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Il lavoro penitenziario è stato il tema centrale della tavola rotonda organizzata dal Dap per un confronto tra Amministrazione Penitenziaria, aziende e cooperative
di Silvia Baldassarre

Il lavoro penitenziario è stato anche il tema centrale della tavola rotonda che si è tenuta – in occasione del Salone della Giustizia – nella Sala “Diotallevi”. L’incontro – dal titolo “Il carcere utile: esperienze di lavoro in carcere e nell’esecuzione penale esterna” – è stato moderato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera e ha messo a confronto il pensiero e l’esperienza dell’Amministrazione Penitenziaria, delle cooperative e dell’imprenditoria nel campo del lavoro intramurario. “Un tema tanto importante quanto sconosciuto” ha commentato il Capo del Dipartimento, Franco Ionta che ha spiegato come l’Amministrazione e il lavoro penitenziario vivano un singolare paradosso poiché i dati più conosciuti sono sempre quelli negativi, mentre i numeri positivi – che nello specifico riguardano l’alta specializzazione e la qualità produttiva – sono sconosciuti ai più.
Quello che si è voluto portare alla luce con la tavola rotonda riguarda in primo luogo l’assunzione di responsabilità da parte dell’Amministrazione nel prendere in carico, temporaneamente, delle persone e renderle un domani alla società, migliorate. Pensare infatti il sistema carcere disgiunto dalla società libera sarebbe un errore e il lavoro, in questo contesto, si pone come anello di congiunzione tra il dentro e il fuori. I dettami costituzionali vogliono il tempo della pena come un tempo fecondo, di riflessione e costruzione di un approccio diverso alla vita, attraverso una scelta di legalità. In questo tempo, insieme alla cultura e alla formazione artistica, il valore aggiunto della rieducazione e del trattamento sono la professionalità e la qualità di quanto si produce e si realizza all’interno dei laboratori e delle sezioni detentive.
I manufatti e i prodotti enogastronomici, esposti negli stand del mercato realizzato dal Dap, sono solo alcuni esempi di quanto si realizza all’interno dei penitenziari italiani e rappresentano l’ultimo anello di quella catena produttiva che prende le mosse dai progetti trattamentali, realizzati studiando ogni singolo caso, sui quali lavorano equipe di educatori e psicologi in cui si inserisce – in maniera tutt’altro che marginale – il lavoro della Polizia Penitenziaria che supervisiona e rende possibile, ogni giorno, il regolare svolgimento del lavoro.
Tutti concordi nel dire che il lavoro e la formazione sono gli unici strumenti efficaci, per quanti si sono resi colpevoli di reato, per una presa di coscienza nei confronti di una vita di legalità; il lavoro è l’unico obbligo sancito dall’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti e degli internati. Attuare i programmi – in questo periodo di emergenza a tutti noto – non è sempre facile. Il numero dei detenuti è in costante crescita (circa 68.900 persone secondo le stime del 31 ottobre 2010) ma lo è anche quello dei lavoratori: 14.100 circa, pari al 20-21% dell’intera popolazione detenuta (stima del 30 giugno 2010). Questi dati sono stati diffusi da Nicola Di Silvestre, Funzionario della Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dap che, in occasione della tavola rotonda, ha portato all’attenzione degli altri relatori e della platea il fatto che “il dato è alto, ma se si scende nel dettaglio ci si rende conto che i detenuti lavoranti che non sono alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, ma che sono assunti da soggetti terzi – imprese e cooperative – sono circa 2.000, la parte rimanente lavora all’interno degli istituti penitenziari nei servizi domestici, per necessità di gestione quotidiana degli istituti e sono pagati dall’Amministrazione”. Ai fini del trattamento la rilevanza maggiore, anche in prospettiva di un impiego lavorativo che vada oltre il tempo della detenzione, è quello che vede il detenuto assunto da imprese o cooperative.
