal punto di vista logistico”. Il Servizio Traduzioni e Piantonamenti, infatti, gestisce non solo il trasporto, ma tutta la strategia ad esso connessa: disposizione di uomini e mezzi, dotazioni logistiche e gestione del supporto informatico. Inoltre, il Servizio si occupa delle attività di Polizia Stradale e ispettive connesse alla buona riuscita della traduzione.
GRUPPO OPERATIVO MOBILE (GOM)
Nato nel 1997 e definito dal punto di vista normativo due anni dopo, il Gruppo Operativo Mobile è un servizio alle dirette dipendenze del Capo del Dipartimento. Il suo compito principale è quello di vigilare, custodire e trasferire i detenuti sottoposti al regime del 41 bis e i collaboratori di giustizia ritenuti a rischio. Lo svolgimento di questi compiti, richiede di continui corsi di aggiornamento – sia teorici che pratici – che garantiscono acquisizioni sempre aggiornate che vanno di pari passo con le modifiche della legge e con l’evoluzione degli armamenti in dotazione. Anche le donne fanno parte del Gruppo e si occupano delle uniche due detenute – ristrette nella Casa Circondariale dell’Aquila – sottoposte al regime speciale del 41 bis. “Essendo un gruppo specializzato – spiega l’Agente Isabella Polizzi – l’impegno fisico richiesto è molto elevato. Il personale del GOM non può prestare servizio nello stesso posto per più di quattro mesi per motivi di sicurezza i detenuti ad alto indice di pericolosità, infatti, non possono stare con gli stessi agenti oltre un periodo di tempo stabilito”.
Il GOM si occupa anche delle traduzioni e del piantonamento di detenuti o internati ad alto indice di pericolosità, comunque sempre in casi estremamente delicati si occupa di gestire situazioni di una certa gravità.

SERVIZIO CINOFILI
“Dove non arriva l’occhio dell’operatore, arriva il fiuto del cane – ci spiega l’Assistente Capo Walter Cicero – e il rapporto con l’animale è il valore aggiunto di questo servizio”. La presenza dei cinofili all’interno delle carceri è nata, infatti, per effettuare controlli a 360 gradi per quanto riguarda l’ingresso di stupefacenti nelle strutture penitenziarie. Il servizio, nato nel 2002 dalla passione di tre operatori penitenziari della Casa Circondariale di Asti, è stato riconosciuto dalla legge il 17 ottobre dello stesso anno. Una scommessa vinta dall’Amministrazione che ha riconosciuto nelle capacità antidroga dei cani un elemento aggiuntivo nella lotta al traffico di stupefacenti anche all’interno delle strutture penitenziarie. Il servizio interviene principalmente nelle situazioni di contatto tra il carcere e l’esterno: durante i colloqui tra detenuti e familiari, nel controllo della corrispondenza, dei pacchi postali e degli alimenti. Forte delle proprie specificità, il Servizio Cinofili della Polizia Penitenziaria, svolge compiti di Polizia Giudiziaria insieme alle altre forze di sicurezza nella lotta alla droga.
“Si lavora sempre in due – spiega l’Agente scelto, Umberto Calabrese – il conduttore del cane e l’agente di supporto”. Il lavoro di squadra permette il controllo minuzioso di tutte le situazioni anomale: un agente esamina l’ambiente mentre l’altro sorveglia ogni minimo movimento del cane che riesce a percepire non solo l’odore delle sostanze proibite, ma anche l’inquinamento – come si dice in gergo – ovvero il contatto con gli stupefacenti avvenuto nei giorni immediatamente precedenti a quello del controllo, poiché la capacità olfattiva dei cani è superiore a quella dell’uomo dalle 300 alle 500 volte. Da ogni singolo movimento dell’animale è possibile comprendere una quantità innumerevole di informazioni che permettono l’intervento istantaneo degli operatori.
Un rapporto così stretto tra uomo e animale – dal punto di vista lavorativo – è possibile solo dopo un lungo periodo di corso, che va dai sei agli otto mesi, e che rende l’attività sempre efficace e proficua. Il Servizio Cinofili è operativo solo in alcune regioni – solo la Sicilia ha la particolarità di avere due distaccamenti – ma spesso le squadre vengono inviate su tutto il territorio nazionale per controlli a campione per garantire la sicurezza in tutti i penitenziari italiani.

