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Facebook e WikiLeaks; i miliardi di telecamere a circuito chiuso e la passione incontrollata per il privato: il nuovo volto di una società senza veli
di Daniele Autieri


Chiamateli voyeuristi, guardoni, o più delicatamente incorreggibili curiosi, ma la vera indole di questa società è tutta lì, in questa parola francese il cui significato non lascia spazio a errate interpretazioni. Sbirciare dal buco della serratura è un vizio condiviso, figlio dei modelli imposti dalla televisione e dei nuovi strumenti tecnologici che trasformano il mito del “controllo” in un’ambizione facilmente raggiungibile e alla portata di tutti.
“Il grande fratello ti osserva”, scriveva George Orwell nel suo romanzo “1984” e oggi, 60 anni dopo, quel Grande Fratello è approdato sugli schermi televisivi attirando l’attenzione di milioni di telespettatori in tutto il mondo. Che lo strumento sia Facebook, le telecamere a circuito chiuso che ormai punteggiano le strade delle città oppure i cabli segreti rivelati da WikiLeaks, il valore della privacy ha lasciato spazio a quello della totale trasparenza, sbandierato a qualunque costo e difeso a qualunque prezzo. Eppure, la sofisticazione dei mezzi tecnologici a disposizione, non solo del privato cittadino, ma anche della pubblica autorità ha permesso un accrescimento della sicurezza, tanto percepita quanto reale. L’attività di intelligence è andata sempre più a braccetto con le nuove tecnologie. I controlli nelle strade; la tracciabilità delle telefonate come degli scambi di denaro; le forme alternative di detenzione attraverso strumenti quali il braccialetto elettronico, sono divenuti elementi imprescindibili non solo nel capitolo della prevenzione ma anche in quello dedicato alla gestione del crimine.
Una corsa innovativa resa necessaria dalla parallela sofisticazione che il crimine stesso ha vissuto nel corso degli ultimi dieci anni.
Alla fine del settembre 2001, Ronald Dick, assistente del Direttore dell’FBI e capo del NIPC (Centro Nazionale Protezione Infrastrutture degli Stati Uniti), dichiarò ai giornalisti che gli attentatori dell’11 settembre avevano utilizzato Internet e l’“avevano utilizzato bene”. Fu uno dei primi esempi su larga scala di sfruttamento della tecnologia per perpetrare crimini efferati.
Qualcosa di analogo nel ricorso al web e alle tecnologie più innovative in modo illegale è accaduto anche in altri ambiti, con un’escalation significativa in quello finanziario.
La risposta delle autorità e degli operatori della sicurezza è stata simile un po’ ovunque: maggiore controllo, maggiore pervasività nella vita del cittadino, violazione quasi istituzionalizzata del principio di privacy.
Il 23 ottobre del 2001 il senatore americano James Sensenbrenner presenta alla Camera dei Deputati un provvedimento che passerà alla storia con il nome di Patriot Act. La legge, approvata dal Parlamento e firmata da George Bush tre giorni dopo, riforma il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi (CIA, FBI, NSA) ma di fatto riduce pesantemente la privacy dei cittadini che da questo momento può essere violata in nome della sicurezza nazionale.
Nell’ottobre 2007, sei anni dopo la sua approvazione, la Corte Suprema ha dichiarato l’incostituzionalità della legge ma ormai nel sistema garantista americano qualcosa si era rotto. Il cambiamento, prima che legislativo, era passato nelle coscienze degli individui che più o meno consapevolmente avevano permesso che gli argini della riservatezza personale venissero abbattuti una volta per tutte.
Un processo lento ma inesorabile che ha trovato la spalla più forte nella diffusione sempre più pervasiva dei social network. Emblematico a questo proposito il caso di Facebook. Fondato nel 2004 dall’allora studente 19enne di Harvard Marck Zuckerberg, il sito ha superato nel 2010 500 milioni di utenti attivi. L’idea iniziale era molto semplice: realizzare uno strumento che mettesse in contatto prima gli studenti di Harvard e poi quelli degli istituti dell’Ivy League, le università americane più prestigiose.
Da qui nel giro di un paio d’anni l’idea di Zuckerberg si diffonde a livello planetario e nel 2007 la Microsoft di Bill Gates ne acquista l’16,% al prezzo di 240 milioni di dollari. Oggi il valore economico riconosciuto a Facebook dal mercato è 14 miliardi di dollari e il sito è divenuto il secondo più ciccato della rete. Un successo assoluto che testimonia il nuovo corso delle relazioni sociali, ma offre anche una pericolosa sponda all’illegalità.
