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Incontro con Mario Martone, regista della discussa pellicola sul Risorgimento italiano presentata al Festival di Venezia
di Alessandra Felini

Il Risorgimento di Mario Martone, un’epopea al di fuori di ogni retorica, è tra i protagonisti delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. “Noi credevamo” s’intitola il film che il regista napoletano ha diretto, puntando sui dialoghi nobili e profondi scritti con Giancarlo De Cataldo e sull’interpretazione di un plotone di magnifici attori di ogni età: Toni Servillo, Luigi Lo Cascio, Luca Zingaretti, Francesca Inaudi, Valerio Binasco, Renato Carpentieri, Michele Riondino, Anna Bonaiuto, Luca Barbareschi, Andrea Bosca.
“Noi credevamo” è un titolo rubato a un romanzo “minore” di Anna Banti ma nelle intenzioni del regista anche la “fotografia” di un sogno tradito: il sogno risorgimentale di Mazzini e Garibaldi.
“Questo titolo riassume il senso di tante speranze e di tanti progressi irrimediabilmente seguiti da sconfitte: una costante, ieri come oggi, nella storia del nostro Paese”, afferma Mario Martone. “Per usare un linguaggio psicanalitico, il Risorgimento è un trauma rimosso ed è la chiave migliore per capire il presente di un’Italia ancora disunita, dilaniata dai risentimenti tra concittadini, eternamente in preda al malessere, con il Nord e il Sud che risultano ancora divisi”.
Applaudito all’ultima Mostra di Venezia, nel settembre 2010, “Noi credevamo” è uscito subito dopo nei cinema dove, malgrado l’esiguo numero di copie in circolazione, ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico. Segno che, al di là delle commedie sempre vincenti, esiste una domanda diffusa di contenuti alti, in questo caso la voglia di andare a fondo sulla nostra storia, sulla
genesi stessa dell’identità nazionale.
Ed è proprio mosso da questa esigenza che Martone, un autore-chiave nell’anno del Centocinquantenario (porterà in teatro a marzo le “Operette morali” di Leopardi) si è mosso per realizzare “Noi credevamo”.  “Mi sono messo all’opera”, spiega, “partendo da una prospettiva inedita e cercando di depurare da ogni retorica gli eventi sanguinosi che portarono all’unità d’Italia. Mi sono sforzato di andare oltre la Storia ufficiale per lasciare spazio ai dubbi, per descrivere le disillusioni, per portare allo scoperto le utopie che non si sono ancora realizzate”.  
Nel Risorgimento “non imbalsamato” di Martone, la tormentata epopea di patrioti e cospiratori contiene chiari riferimenti al complicato presente del nostro Paese. Il regista definisce la sua opera un film tragico, anzi catartico, nel quale Mazzini-Servillo è una figura vicina al terrorismo in quanto “allevò giovani martiri, come i fondamentalisti islamici” e fu contestato da Marx e Engels proprio per la sua strategia violenta di lotta. Ma non c’è alcun sacrilegio, puntualizza il regista, dal momento che il suo lavoro è stato suffragato da lunghe e accurate ricerche: “Non abbiamo inventato nulla. Ho studiato montagne di documenti, scritti, riferimenti storici. Calare Mazzini nell’autenticità delle sue scelte politiche non significa sminuirne la portata. Semmai serve a renderlo più vicino a noi, alla nostra epoca”.
Ma com’è nata l’ispirazione che l’ha portato a raccontare il Risorgimento come non l’abbiamo mai visto? Dice Martone che tutto è cominciato dopo l’11 settembre, quando il regista cominciò a riflettere sul rapporto “fisiologico” tra terrorismo e lotta per l’identità nazionale. “Mi sono domandato”, racconta, “se l’Italia, che ha tanto a lungo combattuto per l’indipendenza, avesse conosciuto qualcosa di simile. Possibile che la storia del nostro Paese sia stata solo una sequenza di grandi battaglie, gesti eroici e abili diplomazie senza quel pesantissimo contrappeso che l’impegno di una lotta del genere comporta?”.
Questa la  base di partenza del film, che ha avuto una gestazione lunga sette anni. Vuoi per il rigore di Martone e De Cataldo, che si sono imbarcati in lunghe e dettagliate ricerche storiche. Vuoi per i costi elevati dell’operazione (sostenuti dalla società Palomar con RaiCinema e RaiFiction). Vuoi per la difficoltà oggettiva di mettere insieme un cast tanto importante.
Il regista ammette di essere partito senza pregiudizi sapendo poco sul Risorgimento, come tutti quelli che lo studiano, magari svogliatamente, a scuola. E di essere arrivato al traguardo con un bagaglio carico di dubbi, sguardi critici, questioni ancora aperte. Quattro atti, decine di personaggi, tre ore e venti (nella versione completa, destinata alla messa in onda televisiva) di “Noi credevamo” consegnano allo spettatore un’antiepopea che gronda sangue e tradimenti, appassiona e fa riflettere. Riconciliando il pubblico con la storia italiana e con il grande cinema.

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