“Il tempo del carcere e il carcere nel tempo”

Per la prima volta il Dap ha dato modo alle associazioni e alle cooperative di mostrare al pubblico i prodotti realizzati all’interno dei  penitenziari italiani

La presenza dell’Amministrazione Penitenziaria al Salone della Giustizia non si è limitata ai soli compiti di rappresentanza e di esposizione, ma per la prima volta il Dipartimento ha dato modo alle associazioni e alle cooperative che lavorano all’interno delle carceri italiane di mostrare il proprio operato attraverso il contatto diretto con le istituzioni e con i cittadini. La forza comunicativa dell’evento riminese, sia dal punto di vista istituzionale che sociale, ha permesso ai detenuti di essere presenti, attraverso le proprie realizzazioni, facendo uscire dai penitenziari i prodotti e mostrando come il lavoro sia un elemento concreto di rieducazione e rinascita.
“Il tempo del carcere e il carcere nel tempo”, questo il titolo dell’esposizione che – realizzata come una vera e propria piazza mercato – ha permesso  non solo di mostrare i prodotti ma addirittura di venderli al grande pubblico.
Nove stand hanno offerto una panoramica delle tante iniziative avviate per il trattamento dei detenuti che attraverso il lavoro hanno la possibilità di creare un nuovo percorso di vita. Un nuovo punto di partenza per una vita affrancata dal crimine e orientata al recupero del quotidiano, della legalità e del contatto con la società. È proprio il recupero di tale contatto che l’esposizione e la vendita hanno permesso di rendere concreto non solo in maniera figurata.
I prodotti realizzati nelle carceri del Paese – manifatturieri e agro-alimentari, di pelletteria e sartoriali – hanno suscitato l’interesse dei visitatori così come delle autorità istituzionali che hanno visitato l’area espositiva del Dap.
I prodotti venduti sono solo il risultato finale di quel lavoro che quotidianamente gli agenti della Polizia Penitenziaria, insieme agli educatori, agli psicologi e ai volontari svolgono all’interno dei penitenziari italiani; una filiera produttiva che si concretizza giorno dopo giorno in progetti e realizzazioni di altissimo livello.

Entrando nella grande area espositiva e compiendo un giro i senso orario, il primo stand che si incontra è quello del Prap Lombardia al cui interno sono esposti i prodotti di Dolci Libertà e le iniziative della Cooperativa sociale Solaris Lavoro e Ambiente.
La prima produce e commercializza prodotti artigianali di pasticceria e cioccolateria, attività quest’ultima che ha permesso a “Dolci Libertà” di vincere il premio di miglior prodotto artigianale d’Italia nella alla prestigiosa rassegna perugina di Eurochocolate. La società opera all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio e impiega 46 detenuti; “questo numero equivale al 10% della popolazione detenuta a Busto – spiega il direttore Salvatore Nastasia – e la forza del progetto sta nell’attenzione riservata alla formazione che rende questo lavoro qualificato e in grado di offrire alternative future di alta professionalità, diversamente dal lavoro domestico al quale in genere gli ex detenuti sono relegati”.
L’ottima riuscita dell’iniziativa è sostenuta soprattutto dallo sforzo sinergico con la Polizia Penitenziaria, spesso impegnata in doppi turni lavorativi, che riesce a gestire il sovraffollamento in maniera eccellente garantendo sempre la copertura dei turni e, di conseguenza, la possibilità di non fermare la struttura produttiva. “Il prodotto sposa un progetto – spiega Marco Molinelli, responsabile di Dolci Libertà – ed è per questo che il team della ditta ha messo ha disposizione professionalità e materie prime di qualità prima scelta per far sì che la qualità del prodotto sia massima”.
Nella Casa Circondariale di Busto Arsizio entra professionalità ed esce un prodotto che vuole farsi conoscere per il suo valore e non solo per la sua provenienza. Il premio vinto a Eurochocolate e le numerose richieste di confezioni giunte per Natale sono solo un esempio del valore produttivo e rieducativo dell’iniziativa.
