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Intervista ai fratelli Taviani che tornano alla regia con un film ambientato tra i detenuti della sezione di “Alta Sicurezza” del carcere romano di Rebibbia
di Silvia Baldassarre

Due ragazzi corrono su un prato, felici di aver comprato una macchina da presa. “Cosa vedi?”, chiede uno all’altro. “Nulla!” è la risposta. “Da’ qua, fa’ provare me… Ma non si vede nulla!”. Era il 1947, i due ragazzi erano i fratelli Taviani che con i loro risparmi avevano comprato un apparecchio cinematografico, ignari del fatto che lo strumento fosse uno di quelli che si attaccavano sotto le ali degli aerei americani; non avevano bisogno dell’oculare per vedere perché erano già piazzati sulla direttrice della mitragliatrice, durante la guerra. Fu questo il primo esperimento con una macchina da presa di proprietà di quelli che sarebbero diventati due dei registi più importanti del cinema italiano. E non solo, che tornano alla regia con un film ambientato tra i detenuti della sezione “Alta Sicurezza” del carcere romano di Rebibbia, Nuovo Complesso, seguendoli nella messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare.
Un progetto dall’alto valore trattamentale e culturale, sposato e sostenuto dal capo del Dap Franco Ionta che ha incontrato i fratelli Taviani, che gli hanno chiesto di patrocinare e realizzare il progetto. Due fratelli, due artisti, ma un unico modo di fare cinema. Raffinati, colti e attenti ai cambiamenti della società, i Taviani sono stati capaci di creare storie e leggere nelle opere letterarie e teatrali di ogni tempo spunti sempre calzanti e pertinenti riguardo al presente; un presente sempre inserito nel flusso inarrestabile della storia.
Il vostro cinema è sempre stato caratterizzato dall’impegno politico, dalla passione civile e dal rigore culturale. È forse questa costante e attenta lettura del presente – anche nei rifacimenti di periodi diversi o di opere letterarie – che rende le vostre pellicole sempre attuali e corrispondenti all’universo contemporaneo?
“In realtà il nostro non è un cinema politico. Negli anni ’60 la politica non era come oggi, era un movimento di tutto il mondo; tutte le nuove generazioni parlavano di politica intesa non come una cosa sporca, ma come uno strumento di conoscenza. Noi, quando abbiamo fatto i nostri film, non lanciavamo messaggi politici – quelli appartenevano ad altri codici di comunicazione – parlavamo della realtà che avevamo intorno. Erano i personaggi che agivano nella politica; era il loro modo di essere e di vivere. Noi documentavamo la realtà. Avevamo, certo, le nostre idee politiche e non le nascondevamo, però il nostro cinema non è mai stato un cinema di messaggio politico. Quando si parla della realtà c’è naturalmente l’elemento politico oltre a quello esistenziale, come in Dante. Per i giovani, in quegli anni anche i rapporti d’amore passavano attraverso questo filtro politico che è stato il ’68. Noi abbiamo parlato di queste persone, che conoscevamo, e abbiamo raccontato la loro storia personale, individuale, che passava anche attraverso la politica. È vero però che il nostro sguardo, a seconda dei vari periodi della vita, si è fermato in maniera diversa. Ogni volta c’è qualcosa che preme; una domanda più forte delle altre attraverso la quale cerchi di capire te stesso e cerchi di capire chi c’è intorno. Noi li chiamiamo «incubi notturni», cioè domande a cui non si sa rispondere. Alcune volte ci sembra che, se troviamo una storia che ci piace, raccontando quella storia forse ci liberiamo – in parte – di queste domande. Ecco allora perché il rapporto fra il film, la rappresentazione, la fantasia e il nostro vissuto personale e politico viene fuori, perché cerchiamo di capire cosa sta succedendo in noi e fuori di noi”.
In questa vostra particolare attitudine a presentare la contemporaneità e il presente quanto è stato importante il mezzo televisivo sia dal punto di vista del linguaggio che della diffusione?
“Il nostro rapporto con la televisione è variato negli anni. Abbiamo lavorato con la televisione la prima volta con il film San Michele aveva un gallo, che poi uscì anche nei cinema. In seguito facemmo Padre padrone per la televisione, ma il film andò al festival di Cannes dove vinse la Palma d’oro e quindi uscì nelle sale di tutto il mondo ed ebbe un grandissimo successo. Da quel momento lì la televisione cominciò a co-produrre i film. Noi – anche lavorando in collaborazione con la televisione – non giravamo il film secondo codici televisivi, perché all’epoca si diceva che c’era lo specifico televisivo e quello cinematografico. Noi facciamo i nostri film e basta. È vero che si è creato, purtroppo, un certo modo di fare televisione che è un pochino avvilente; quella televisione povera che, per girare veloci e per avere tutto facile, crea un’omogeneità di rappresentazioni e di immagini che risulta un po’ deprimente”.
La nuova pellicola Dalle sbarre al palcoscenico affronta un tema di stringente attualità: il carcere. Quale messaggio volete mandare?
