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Il Fondo Sociale Europeo ha stanziato oltre 100 miliardi di euro per l’inserimento lavorativo. Molti di questi destinati agli ex-detenuti
di Roberto Nicastro


La popolazione detenuta aumenta, il sovraffollamento delle carceri riguarda ormai l’intero continente, e quello del “dopo” rischia di diventare di problema di difficile soluzione. Riuscire a porre le basi per un nuovo inizio al termine dell’esperienza detentiva diviene così un elemento decisivo che gli stati dell’Unione europea hanno messo al primo posto nella loro agenda sui temi legati alla giustizia e alla sicurezza dei loro cittadini.
Con ricette, strumenti e metodi differenti, l’inclusione sociale è ormai un obiettivo condiviso e inseguito, dalla Germania al Regno Unito, dall’Austria alla Francia, dalla Spagna all’Italia.
A rendere la ricerca di una soluzione ancor più stringente sono i dati sul sovraffollamento che, in tutta l’Unione, hanno ormai superato i livelli di guardia. Il tasso di occupazione degli spazi carcerari è ormai superiore al 100% nei principali paesi europei: siamo al 110,4% in Inghilterra e Galles, al 124,7 in Francia, oltre il 130 in Italia, al 114% in Spagna e appena sotto al 100% nei Paesi Bassi e in Germania.
Questo fenomeno, oltre ad essere colpevole del degrado delle condizioni di vita nelle carceri, influisce negativamente sull’attuazione dei programmi trattamentali che nel continente vengono avviati per formare i detenuti e favorire il loro reinserimento nella società dopo aver scontato la pena. Una condizione di emergenza che finisce per essere aggravata da un altro fattore: la composizione etnica della popolazione carceraria, sempre più composta da extracomunitari che vivono con maggiore difficoltà ogni genere di inclusione sociale, sia prima che dopo la detenzione.
Secondo i dati raccolti dai ministeri della Giustizia dei paesi membri dell’Ue, gli stranieri rappresenterebbero ormai oltre il 30% della popolazione penitenziaria italiana, il 21% di quella francese, il 33% di quella dei Paesi Bassi, il 25% di quella spagnola, il 29% di quella tedesca, il 40% di quella belga e il 63% di quella lussemburghese.
Insieme, questi uomini e donne tracciano una mappa dell’emarginazione che difficilmente riesce a imboccare il binario dell’inclusione sociale.
A loro e alla maggioranza della popolazione carceraria europea sono indirizzati i programmi di recupero messi in piedi in questi anni dall’Unione sotto il cappello del Fondo Sociale Europeo (FSE). La Programmazione 2007-2013 del Fondo si muove proprio in questa direzione e sta intervenendo a sostegno dei processi di integrazione degli autori di reato. Il Fondo si inserisce nel solco tracciato dal 2000 dall’iniziativa comunitaria Equal, improntata nella lotta alla discriminazione e all’esclusione. Il progetto Equal si è mosso individuando priorità e modelli di intervento tesi a migliorare gli standard dei percorsi trattamentali. Il risultato è stata una personalizzazione dei percorsi formativi dei detenuti, sempre più costruiti sulla base delle esigenze e delle caratteristiche del singolo individuo.
Un principio, questo, che il Fondo Sociale Europeo ha sposato in pieno, forte anche di una dotazione finanziaria sostanziosa e capace di avviare progetti significativi.
L’Unione europea ha stanziato 75 miliardi di euro per sostenere il Fondo; a questi vanno aggiunti 35 miliardi finanziati dai governi nazionali, e 3 miliardi dai privati, per un totale di 117 miliardi. L’obiettivo del Fondo è sostenere l’ingresso nel mondo del lavoro delle fasce sociali più svantaggiate, di cui i detenuti e gli ex-detenuti rappresentano una delle categorie più importanti e numerose. A livello nazionale, il Paese che riceve dall’Unione i finanziamenti maggiori è la Polonia (9.7 miliardi) seguita dalla Germania (9,3). L’Italia riceve 6,9 miliardi da Bruxelles e oltre 8 miliardi dal governo nazionale.
Nonostante questo, per il nostro Paese c’è ancora molta strada da fare. Mentre sul lato della sicurezza il sistema penitenziario italiano è alla pari con i più avanzati in Europa, dal punto di vista del trattamento e della formazione c’è ancora un gap da colmare. Secondo le statistiche annuali del Council of Europe, l’organismo che in seno all’Unione analizza i dati dei sistemi penitenziari, in Italia il personale impiegato in attività trattamentali o educative rappresenta l’1,3% di quello presente negli istituti, percentuale che sale al 10,7% in Austria, al 9,4% in Bulgaria, al 5,9% in Danimarca, al 14,7% in Olanda, 6,9% in Germania, 8,4% in Francia, e 4,5% in Inghilterra.
E proprio da uno studio realizzato nel Regno Unito emerge il valore, non solo sociale ma anche economico, dei processi di reinserimento dei detenuti.
Secondo il Southampton City Council un detenuto recluso per 30 anni costa al sistema giustizia circa 1 milione di sterline. Il mancato inserimento al termine della pena è la causa primaria della recidiva e quindi la voce di costo più elevata che il sistema penitenziario è chiamato a sostenere.
Lo stesso Rapporto rivela che i crimini commessi dagli ex-detenuti costano in un anno alla collettività ben 11 miliardi di sterline. Al contrario, l’analisi del centro studi inglese dimostra che se si investe nella formazione, professionale e personale, dell’individuo i risultati sono insperati. Investendo circa 27mila sterline in processi di inclusione per ogni singolo detenuto, il fenomeno della recidiva diminuirebbe di almeno il 15% e questo comporterebbe un risparmio per il singolo cittadino, in termini di riduzione delle tasse, pari a 19mila sterline.
Insomma, investire nel futuro dei detenuti paga. È questo il messaggio che arriva da Londra e che rimbalza nei sistemi giudiziari dei paesi europei, impegnati a trovare la quadratura del cerchio per un problema che richiede interventi mirati ma soprattutto costosi.
Le attese di molti sono oggi rivolte al progetto Exocop (ExOffenders Community of Practice), finanziato nell’ambito del Fondo Sociale Europeo, e attivo nell’arco temporale che va dal 2009 al 2012. Oltre a Spagna, Germani, Olanda, Portogallo, Inghilterra e altri, l’Italia ha un ruolo attivo nel progetto con la partecipazione delle Regioni Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Toscana, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il ministero del Lavoro, l’Isfol e il Dipartimento della Giustizia Minorile. Obiettivo è dar vita a una comunità internazionale, attiva all’interno de confini europei ma capace di scambiarsi esperienze, conoscenze e forme di organizzazione.
Si tratta di una sfida, delicata ma importante, che si gioca nell’instabile equilibrio tra la finalità rieducativa e quella mirata alla sicurezza del cittadino. Dentro questa forbice, che si allarga e si stringe intorno agli umori della collettività, vive il sistema penitenziario, senza mai dimenticare il dettato costituzionale quando afferma che le pene “devo tendere alla rieducazione del condannato”.
Il prezzo di questa rieducazione, oggi, è alto, in Italia come in Europa. Ma sempre inferiore rispetto a quello che la società sarebbe chiamata a pagare se abiurasse al sogno e al principio di recuperare pienamente il detenuto nell’alveo di quei valori che riconosciamo come “nostri”.

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