La presenza al Salone è stata di forte impatto anche per la Cooperativa Solaris che gestisce il laboratorio di legatoria all’interno della Casa Circondariale Sanquirico di Monza. “Essere qui – afferma Andrea Caserini, responsabile dell’Ufficio Sociale – rappresenta un’opportunità per farci conoscere soprattutto perché i nostri clienti sono Enti Pubblici”. Il laboratorio, infatti, offre attualmente il proprio servizio a vari Comuni e alle biblioteche del territorio di Monza e della Brianza. L’attività intramuraria, oltre ad avere un’altissima qualità artigianale, è finalizzata al reinserimento sociale attraverso il conseguimento di competenze, autonomie e abilità lavorative spendibili – una volta scontata la pena – nel mondo del lavoro. L’attività – che si sovvenziona esclusivamente attraverso gli introiti delle commesse – mette a disposizione un sistema di legatoria tradizionale, fatta interamente a mano, che in tutta la Provincia di Monza e in Brianza offre prezzi competitivi associati all’ottima esecuzione del lavoro.
Proseguendo nel percorso si trova lo stand del marchio Sigillo, di cui fanno parte Gatti Galeotti, la Cooperativa Sociale Alice e la Sartoria San Vittore, con l’esposizione di prodotti sartoriali realizzati all’interno della Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano. La mission di questi marchi sposa i concetti di equità economica e solidarietà con l’intento di dare uno sbocco lavorativo alle persone precedentemente formate nei corsi di sartoria. Un percorso che propone continuità tra dentro e fuori nel senso che la formazione avviene all’interno dei penitenziari, dove successivamente si inizia a lavorare per tutta la durata dell’esecuzione penale, successivamente spendibile per una posizione lavorativa referenziata in libertà o, per i detenuti in possesso dei requisiti giuridici adeguati, di accedere alle misure alternative alla detenzione. Nei laboratori vengono realizzati prodotti sartoriali di ogni genere: dall’abbigliamento all’arredamento tessile, dall’arredamento tessiledalla tessitura ai costumi teatrali, senza dimenticare la sartoria forense con la realizzazione di toghe per avvocati complete di pettorina e cordoniere con uno slogan tanto simbolico quanto emblematico: “Chi, meglio di noi, può prendersi cura di voi?”.
Il terzo stand che si incontra è un agglomerato di colori e di stoffe vivaci; prodotti realizzati con tessuti di scarto e riciclati, scelta di mercato nata come metafora di una nuova chance per le donne detenute che creano borse, accessori e shopper bag. Made in Carcere – che figura anch’esso sotto il marchio Sigillo – è un progetto tutto al femminile nato nel 2007 all’interno della Casa Circondariale di Lecce ed è, in primo luogo, un impegno di inclusione sociale in cui il lavoro si affianca a un vero e proprio progetto industriale. “Io volevo dimostrare – spiega Luciana Delle Donne, fondatrice della Cooperativa Sociale – che si può stare sul mercato in maniera economicamente efficiente e allo stesso tempo responsabile”. La decisione di investire in ambiti quali l’ambiente, con il recupero di materiali di scarto, e nel sostegno di  le vite al margine della società permette di far rivivere i tessuti creando una professionalità qualificata e spendibile sia dentro che fuori dal carcere. Il costo pari a zero delle materie prime, affiancato ad un’alta professionalità, fa dei prodotti Made in Carcere delle creazioni in grado di affiancare all’utilità anche un messaggio di rispetto e libertà.
“L’opportunità che ci è stata data dall’Amministrazione Penitenziaria di partecipare con un nostro stand al Salone della Giustizia – continua Luciana Delle Donne – ci permette di emergere dalla chiusura del carcere e di confrontarci con realtà simili alla nostra, anche per condividere con loro criticità e punti di forza di ognuno. Io non vendo il prodotto Made in Carcere, ma il progetto che vive dietro di esso”. La valenza rieducativa del lavoro si affianca ed è sostenuta dalla conoscenza; portare all’esterno i prodotti carcerari significa permettere ai cittadini di comprendere che carcere non è solo custodia e allo stesso tempo significa dare concretezza, dal punto di vista dei detenutodetenuti, che i prodotti da loro creati hanno una finalità concreta che li riporta ad un contatto diretto con il territorio.ad un lavoro che rappresenta il compimento di un programma trattamentale specifico.