“Sono 31 le imprese e 79 le cooperative – continua il dottor Di Silvestre – che assumono detenuti all’interno di 47 istituti penitenziari”. Un trend in costante crescita che si sta diffondendo su tutto il territorio nazionale con produzioni di nicchia che, non potendo competere con i grandi numeri delle industrie, fanno della qualità e dell’originalità del prodotto la propria mission, filo conduttore che lega tutte le produzioni carcerarie.
“Bisogna distinguere – spiega la giornalista Antonella Bolelli Ferrera – nella linea produttiva in carcere, secondo quanto sancito dalla legge Smuraglia, tra cooperative sociali (che usufruiscono di una legge ad hoc); le aziende e il lavoro che è gestito direttamente dall’Amministrazione Penitenziaria”. Per questo al tavolo dei relatori erano presenti rappresentanti delle tre parti e ognuno ha spiegato il proprio punto di vista, condividendo punti di forza e criticità di ogni progetto.
Per le aziende questa è una scommessa. Una scommessa che Giuseppe Ongaro (cfr. Le due Città – ottobre 2010), imprenditore veneto, ha vinto assumendo nella sua ditta 70 detenuti della Casa Circondariale di Verona con contratto industria, come operai di secondo livello. Ongaro ha spiegato che “i prodotti realizzati dall’azienda sono, di fatto, realtà esistenti al di fuori del carcere, ma noi siamo ottimi terzisti in grado, cioè, di portare a termine lavori per conto di altre aziende. Siamo però anche ottimi produttori in grado di rispondere direttamente al cliente”. Una produzione per la quale la selezione dei detenuti avviene seguendo la regola del turn over, tipico della detenzione preventiva, per dare maggiori possibilità di formazione – rapida, ma specifica – e permettere ai detenuti di ritornare nella società con capacità in grado di soddisfare una concreta esigenza produttiva. “Con il turn over di 11 mesi – spiega Ongaro – abbiamo formato 360 persone in 5 anni; siamo partiti con 3 detenuti”. Una scelta imprenditoriale competitiva che, dati alla mano, è in grado di immettere sul mercato prodotti di alto valore – nello specifico, porta biciclette, cassette per i pipistrelli, box cavalli e gazebi oltre alla produzione di pannelli solari termici – che vanno a chiudere il cerchio dell’inclusione sociale con il rispetto dell’ambiente.
Gli fa eco, dal mondo delle cooperative, Gianni Pizzera, Responsabile Confcooperative e Federsolidarietà. La realtà delle cooperative è presente in 68 istituti italiani, 4 Ospedali Psichiatrici Giudiziari e 7 Istituti Penali Minorili con 120 unità di personale sparse su tutto il territorio nazionale. “Una grande presenza di cooperative – sottolinea Pizzera – che oltre a fare orientamento e formazione professionale costruiscono legami con imprenditorialità esterne”, nell’ottica di favorire anche l’apertura delle mura del carcere. Conciliare il tempo della detenzione con il tempo della produzione è possibile attraverso la condivisione del progetto tra diversi attori; dalle direzioni penitenziarie ai provveditorati, dagli uffici trattamentali alla Polizia Penitenziaria, oltre agli imprenditori per valutare di volta in volta dove avviare un’attività in base a una conciliazione territoriale. Quello che chiediamo ai detenuti – continua Pizzera – è uno sforzo di cooperazione, perché i benefici e gli utili di un’impresa si ottengono solo lavorando insieme”.
Il ritorno nella società è molto delicato. Una volta libero, il detenuto si trova di fronte ad una scelta: quella di continuare con a intraprendere la via della devianza oppure decidere di vivere una vita affrancata dal crimine. In questa scelta, l’opportunità di potersi proporre con qualifiche professionali specifiche gioca un ruolo fondamentale e lo stesso vale per quanti si trovano a scontare la pena in misura alternativa.