“Rossellini diceva ai giovani: «Ragazzi non parlate di messaggi. I messaggi li porta il postino, non li porta il cinema!». Noi vogliamo raccontare un pezzo di realtà, poi il messaggio è dentro questo pezzo di realtà. Però, se con questo film ci si aspetta da noi che si racconti il problema del carcere – che è un grosso problema – non sarà così. Un film non dice tutto, sceglie una certa visuale e un certo approfondimento. Con questo film noi vogliamo scoprire il valore della vita in rapporto a un evento particolare quale è l’incontro con l’arte in un mondo oppresso, un mondo di creature che hanno un passato pieno di ombre e che hanno turbato la società. Queste creature vivono due realtà diverse: una nella solitudine della loro cella per gli ergastolani, oppure nella promiscuità delle celle dove sono di più; la loro è una vita di privazione completamente diversa rispetto a quando arrivano sul palcoscenico o davanti alla macchina da presa. Abbiamo scelto questo testo di Shakespeare, Giulio Cesare, proprio perché affronta i temi dell’oppressione e del bisogno di libertà, di chi tradisce e di chi ama. Quando Bruto e i congiurati che hanno ucciso Cesare si alzano in piedi e gridano: «La libertà è tornata, la libertà è tornata» noi li riprendiamo (con la macchina da presa ndr) attraverso un’inferriata. Noi abbiamo spiegato agli attori che se vogliono dimostrare quello che c’è dentro di loro in questo momento e dopo questi anni di reclusione, se riescono ad esprimere con l’espressione del viso questi sentimenti, allora sarà di grande effetto vedere questo bisogno di libertà, gridato proprio mentre sono, invece, non liberi. Ecco questo è un po’ il senso del film”.
Come è nata l’idea del soggetto?
“Siamo stati invitati da alcuni amici a vedere gli spettacoli a Rebibbia e siamo rimasti molto colpiti, per tante ragioni.
Per esempio sentir recitare ciascuno nel proprio dialetto; sentire recitare Shakespeare in catanese o in napoletano, traducendo le parole ma non il concetto, Shakespeare ci è arrivato come nuovo e ci ha entusiasmato come le prime volte che lo abbiamo letto o visto rappresentato. Questo lo dobbiamo molto alla regia di Fabio Cavalli che ha fatto degli spettacoli straordinari ed è riuscito a far diventare attori questi detenuti. Un’altra emozione forte è stata vedere il grande applauso del pubblico che, finito lo spettacolo, è andato via parlando e discutendo della rappresentazione che aveva appena visto. I carcerati, invece, sono stati riaccompagnati nelle proprie celle. Anche il dramma di questa divisione ci ha emozionato. Shakespeare poi è talmente grande che i detenuti si sono riconosciuti nei sui personaggi; la sua arte è arrivata a loro attraverso questi spettacoli anche come consolazione. L’arte ha questa forza. La potenza di Shakespeare e dell’arte in generale che arriva al cuore di questi detenuti è uno degli elementi che ci ha emozionato di più insieme al fatto che queste creature che vivono queste due vite diverse; nell’ombra di se stessi quando sono nelle loro celle lontano dalla libertà e dalla luce del sole. E poi la luce del palcoscenico, del cinema. La luce di un lavoro comune in rapporto a un grande progetto, come in questo caso in cui, grazie a loro, Giulio Cesare torna ad essere vivo”.
Quale sarà il linguaggio? Un vero e proprio film o un documentario sul mondo del carcere?
“Sarà un film dei Taviani. Un film come gli altri. Noi abbiamo sempre vissuto esperienze visive e sonore di vario tipo. Per noi il cinema è la possibilità di utilizzare tanti strumenti, quello del documento, della finzione, della fantasia, della musica. Tutti questi elementi li devi far tuoi e crei così il tuo modo di fare cinema. Dalla realtà si prende una provocazione che viene dai fatti vissuti, ma poi questi fatti li devi far vivere in quel momento fantastico che è la creazione artistica. E se non c’è questo passaggio, almeno per noi, se il dato di realtà non si trasforma in dato di fantasia quello non è cinema, è un tipo di lavoro che a noi non interessa”.
Il metalinguaggio è spesso presente nei vostri film. Quando non è un chiaro riferimento al cinema vi è comunque la rappresentazione di altri media; radio, tv e teatro… Anche nel film che girerete a Rebibbia c’è un chiaro omaggio al teatro!
“Quando eravamo giovanissimi dicevamo che il cinema è la summa di tutte le arti che l’hanno preceduto. Certo è una frase un po’ aggressiva, però è vero che il cinema un’arte che è fatta di teatro, letteratura, pittura, musica. In genere i registi che filmano gli spettacoli teatrali li fanno sempre male, perché il teatro è fatto con un palcoscenico e un pubblico lontano che guarda; il cinema, invece, ha la forza documentaria di entrare nelle facce. Gli ultimi dieci minuti saranno proprio lo spettacolo che sta preparando Cavalli, ma che noi già vediamo cinematografico. L’ultima parte del Giulio Cesare ci offre la possibilità di entrare dentro i personaggi, ma il nostro non sarà mai teatro filmato, sarà un film. Ci piace poi poter entrare in contatto diretto con Shakespeare che ci aiuta anche a riscoprire noi stessi. C’è un esempio di grande cinema che comincia proprio con il teatro, ed è Senso di Visconti, in cui c’è un pezzo di teatro meraviglioso ed è uno dei pezzi di cinema fra i più belli che siano mai stati fatti”.
La scelta del Giulio Cesare di Shakespeare è casuale o è funzionale alla rappresentazione della società attuale. Mi spiego. Qualcuno vide nell’opera del poeta inglese una rilettura del suo tempo. Era il periodo elisabettiano e la regina si rifiutava di nominare un successore, questo avrebbe portato inevitabilmente ad un periodo difficile in Inghilterra... Lo stesso Cesare voleva accentrare il potere su di sé. È forse una lettura anche del nostro presente?
“È sempre il presente che si racconta! Ma ognuno, poi. può leggere quello che vuole”.

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