Sul concetto di recupero e riciclo di materiali si basa anche il progetto della Cooperativa Sociale Altra Città, nata nel 2003 nel carcere Due Palazzi di Padova, che ha come intento quello di perseguire l’integrazione sociale di persone svantaggiate. Integrazione e lavoro, a Padova, passano attraverso la realizzazione di articoli di cartotecnica, legatoria e grafica, restauro di testi antichi, servizi di documentazione per biblioteche, centri di documentazione e archivi. “Dal carcere al territorio” è lo slogan della cooperativa che da tempo vuole mostrare all’esterno del muro di cinta che nell’altra città, appunto, può esistere laboriosità e creatività. “La presenza in questo spazio allestito dal Dap – spiega la responsabile Rossella Favero – ci permette non solo di mostrare i nostri prodotti al di fuori della città di Padova, ma anche di farci conoscere dalle altre realtà esistenti in Italia”. Alta formazione e recupero dei materiali, quindi, la formula vincente della Casa di Reclusione di Padova dove dalla carta rinata – la cui lavorazione avviene negli stessi laboratori del carcere – prendono forma quaderni, ricettari, segnalibri, biglietti di auguri, diari e rubriche.
Nella Casa Circondariale, poi, nel 2009 è nato un laboratorio artigianale di cornici, servizio rivolto ad aziende, istituzioni e privati che vogliono valorizzare stampe antiche, planimetrie, disegni e attestati.
Lo stand del Provveditorato Regionale della Sardegna ha messo in mostra i tanti prodotti eno-gastronomici del progetto C.O.L.O.N.I.A. realizzati nei penitenziari di Isili, Is Arenas e Mamone, una superficie complessiva di 6.000 ettari di territorio in cui rivive un’antica tradizione squisitamente sarda. “Questa vetrina è importante – ha affermato l’agronomo Mauro Pusceddu – perché facciamo vedere che ciò che viene prodotto non resta all’interno delle carceri ciò che viene prodotto. Il senso di mostrare all’esterno, inoltre,  ciò che viene creato perché si restituisce qualcosadignità anche al lavoro del detenuto, per cui, dal punto di vista del trattamentosociale è un cosa molto importante”.
Uno studio del Dap ha stabilito che il contatto con la cura del la terra e degli animali – soprattutto nel caso di colonie agricole penali – attraverso il contatto con il ciclo vitale delle piante e degli animali accresce l’autostima e porta il benessere interiore. Questo rientra nella logica, più volte ribadita dal Capo del Dipartimento, che più le carceri sono aperte e più sono sicure, motivo per cui la Cassa  ddelle Ammende ha deciso di stanziare un finanziamento pari a 2.902.000 € per sostenere progetto C.O.L.O.N.I.A.
“Questa è la prima uscita ufficiale del progetto – continua Pusceddu – dedicata a un pubblico di nicchia, ma sicuramente un’occasione di far conoscere i prodotti anche all’esterno, sia del carcere che dell’isola. Oltre alla qualità del prodotto in sé, siamo qui a mostrare la storia che c’è dietro. Una storia di formazione, certificazione e retribuzione dei detenuti; di recupero dell’autostima e di attenzione al consumo e all’utilizzo dei prodotti anche da parte dei detenuti stessi, poiché vengono venduti anche nelle dispense agricole (spacci). Questo anche per assicurare il rispetto dei diversi credi religiosi”.
I settori produttivi del progetto C.O.L.O.N.I.A. – che impiega la quasi totalità dei detenuti dei penitenziari interessati, circa 700 – comprendono tutti i campi dell’allevamento e dell’agricoltura e rappresentano, oggi,
in Italia l’esempio più florido e proficuo di azienda agricola multifunzionale, un modello aziendale preso come riferimento anche al di fuori del contesto penale.
Dedicato ai prodotti agro-alimentari è anche lo stand del Prap Campania con il Caffè Lazzarelle della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli e i prodotti della Casa Circondariale di Sant’Angelo dei Lombardi. Nello stesso stand sono illustrate le attività dell’Istituto di Custodia Attenuata di Eboli.