Milena Cassano, Direttore Uepe Prap Lombardia, ha spiegato alla platea come il contatto con il territorio sia fondamentale per la creazione di percorsi alternativi, motivo per cui ha creato un’Agenzia regionale di promozione per il lavoro dei detenuti, iniziativa che ha trovato il suo punto di forza nella Commissione Lavoro regionale attraverso un percorso di sensibilizzazione sul territorio che ha coinvolto anche la Regione Lombardia. “È importante – ha spiegato la Dottoressa Cassano – fare in modo che i percorsi di inclusione abbiano la loro propedeuticità. Quindi sia la formazione all’interno degli istituti, ma anche lavori veri e produttivi, poiché dalla nostra esperienza abbiamo visto che il lavoro assistenziale non paga”. Esempi fattivi sono la collaborazione con Amsa (Azienda milanese servizi ambientali) e con Expo 2015 oltre ai numeri che nella sola Lombardia registrano circa 3.800 persone in esecuzione penale esterna. In questa stretta relazione con il territorio è di fondamentale importanza il ruolo di ogni singola impresa che – attraverso percorsi di responsabilità sociali d’impresa – possono comprendere quali siano i benefici sul bilancio sociale, convenienza che fa perno sulla formazione intramuraria e sulla futura spendibilità. Un esempio di quanto il dentro e il fuori siano collegati, sia dal punto di vista del lavoro che del contatto diretto con il territorio, è quello sardo del progetto C.O.L.O.N.I.A. ampiamente spiegato alla tavola rotonda dal Direttore Ufficio e Trattamento Prap Sardegna, Giampaolo Cassitta. Un aneddoto in particolare ha colpito l’attenzione degli ascoltatori; il racconto di una storia vera, avvenuta all’incirca a metà degli anni ’60, in una diramazione di una colonia penale dell’isola. Protagonista della vicenda narrata un detenuto che quotidianamente curava il giardino privato del direttore dell’istituto. Quando venne il giorno della scarcerazione il detenuto fece le sue considerazioni: il giardino era come la sua pena, chiara, perfetta, solida, ma completamente inutile perché privo di vita. Pur avendo imparato un mestiere non aveva prodotto nulla. Da lì iniziò una piccola produzione di cui beneficiavano i detenuti e gli agenti penitenziari ma il desiderio di entrare a far parte del mondo produttivo portò all’allargamento del progetto e successivamente alla nascita di una vera e propria azienda agricola che oggi è un vero e proprio modello. “Così è nato il progetto C.O.L.O.N.I.A. – ha spiegato Giampaolo Cassitta – con il marchio Galeghiotto di Sardegna che trova nel suo slogan la sintesi di un carcere costruttivo: Vale la pena”.
Questo progetto non è gestito da cooperative o aziende ma fa capo direttamente all’Amministrazione Penitenziaria che, attraverso la Cassa Ammende ha erogato un prestito di circa 3 milioni di euro. “Quello di Cassa Ammende – ha spiegato Ionta – non è un prestito, ma un’apertura di credito, con delle condizioni e delle riserve; ma ciò significa anche credere nei progetti e permetterne la realizzazione”.
Affinché il tempo della detenzione sia un tempo “utile” sono chiamati a rispondere anche gli enti locali, le associazioni non governative, così come quelle di volontariato; tutti devono impegnarsi affinché la continuità del trattamento sia estendibile anche fuori poiché “un carcere più aperto è un carcere più sicuro” dove siano migliori le condizioni di detenzione, ma anche quelle di lavoro.
“Siamo presenti al Salone – ha concluso Ionta – perché la pena è il completamento della Giustizia. C’è la fase dell’illecito, del crimine; poi c’è la fase dell’istruttoria; quella delle indagini e ancora quella del processo. Infine c’è la fase della pena che completa tutto il circuito, ma che ha una finalità precisa, che voglio valorizzare: bisogna che una persona che è entrata nel sistema penitenziario, attraverso una scelta di vita contraria ai valori della società, venga restituita ad essa dopo aver preso coscienza di sé”.
I due pilastri su cui si basa il costante lavoro dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria  sono la cultura e il lavoro. Nel primo caso non si tratta necessariamente di formazione intellettuale quanto di accettare e condividere i valori della società. Nel caso del lavoro, poi, la capacità lavorativa è il punto di arrivo del trattamento, ma anche il punto di partenza nei confronti della società e del recupero degli affetti, delle possibilità e della vita stessa.

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