Nell’ottobre scorso la Corte Costituzionale (come raccontato nel numero di novembre/dicembre delle Due Città) è intervenuta per vietare l’utilizzo di Facebook ai reclusi sottoposti a un regime di detenzione domiciliare. Ancor più efficace del più classico dei pizzini, il social network – secondo l’Alta Corte – può essere usato per comunicare e mantenere rapporti con l’esterno.
D’altro canto lo scambio di informazioni su internet può anche diventare un utile aiuto nelle indagini di polizia. È quanto accaduto a Bristol, nel Sud dell’Inghilterra, dove i detective della polizia hanno messo un annuncio su Facebook chiedendo la collaborazione della cittadinanza per ottenere indicazioni o segnalazioni legate all’omicidio di Joanna Yeates, architetto 25enne trovata morta il 25 dicembre scorso.
“La maggioranza delle persone passa oggi del tempo su Facebook e sugli altri siti di social networking; sono diventati parte della loro vita”, ha spiegato al quotidiano The Guardian il direttore delle indagini Phil Jones.
“Si tratta – ha aggiunto – di un’iniziativa molto più economica ed efficiente rispetto a una campagna di poster nel mondo reale”.
Tutto ciò dimostra quanto la tecnologia e i suoi strumenti siano diventati appendici naturali sia della vita quotidiana che della lotta al crimine. Nella sola città di Londra, ad esempio, sono montate 4,2 milioni di telecamere e nell’arco di una giornata una persona qualsiasi viene ripresa da circa 300 di esse.
L’utilizzo delle riprese a circuito chiuso riduce indubbiamente la privacy del cittadino, che di fatto è seguito in tutti i suoi movimenti, ma rappresenta un’arma efficace per le forze dell’ordine. Il 14 marzo scorso sei affiliati al clan camorristico dei Nuvoletta si rendono protagonisti di due raid punitivi in una sala giochi e in un bowling nel napoletano. Vengono ripresi dalle telecamere a circuito chiuso dei locali e fermati. Il 4 febbraio a Torino un anziano viene rapinato e aggredito dopo aver ritirato la pensione. Muore tre giorni più tardi, ma grazie alle riprese della banca vengono identificati gli assassini. E ancora il 1° gennaio del 2010 una ragazza albanese di 25 anni viene stuprata nel sottopasso della stazione ferroviaria Rifredi di Firenze. Il video delle telecamere di sicurezza della stazione di Prato registra quando la giovane e l’aggressore si sono conosciuti e identifica l’accusato, un palestinese di 20 anni. Sono solo alcuni episodi di una lunga lista di casi risolti grazie all’ausilio del supporto tecnologico che contestualmente forniscono prove tangibili della sempre maggiore pervasività dell’interesse pubblico nella vita del singolo.
Figlio rinnegato di questa nuova tendenza è il fenomeno WikiLeaks. Il sito, fondato nel 2006 da Julian Assange, è curato da giornalisti, attivisti e scienziati e ha come scopo quello di raccogliere documenti sensibili e segreti, e diffonderli.
I cittadini di tutto il mondo sono invitati a mandare materiale “che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende”, in cambio dell’assicurazione di un totale anonimato.
L’escalation di WikiLeaks nella coscienza collettiva è graduale ma costante. Dopo alcuni importanti documenti pubblicati nel 2008, il vero boom arriva il 28 novembre scorso quando il sito pubblica, dopo averlo annunciato, un’ingente rassegna di documenti riservati che hanno come focus l’operato del governo e della diplomazia statunitense nel mondo. Vengono diffusi senza autorizzazione 251.287 file contenenti informazioni confidenziali inviati da 274 ambasciate americane in tutto il mondo al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a Washington per quello che il ministro degli Esteri Franco Frattini definisce “l’11 settembre della diplomazia”.
All’interno dei documenti sono riportate le valutazioni sui capi di stato europei e non solo, e la fuga di notizie crea un forte imbarazzo nell’Amministrazione americana.
WikiLeaks diventa il bersaglio dei governanti e delle diplomazie di mezzo mondo. Con le rivelazioni sui segreti di Stato – dicono i suoi accusatori – viene messa in pericolo la vita di milioni di persone.
In realtà il fenomeno non è solo un’espressione estrema di giornalismo d’inchiesta, ma il riflesso naturale di una società che è cambiata e ha cambiato i suoi strumenti di giudizio e i suoi modelli di interazione con l’esterno. Sapere a tutti i costi: è questo l’imperativo categorico che il presente non ha più voglia di smentire. Per esprimere un giudizio consapevole, ma anche più semplicemente per soddisfare il piacere inconfessato di sbirciare dal buco della serratura.

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