“Quello che le detenute devono capire – spiega un’educatrice di Pozzuoli – è che esistono stili di vita non necessariamente delinquenziali e questo più avvenire solo attraverso l’acquisizione di competenze lavorative”. Fare e creare qualcosa di concreto rappresenta, dal punto di vista trattamentale, la possibilità di una nuova concezione del sé sia dentro che, una volta libere, fuori dal carcere. L’obiettivo primario della cooperativa è offrire opportunità di crescita professionale volta a favorire il futuro reinserimento lavorativo e sociale nell’ambito della lavorazione del caffè, dalla tostatura all’impacchettatura, dalla gestione dei magazzini alla pulizia e alla manutenzione ordinaria delle macchine e dei locali.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’iniziativa nata all’interno del carcere di Sant’Angelo dei Lombardi. Una struttura relativamente giovane, aperta nel 2004, che impiega circa 200 detenuti nella produzione di vino, miele e prodotti ortofrutticoli. “Il progetto è nato – spiega l’Assistente Donato Festa – da una proposta che ho fatto di riprendere la coltivazione di 100 piante di olivo e 100 alberi da frutto, attività quest’ultima che in Irpinia sta scomparendo e l’iniziativa ha ottenuto un vasto consenso sia degli Assistenti che degli Operatori”. Il contatto con il territorio, infatti, è importante per ricucire lo strappo causato dal crimine e utilizzare il tempo della pena per riallacciare una relazione con la società.
L’altro progetto del Prap Campania presentato al Salone della Giustizia è stato quello dell’ICATT di Eboli, istituto che accoglie un’utenza maschile che sta espiando una condanna per reati commessi a causa dell’uso di sostanze stupefacenti o di alcool. Un trattamento differenziato, ma sempre basato sull’impegno lavorativo e l’alta formazione, da cui nascono le trame intrecciate di vimini che prendono forma dall’intreccio di rami di giunco. Sempre improntate alla creazione artistico-artigianale sono i manufatti creati con la tecnica del docoupage che impreziosisce anche gli oggetti più freddi e più banali grazie alla liberazione delle idee dei detenuti che liberano, in questo modo, anche il proprio spirito.
Proseguendo il giro si incontrano due stand di manufatti creati all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia; i prodotti in pelle realizzati dal Consorzio Cooperative Sociali Artemisia e quelli in PVC riciclato di Ora d’aria.
Artemisia opera all’interno dell’istituto romano da cinque anni. Il laboratorio di pelletteria è una realtà talmente radicata da essere sfruttato come anello di collegamento tra il dentro e il fuori. Il lavoro, infatti, ai fini del trattamento e della rieducazione, è fondamentale all’interno delle sezioni detentive per dare un valore, secondo i dettami costituzionali, al tempo della pena. È altresì importante, una volta riallacciato il contatto con la società libera, per reinserirsi da pari nonostante i pregressi di devianza e criminalità. Ecco quindi che l’apertura di un negozio che vende le borse realizzate all’interno del carcere crea una continuità sia nel commercio del prodotto, sia per occasioni lavorative future delle detenute che escono dal carcere. La presenza dei prodotti al Salone e l’acquisto da parte dei visitatori ha permesso, ad Artemisia come a tutti gli altri espositori, di farsi conoscere anche al di fuori del contesto territoriale in cui la cooperativa e il carcere si trovano ad operare.
Sulla stessa idea è improntato il progetto della Onlus Ora d’aria che, in accordo con la Fao per creare una professionalità e un’opportunità alle persone disagiate, nello specifico le detenute, e aiutare l’ambiente. Il percorso rieducativo, nell’idea dell’associazione, vede il lavoro come unico modo di far vedere che il carcere non è un luogo in cui si annienta la dignità umana, ma un momento produttivo in grado di sostenere l’affermazione di tutte le persone. L’iniziativa ha preso vita un anno fa; la collaborazione prevede la dismissione da parte della Fao dei banner pubblicitari in PVC che vengono poi lavorati e riutilizzati per la creazione di borse, astucci, cartelle porta documenti e simili di ogni forma e dimensione. L’aiuto rivolto alle fasce deboli e al recupero della legalità da parte di soggetti a rischio passa attraverso l’ecosostenibilità e lo sviluppo delle capacità individuali al fine di creare un circolo virtuoso improntato sulla competenza lavorativa come base per una rinascita morale e sociale.
L’ultimo stand che si incontra nella piazza del mercato allestita dal Dap è lo stand della Cooperativa Giotto, una realtà affermata da tempo nella Casa di Reclusione di Padova e conosciuta su tutto il territorio nazionale per i suoi prodotti di pasticceria, ma soprattutto per i famosissimi e pluripremiati panettoni, considerati dal Gambero Rosso i più buoni d’Italia.
