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Dal 21 marzo scorso la conciliazione per le cause civili è diventata obbligatoria
di Giorgio Forese

Risolvere le cause civili con una stretta di mano: è questo l’obiettivo della conciliazione, la soluzione proposta dal ministero della Giustizia e approvata dal Parlamento che permetterà di risolvere fuori dai tribunali l’80% delle controversie di ordine civilistico.
La prassi è semplice: dal 21 marzo scorso chiunque voglia far valere i propri diritti non deve più presentarsi al giudice ma al conciliatore. Questo vale per quasi tutte le cause civili tranne per quelle condominiali e assicurative, sulle quali invece è stata decisa una proroga di un anno per permettere alla macchina di essere ben oliata.
In sostanza, da oggi in poi, i cittadini dovranno provare a trovare un’intesa su un’infinità di materie, dalle successioni ereditarie ai patti di famiglia, dalla locazione all’affitto di aziende, dalla diffamazione alla responsabilità medica fino ai contratti bancari e assicurativi. Dovranno quantomeno provare perché la scrivania del conciliatore non è un organo di ultima istanza. La legge prevede, infatti, che qualora una delle due parti non sia soddisfatta dell’accordo trovato, possa appellarsi al giudice.
L’obiettivo, nelle intenzioni del governo, è quello di snellire la montagna di cause civili che rallentano il sistema giudiziario italiano e fornire una soluzione alternativa affidata ad esperti del diritto che sappiano indirizzare le parti verso la soluzione più ragionevole.
Per diventare conciliatore è necessario infatti partecipare ai corsi di formazione organizzati da enti riconosciuti e iscritti all’albo istituito presso il ministero di Giustizia. Un sistema efficace per allenare l’esercito di conciliatori, ma anche un affare per gli enti, le camere di commercio e gli albi di commercialisti e avvocati che hanno ottenuto il riconoscimento ministeriale.
Si calcola infatti che nella categoria dei commercialisti circa il 3% dei 110mila iscritti ha partecipato a corsi di formazione sostenendo un costo medio di 1.000 euro ciascuno. Per quanto riguarda gli avvocati, invece, circa il 5% degli iscritti al Consiglio Nazionale Forense (10mila professionisti) ha seguito i corsi, mentre 1.000 sono stati i consulenti del lavoro.
Sono queste le tre categorie professionali che più di altre hanno sposato la causa della conciliazione e hanno preso parte ai corsi organizzati dai circa 158 enti registrati presso il ministero e inseriti nell’“elenco enti di formazione per mediatori”.
L’interesse ovviamente è elevato perché, considerato l’impatto della legge, anche il business che ne deriva è consistente. Secondo alcuni calcoli il giro d’affari delle cause che passeranno al vaglio del conciliatore vale 1 miliardo di euro e rappresenterà il 30-35% dell’attuale reddito degli avvocati.
E proprio su questo tema, le categorie professionali si sono date battaglia perché, se da un lato commercialisti e revisori legali hanno salutato con soddisfazione la legge, gli avvocati si sono divisi al loro interno. Il Consiglio Nazionale Forense e l’Organismo unitario dell’avvocatura (la rappresentanza sindacale degli avvocati) hanno contestato il provvedimento per diverse ragioni. In primo luogo per il termine del 21 marzo, troppo ravvicinato secondo i critici per organizzare un sistema abbastanza efficiente che sappia rispondere a tutte le richieste che arrivano dalla collettività. In seconda istanza per il timore che la figura dell’attuale conciliatore non abbia le competenze adatte per risolvere controversie complesse e che quindi il suo giudizio si riveli un semplice passaggio di carte che dovranno tornare necessariamente al giudice. In realtà, la preoccupazione della categoria è influenzata ovviamente dal rischio di perdere un’ampia fetta del proprio lavoro. Con la conciliazione viene meno l’esclusività dell’avvocato e di fatto il “processo”
si apre anche ad altre figure professionali come quelle dei commercialisti e dei revisori legali.
Ovviamente non tutta la categoria è compatta perché il provvedimento è considerato una grande opportunità dai giovani avvocati, che hanno partecipato ai corsi di formazione e vedono la conciliazione come un sistema per entrare nel mercato del lavoro.
Dalla parte del cittadino, la prassi per attivare il giudizio conciliatorio è molto semplice. In primo luogo è necessario presentare una domanda con l’indicazione dell’organismo di conciliazione scelto dalle parti e dell’oggetto della questione. Una volta presentata la domanda, l’organismo designa un conciliatore che fissa un primo incontro entro 15 giorni. Da allora vengono organizzati alcuni incontri tra le parti per trovare una soluzione e il procedimento si può chiudere con un eventuale accordo che viene omologato dal giudice e in questo modo diventa esecutivo.
Se l’accordo non si trova, il mediatore può presentare la sua proposta che le parti hanno diritto di accettare o rifiutare. Qualora questa venga rifiutata allora la palla passa al giudice. Tutto il processo di mediazione deve iniziare e concludersi entro quattro mesi. Anche a livello di spese, il costo della mediazione è accettabile perché le parti devono anticipare 40 euro per l’avvio del procedimento e poi pagare le spese previste dalla norma con una cifra rapportata al valore della lite. Al di là della polemica scoppiata all’interno degli ordini professionali che, per loro natura, difendono i naturali interessi delle corporazioni, il provvedimento è stato salutato con soddisfazione anche dal mondo imprenditoriale, convinto che sia la strada giusta per accorciare i tempi della giustizia civile che spesso rappresentano un costo elevato anche per le imprese.
Dalla Confindustria alla Confcommercio fino alle Camere di Commercio, tante associazioni hanno più volte sostenuto l’importanza della conciliazione come parte fondamentale della riforma del sistema giudiziario italiano. Ad oggi, infatti, è proprio la giustizia civile, in termini di tempi, a dare i maggiori problemi alla cittadinanza. In Italia sono quasi 6 milioni le cause civili pendenti; in media si deve attendere 4 anni e 7 mesi per avere un giudizio tra il primo e il secondo grado e 8 anni e 3 mesi per la conclusione di un fallimento.
Troppo tempo, che rallenta il sistema produttivo, implica costi elevati e blocca la macchina giudiziaria. Adesso tutto questo potrebbe essere superato, senza ulteriori processi, ma con una stretta di mano. Una soluzione che però potrebbe essere nuovamente ritoccata, proprio per far rientrare le proteste del mondo dell’avvocatura. Lo scorso 10 maggio il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha infatti incontrato il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Guido Alpa, insieme ai presidenti di alcuni ordini professionali locali, come Roma, Milano, Palermo e le unioni regionali del Triveneto. Al termine della riunione il Guardasigilli ha presentato un’ipotesi di riforma nella quale si prevede l’assistenza tecnica obbligatoria di un avvocato nella conciliazione e l’obbligatorietà del ricorso solo per le cause fino a 5.000 euro. A questo si aggiunge un terzo elemento, cioè la previsione di tariffe differenziate per il legale in proporzione al valore della controversia.
Queste modifiche imporrebbero di riportare la legge sulla conciliazione in Parlamento e alcuni prevedono che la soluzione possibile sia quella di inserire un emendamento ad hoc nel prossimo decreto Sviluppo in gestazione presso il ministero dell’Economia. Si cerca quindi una soluzione condivisa, che metta d’accordo consumatori, imprenditori, ma anche avvocati. Prove generali di conciliazione.

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