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di Assunta Borzacchiello

Il 9 maggio si è celebrata la “Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo”

“Tutti gli interventi si sono mossi nel solco dell’ispirazione che ci ha guidato fin dalla prima celebrazione, qui, del ‘Giorno della Memoria’, nel 2008: ricerca di verità; anelito di giustizia severa secondo legge, fuori di ogni reazione d’ira e di odio; rispetto e ricordo delle figure di tutti i colpiti, di ciascuno di essi per la vita vissuta come persona e non solo per il destino di vittima; in definitiva messaggio di pace e unità secondo il patto che ci lega, la Costituzione repubblicana”. Con queste parole il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spiegato il significato della “Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo”, celebrata il 9 maggio scorso nel salone dei Corazzieri del Quirinale. Istituita con legge n. 56 del 4 maggio 2007, simbolicamente nella ricorrenza della morte dell’On.le Aldo Moro assassinato dalle Brigate Rosse, la giornata in memoria delle vittime del terrorismo “ci offre l’occasione – ha affermato il Presidente Napolitano – per sottolineare come è stata vinta la battaglia, come è stata superata la prova. Si è combattuto, sia chiaro, su molti fronti; si è vinto grazie alla fibra morale, al senso del dovere, all’impegno nel lavoro e nella vita civile che hanno caratterizzato servitori dello Stato e cittadini di ogni professione e condizione: proprio per quelle loro caratteristiche essi diventarono – nella aberrante ottica dei terroristi – bersagli da colpire, esempi da dare per fini disgregativi sia del tessuto della società sia della tenuta delle istituzioni. La cerimonia è stata condotta da Eugenio Occorsio, figlio del magistrato Vittorio ucciso nel 1976 ed è stata caratterizzata dalle testimonianze di familiari di vittime appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia Penitenziaria, di Francesca Marangoni, figlia di Luigi, Direttore Sanitario del Policlinico di Milano ucciso nel 1981, e di alcuni studenti della Scuola Vantini di Rezzato (Brescia) che hanno partecipato al progetto “Il cammino della memoria”.
Giuseppe Cinotti, figlio dell’Agente di Custodia Raffaele Cinotti, ha letto una toccante testimonianza in memoria del padre, ucciso dalle Brigate rosse il 7 aprile 1981 sotto la sua abitazione. Alla cerimonia era presente anche la Signora Antonietta Scroce e il figlio Francesco, vedova del Brigadiere del Corpo degli Agenti di custodia Francesco Rucci, ucciso dalle Brigate rosse il 18 settembre 1981.
Nel corso della celebrazione è stato presentato dal Direttore generale per gli Archivi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Luciano Scala, il Portale della “Rete degli Archivi per non dimenticare” teso a rendere fruibili le varie fonti documentarie relative alle stragi di mafia e di terrorismo che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi.
Precedentemente nel salone delle Feste sono state consegnate dal Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, le onorificenze di “vittima del terrorismo” conferite con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’Interno in base alla legge n.222/2007.