Il progetto di Giotto nacque nel 2001 con l’aiuto della gestione della cucina del carcere, nel 2003 partì la pasticceria per la quale già nel 2007 arrivarono i primi riconoscimenti dall’Accademia Italiana della Cucina, con il Piatto d’Argento. Da allora è stato un crescendo, sia della produzione che della specializzazione dei detenuti all’interno dei laboratori. L’obiettivo primario è l’alta qualità del prodotto. “Questo non è solo un panettone – ci tiene a precisare Nicola Boscoletto, responsabile della cooperativa – ma è l’esempio di un contesto più ampio, legato alla professionalità e al riconoscimento della qualità del prodotto”.


Vetrina online di prodotti carcerari

La redazione del sito giustizia.it ha allestito un’area virtuale con immagini dei prodotti, descrizioni, costi, punti vendita e modalità di acquisto
di Antonella Barone

C’era una volta l’artigianato carcerario: velieri con o senza bottiglia, cornici intarsiate di stecchini, angeli in pasta di pane, mosaici con chicchi di riso, arazzi con paesaggi bucolici, madonne e santi vari a mezzo punto. Quale educatore, direttore, comandante o cappellano non ha ricevuto in dono uno di questi capolavori di pazienza ma, diciamo la verità, non sempre di estetica? Eppure il tutto veniva generalmente accolto da esclamazioni di sorpresa e complimenti che nessuno si sarebbe sognato di elargire, per analoghe creazioni, a persone adulte e libere. Come se per i detenuti valesse lo stesso criterio di valutazione indulgente e benevolo che si utilizza con i bambini. Indimenticabili i biglietti di natalizi ricamati di porporina e innevati con cotone, pieni di auguri svolazzanti e buoni propositi. Così simili alle letterine che un tempo i bambini mettevano sotto il piatto dei genitori, peccato che fossero scritte spesso e volentieri da cinquantenni con posizioni giuridiche di tutto rispetto.
Si sa che il carcere tende ad infantilizzare, e l’ozio, la deprivazione estetica e sensoriale, gli interventi e gli aiuti soccorrevoli e accuditivi hanno una certa responsabilità in questi percorsi regressivi. Ma che c’entra l’estetica “carceraria” con una vetrina online dei prodotti realizzati in carcere e destinati a canali commerciali? Ebbene, anche se abiti, borse, bigiotteria e suppellettili sono prodotti di design e non espressione della creatività individuale, è inevitabile il confronto con quegli oggetti simbolo di un tempo carcerario da ingannare e non da utilizzare. Ripercorrere, sia pure brevemente, la storia del lavoro in carcere aiuta a scoprire il senso di questo confronto.
Prima della riforma del 1975, il lavoro in carcere proveniva dagli appalti concessi a imprese private che sfruttavano la manodopera detenuta per realizzare manufatti con bassissimo costo del lavoro. Dopo la riforma, le commesse sono andate progressivamente diminuendo in quanto le imprese non trovarono più conveniente una manodopera la cui retribuzione non poteva essere inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi di lavoro. Ne derivò un graduale deterioramento dei macchinari e il mancato adeguamento alla normativa anti-infortunistica di locali e attrezzature. Dal 1990, poi, a seguito della riforma del corpo di Polizia Penitenziaria, non è stato più possibile utilizzare gli agenti come “capi d’arte”. Da allora, per la direzione tecnica delle lavorazioni, si è dovuto ricorrere a contratti d’opera con persone esterne all’Amministrazione con aumento dei costi e vari altri oneri amministrativi. La carenza di personale contabile e di Polizia Penitenziaria, che ha caratterizzato gran parte degli anni ’90, ha contribuito all’abbandono delle officine esistenti e alla mancata apertura negli istituti di nuova costruzione. L’Amministrazione Penitenziaria è rimasta praticamente l’unica committente delle proprie lavorazioni: lenzuola, coperte, arredi per istituti o caserme, uniformi da lavoro per detenuti, modulistica, registri ed altro materiale tipografico sono i prodotti maggiormente richiesti dagli istituti. L’Amministrazione acquista le materie prime, sostiene i costi di gestione, consegna il manufatto all’istituto che paga l’importo pattuito. In pratica l’Amministrazione compra il manufatto di sua stessa produzione. Un circuito “autarchico”, disciplinato da regole di contabilità risalenti ancora al Regio Decreto 16 maggio 1920 n. 1908, che non permettono all’istituto il recupero dei costi di produzione e delle eventuali quote di utile calcolate sul prodotto finito. Il ricavato delle vendite deve infatti essere totalmente versato alla Cassa Ammende come “proventi delle lavorazioni”.
Una prima importante apertura alternativa nel sistema produttivo si è avuta con la legge 12 agosto 1993 n. 296, che ha introdotto il concetto di “privatizzazione” del lavoro penitenziario consentendo così alle imprese pubbliche e private di organizzare e gestire lavorazioni in carcere in base a un rapporto di lavoro diretto tra imprenditore e detenuto. Una scelta rafforzata con il D.P.R. 30 giugno 2000 n. 230 (Regolamento di esecuzione), dove si esplicita che le imprese pubbliche e private e le cooperative sociali possono organizzare e gestire lavorazioni penitenziarie, si stabilisce che le attrezzature e i locali esistenti negli istituti possono essere ceduti in comodato dalle direzioni a terzi e che vi è diretta dipendenza nel rapporto di lavoro tra detenuto lavoratore e impresa. Un cambiamento integrato dalla legge 22 giugno 2000 n. 193 (c.d. legge Smuraglia) che ha aggiunto i detenuti reclusi ai soggetti svantaggiati previsti dalla legge 381/91 (condannati ammessi alla semilibertà e alle misure alternative alla detenzione), ha previsto sgravi fiscali a imprese pubbliche e private che assumano lavoratori detenuti o che organizzino per loro attività formative, estendendo i benefici ai sei mesi successivi alla scarcerazione.
La legge Smuraglia è tornata a restituire se non tutti, diversi vantaggi al lavoro in carcere per gli imprenditori esterni locali in regola con la normativa sulla sicurezza dei posti di lavoro e attrezzature in comodato gratuito, bonus di 516,46 euro mensili sotto forma di credito di imposta, per ogni detenuto assunto – anche per il periodo necessario alla formazione – l’abbattimento dell’80% degli oneri contributivi e l’estensione delle agevolazioni ai sei mesi successivi alla scarcerazione del detenuto.
In questi primi dieci anni il percorso è stato però tutt’altro che facile a causa della difficile conciliabilità tra l’organizzazione del sistema carcerario e l’organizzazione produttiva. Sui tempi dell’impresa possono incidere variabili legate al sistema, come mancanza del personale di polizia per le garanzie di sicurezza o impreviste assenze di detenuti lavoratori per colloqui, udienze o trasferimenti. Questi inconvenienti hanno determinato “la scarsa propensione delle imprese, pubbliche o private, ad investire all’interno del carcere prediligendo invece l’assunzione di detenuti in articolo 21 presso le proprie unità produttive all’esterno. Diverso è il discorso per le cooperative sociali che, forti di una legislazione favorevole e orientate a finalità sociali piuttosto che alla esclusiva ricerca del profitto, storicamente sono sempre state più sensibili alle problematiche legate al disagio sociale” (Nicola De Silvestre – Le Due Città/febbraio 2006).
La pressione di esigenze e tempi del mondo imprenditoriale sembra comunque riuscita a cambiare, in molti istituti, ritmi e costumi che sembravano inattaccabili e connaturati al sistema carcere, senza le temute ricadute sulla sicurezza.
Oggi si calcola che siano una quarantina le realtà produttive, in alcuni casi operanti anche in più istituti. Benché alcune siano presenti sul mercato da anni – come i “Dolci di Giotto” della Casa di Reclusione di Padova (noti anche per i pregiati panettoni acquistati da Benedetto XVI come doni per i suoi collaboratori) o i taralli “Campo dei Miracoli” di Trani o gli abiti di “Alice” realizzati negli istituti lombardi – ogni volta che sulla stampa generalista si fa largo la notizia di una di queste iniziative, viene accolta con sorpresa, come se si trattasse dell’eccezione che contraddice la regola di un carcere ozioso e costoso per la comunità. Strutture lavorative come queste non sono purtroppo la regola, ma neanche più l’eccezione: negli anni vi è stato vi è un lento ma costante incremento di detenuti assunti da imprese e cooperative esterne.