La testimonianza di Giuseppe Cinotti
Il giorno in cui mio padre è stato ucciso dalle Brigate Rosse avevo quattro mesi e mia sorella Marianna, proprio in quel giorno, compiva due anni. Il nostro mondo si è fermato quel 7 aprile 1981, su quel pianerottolo, piegato dai colpi di un’arma da fuoco, impugnata per combattere una guerra insana e per noi incomprensibile.
Nelle farneticanti rivendicazioni hanno scritto che nostro padre è stato ucciso soltanto perché simbolo di uno Stato che andava colpito. Nessuno racconta di quello che le sue ultime ore hanno lasciato nella mente di chi l’amava; nessuno racconta di quella mattina, quando, indossando la divisa degli Agenti di Custodia, mio padre uscì di casa per recarsi al lavoro, nel carcere di Rebibbia, dicendo affettuosamente “ci vediamo stasera”.
Da quel giorno è iniziata la nostra vita senza di lui e non è semplice imparare a conoscerlo attraverso fredde fotografie. Sarebbe stato bello poterlo avere accanto nei momenti importanti della vita; averlo accanto nel nostro primo giorno di scuola o nei momenti in cui avrebbe voluto e dovuto regalarci carezze o rimproveri.
Vederlo tornare a casa, magari stanco, ma orgoglioso del lavoro difficile che aveva scelto di fare è una gioia che quell’assurda guerra ci ha negato per sempre.
Non è vero che il tempo cura tutti i mali. Quando poi ti scopri a pensare d’aver già superato l’età che aveva tuo padre quel giorno, comprendi che esistono sofferenze che chi non le vive non può comprendere fino in fondo; chi le vive non ha bisogno di ulteriori racconti. Non l’abbiamo visto invecchiare, ma io e mia sorella abbiamo scelto di lavorare nell’Amministrazione Penitenziaria per provare a stabilire un contatto con la sua memoria attraverso i racconti di chi l’ha conosciuto, di chi ha lavorato con lui e per respirare quella sua stessa aria: un modo, come tanti altri, per provare a colmare quel vuoto attraverso l’esempio delle oneste intenzioni, le stesse che avrebbe sicuramente saputo trasmetterci se solo fosse stato qui.
Giuseppe Cinotti

Ricordo di Antonietta Scroce, vedova di Francesco Rucci
Sono la vedova di Francesco Rucci, agente della Polizia Penitenziaria, ucciso il 18 settembre 1981 dalle Brigate Rosse. L’istituzione di questo Giorno della Memoria è per me consolatoria, affinché non si perda il ricordo delle vittime uccise per mano di terroristi che hanno provocato tanto dolore in nome di una ideologia politica, sottostante la quale c’era soltanto una violenza personale, un’assenza di umanità, un’incapacità di comprendere la disperazione delle vedove e degli orfani che lasciavano dietro ai loro gesti omicidi.
Mio marito era una persona forte, coraggiosa e generosa perché aiutava anche i detenuti i quali non c’entravano con la sua morte, e che al mio rientro in carcere mi avevano fatto addirittura le condoglianze, che ho sentito veramente sincere.
Quando è stato ucciso mio marito io ero all’ottavo mese di gravidanza. Lavoravo anch’io in carcere, però mi hanno risparmiato e non so perché. Dopo la sua morte, e la nascita del nostro bambino, io sono rientrata a lavorare in carcere perché, forse ingenuamente, non capivo perché mio marito era stato ucciso. Poi ho capito. Lui rappresentava ciò che loro non sarebbero mai stati: l’onestà, la correttezza e chi non faceva altro che il suo dovere con grande umanità, ed era questo che a loro dava fastidio.
Ecco perché è importante che sia stato istituito un giorno in memoria delle persone come mio marito.
Antonietta Scroce

Il sacrificio dei colleghi: un valore per la Pol Pen

Pubblichiamo l’intervista rilasciata dal capo del DAP Franco Ionta all’agenzia Adnkronos in occasione del Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo

Magistrati e statisti, operai e giuslavoristi insieme a gente comune, finita per caso sotto il piombo e le bombe esplose senza un perché. Ma nella tragica storia delle vittime del terrorismo italiano c’è anche il sangue versato dai ‘baschi azzurri’. In vista del Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo, Franco Ionta, per anni in prima linea con le inchieste da lui coordinate sull’eversione interna e internazionale, oggi capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e commissario delegato per il Piano carceri, lo sottolinea con forza: “Il 9 maggio, a 33 anni dall’omicidio di Aldo Moro, la Nazione ricorderà l’uccisione dello statista, un fatto che ha riconvertito lo Stato a una lotta serrata contro il terrorismo. Ma è giusto e doveroso rimarcare che anche la Polizia Penitenziaria ha pagato un prezzo alto alla lotta all’eversione”. “Per questo – sottolinea Ionta – lunedì al Quirinale tra le altre vittime di quella stagione cruenta verranno ricordati in particolare gli agenti Francesco Rucci e Raffaele Cinotti, uccisi dai terroristi di sinistra”. I baschi azzurri sono abituati a lavorare in silenzio, a fare anche delle emozioni uno stimolo per il lavoro. Nel loro Pantheon di valori, il sacrificio dei colleghi uccisi “sta accanto a quello di tanti magistrati e poliziotti che hanno pagato con la vita la lotta al terrorismo”.
“Il messaggio delle famiglie delle vittime è positivo – rimarca il Capo del Dap – perché nonostante il lutto incancellabile, hanno sentito lo Stato vicino, soprattutto i figli degli agenti hanno avuto le istituzioni al loro fianco. Senza alcuna retorica, a loro va la mia testimonianza forte e partecipata”. Una vicinanza “istituzionale e personale”.
Di cosa abbia detto ai familiari delle vittime, in decenni di lotta al terrorismo, Ionta non parlerà mai. Fa parte della sua storia di uomo dello Stato. Ma “gli Anni di Piombo – sottolinea – hanno lasciato una scia di sangue incolmabile. La deriva terroristica in Italia è stata molto praticata ma è sempre stata una prospettiva antistorica e sconfessata dai fatti”, precisa il Capo del Dap con il tono sicuro di chi da sempre ha scelto di stare dalla parte della legge e alla fine ha vinto contro “chi pensava di fare rivoluzioni con il sangue”. “Il nostro Paese – ricorda – ha attraversato periodi molto difficili: il rapimento e l’omicidio di Moro hanno segnato uno spartiacque nella storia italiana. L’attacco delle Brigate Rosse al cuore dello Stato ha portato uno sconvolgimento forte nella percezione del pericolo da parte dell’opinione pubblica e ha reso necessario un deciso intervento di reazione da parte dello Stato”. “Le operazioni eversive successive al delitto Moro – sottolinea il Capo del Dap – hanno portato nel mirino dei terroristi persone che rappresentavano il rinnovamento e mettevano in collegamento lo Stato con le sue strutture operative”. In questo percorso di sangue e memoria, Ionta ricorda che “l’Italia ha attraversato anche il terrorismo di destra e sul suo territorio ha inoltre subito diverse espressioni tragiche della deriva del terrorismo internazionale”.
Dalle pagine di sangue degli anni Settanta e Ottanta a oggi, Ionta parla anche dei rischi attuali: “La guardia contro il terrorismo deve sempre essere tenuta alta – spiega il capo del Dap – ma la prospettiva terroristica in Italia, soprattutto quella di sinistra, non ha possibilità di evoluzione. Questo non esclude però che ci possa essere un rigurgito eversivo, così è avvenuto con gli omicidi d’Antona e Biagi, dopo anni di silenzio dell’organizzazione. Peraltro le armi per quegli omicidi non sono state ritrovate”.
“La morte di Bin Laden non deve essere sottovalutata ma neanche esagerata, perché in Italia la rete di Al Qaeda non ha compiuto attentati”, dice Franco Ionta, per anni in prima linea con le inchieste da lui coordinate sull’eversione interna e internazionale, “ma non bisogna mai abbassare la guardia sul rischio terrorismo, perché anche se non c’è un input specifico, può esserci una germinazione spontanea delle reti terroristiche, nella linea dettata da Al Qaeda: attaccare i ‘crociati’ e i paesi della miscredenza internazionale”. Dunque, sottolinea il capo del Dap, “non si può escludere la possibilità di attacchi episodici dovuti a terroristi fai da te, ma quello che è successo finora mi tranquillizza sul fatto che la rete dello sceicco del terrore non ha mai direttamente attaccato l’Italia”.
Per Ionta la vigilanza contro il rischio terrorismo si coniuga con il dovere della memoria “come educazione” al futuro. “Per questo – conclude – il 9 maggio sarà un giorno importante. Le nuove generazioni devono considerare quante difficoltà ha dovuto superare il nostro Paese. Dobbiamo ricordarlo tutti. Per guardare avanti”.





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