Utilizzare le potenzialità della rete per comunicare un mondo ancora oggi più immaginato che conosciuto, è stato uno dei motivi per cui Silvana Bastianello, Maria Luisa Ciminelli e Lucia Costantini della redazione del sito www.giustizia.it assieme a chi scrive, per l’Ufficio Stampa del Dap, hanno voluto allestire una vetrina che esponesse i tanti prodotti made in carcere. L’altro obiettivo è stato quello di mettere in atto un primo esperimento di marketing a costo zero, con l’ambizione di stimolare nel tempo la vendita dei prodotti. Si è pensato così ad un’area informativa che contenesse immagini dei prodotti, descrizione, costi, punti vendita o modalità di acquisto. Censire cooperative, associazioni e prodotti presenti sul territorio non è stato facile ed ha impiegato molto più tempo del previsto. Questo per la nota “sindrome dell’arcipelago” che continua ad affliggere il sistema penitenziario italiano e che comporta ancora difficoltà nelle comunicazioni tra centro e periferie (nonché tra più uffici dello stesso Dipartimento). Se molte aziende erano già presenti sul web, attrezzate di catalogo e vendita online, altre le abbiamo scovate a forza di insistenze telefoniche, trafiletti di giornali locali o segnalazioni di volontari, come Paolo Massenzi che con il suo “Jail Tour” ha percorso in lungo e in largo la penisola alla ricerca di cooperative attive nelle carceri.
Comunque dopo aver inviato note a istituti e provveditorati secondo la prassi della comunicazione dipartimentale “ortodossa”, abbiamo capito che la strada giusta era quella della sollecitazione diretta: raffiche di mail e telefonate a responsabili di cooperative, comandanti, educatori, agronomi, direttori di istituto e dirigenti di area pedagogica dei provveditorati, senza alcun riguardo per forma e gerarchie, con l’unico obiettivo di ottenere le informazioni di cui avevamo bisogno. Il risultato è stata una rete spontanea di referenti dei quali continuiamo ad avvalerci per gli indispensabili aggiornamenti del servizio.
La vetrina non esaurisce le realtà esistenti, ma in questo primo periodo di presenza in rete sta accadendo quello su cui contavamo: cooperative non presenti o che si affacciano ora sul mercato chiedono di essere inserite nel servizio. Non si intende nascondere le condizioni e le difficoltà della maggior parte degli istituti, basti vedere i dati riportati dallo stesso sito www.giustizia.it: sono 14.116 i detenuti che lavorano in carcere e di questi poco più di 2.000 alle dipendenze di ditte esterne; pochi, rispetto ai circa 68.000 presenti e anche ai circa 38.000 definitivi. Tuttavia la strada da percorrere è segnata come dimostrano iniziative che si continuano a prendere. Tra le ultime va ricordato il protocollo d’intesa siglato di recente tra l’Amministrazione Penitenziaria e il Consorzio di cooperative sociali CGM (organismo che riunisce numerose cooperative di solidarietà sociale), per la più ampia divulgazione ed applicazione della legge Smuraglia.  
Ma il cambiamento non è decretato solo dai numeri. La nascita in carcere di queste nuove realtà formative e lavorative ha segnato un progresso che va ben oltre il significato, pure fondamentale, che l’Ordinamento Penitenziario attribuisce al lavoro durante l’espiazione della pena detentiva. Si tratta della traduzione concreta del principio, ribadito nel Regolamento di esecuzione, che i metodi di lavoro “… devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”. Questo vuol dire che il lavoro fa parte di un progetto complessivo di crescita, significa per il detenuto confrontarsi con gli stessi criteri di valutazione che valgono all’esterno, senza sconti o indulgenze che finiscono per riconsegnare alla società una persona inadeguata.
Forse il tempo dei mosaici di riso e dei santi a mezzopunto non è ancora finito, ma qualcosa è cambiato anche nell’estetica carceraria grazie ai laboratori di cartotecnica, bricolage, oggettistica di riciclo e via dicendo. E già prima della nostra vetrina, modelli di elaborati velieri costruiti da detenuti navigavano in rete, proposti da siti di raffinati collezionisti

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