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Intervista a Nicola Piovani; pianista, compositore e direttore d’orchestra tra i più apprezzati e stimati sia in Italia che all’estero
di Silvia Baldassarre

Tra le tante eccellenze italiane per le quali il mondo ci stima e ci osserva c’è senza dubbio la musica, o almeno una parte di essa. Una tradizione che ha origini antiche e che affonda le sue radici nel patrimonio culturale e artistico che, nonostante le critiche e le opinioni discordanti, è insito del nostro essere italiani.
Uno degli ambiti in cui la musica e i musicisti del Paese hanno trovato un ampio consenso, non solo in patria, è il cinema.
Colonne sonore composte da maestri italiani sono divenuti dei cult non solo per i cinefili. Tra i compositori di maggior successo, vincitore di numerosi premi – tra cui spicca il prestigioso Oscar per la colonna sonora de La vita è bella – c’è il Maestro Nicola Piovani.
Uscirà tra pochi giorni una sua nuova produzione, un concerto in quintetto che ripropone una raccolta di musiche scritte per il cinema, il teatro, i cantanti e la televisione. Possiamo dire che questa è la colonna sonora della sua vita? O almeno di quella lavorativa!
“È una delle colonne sonore. Tante ce ne sono state prima e tante ce ne saranno domani”.
Lei è un pianista, un compositore e un direttore d’orchestra; in quale di questi ambiti si sente più realizzato?
“Faccio il mestiere del musicista, scrivo musica che poi eseguo o al pianoforte o dirigendo orchestre. Ma non sono un vero interprete, nel senso che non suono musica di altri autori, non mi permetterei mai di dirigere una sinfonia di Schubert o di Arvo Paert, come fanno i veri direttori. Il mio suonare è il seguito naturale della composizione
e a volte, nel concertare, modifico la partitura, continuando così a comporre – o scomporre de-comporre”.
Cinema, teatro e televisione: la musica è diversa a seconda del mezzo o cambiano solo i fruitori?
“Noi possiamo con molto impegno controllare una partitura, un’esecuzione… Ma poi controllare in che modo gli ascoltatori fruiscano quello che suoniamo è un’impresa impossibile. Certo, c’è musica e musica: gran parte della grande musica rock viene eseguita a altissimo volume, mentre gli spettatori fumano, cantano, parlano al telefono, urlano fra di loro, spippacchiano spinelli e tant’altro… E quella musica resiste inossidabile. La musica che suono io nei teatri, per esempio, non ha questa forza: se qualche spettatore rumoreggia o fa squillare un cellulare deconcentra l’ascolto, e la mia fragile musica si vanifica: non regge gli altissimi volumi, ha bisogno di piano – mezzo piano – pianissimo – crescendo – diminuendo… Se si perde tutto questo la musica, per me, svanisce.
In televisione poi, c’è chi fa zapping mentre trasmettono Beethoven, ne ascolta frammenti, scaglie, schegge, che ricompongono con schegge di altri spot di altri canali… No no, viva la musica in teatro”.
Come e quando ha capito che la musica sarebbe diventata il suo lavoro? Non ha mai dubitato?
“Non ho mai pensato diversamente… Da sempre, diciamo dalla prima infanzia, pensavo che avrei fatto musica, in modo più o meno amatoriale…”.
Ci può raccontare i momenti e gli incontri più significativi di questi anni?
“Ne ho fatti talmente tanti… Le posso dire che domenica scorsa ho incontrato Margherita Hack, e scusate se è poco”.
Il prestigioso premio vinto ha senza dubbio dato merito al suo lavoro, ma ha contribuito anche a mostrare al mondo un’eccellenza tutta italiana, cosa significa portare nel mondo, insieme al suo talento e alla sua arte, il nome del suo Paese?
“Noi non siamo abituati a sentire nel profondo il senso de «il nostro Paese» inteso come Nazione. Non siamo cittadini del mondo, ma nemmeno cittadini italiani, ci identifichiamo più volentieri con un territorio stretto, con perimetri regionali, comunali… A volte di contrada. La sacralità siamo abituati a viverla nell’emozione del campanile. Ma ora qualcosa mi sembra stia cambiando. Pensi agli statunitensi, al loro alzabandiera nel giardino di casa, la stessa bandiera dall’Oregon, al Texas, alla Pennsylvania. Noi alziamo volentieri la bandiera della Fiorentina o della Roma o della Lazio”.
L’Italia compie 150 anni. Quale potrebbe essere la colonna sonora di questa storia unitaria?
“Bella ciao”.
Parliamo del Canto degli Italiani. Tra polemiche e strumentalizzazioni l’Inno d’Italia è riuscito a resistere al tempo. Cosa ne pensa dal punto di vista musicale?
“Un inno va giudicato non dalla sua bellezza estetica in sé, ma dalla sua efficacia emotiva, che è legata a diversi fattori storici. Chi trova il nostro inno nazionale musicalmente semplicistico vada ad ascoltare l’inno nazionale spagnolo: la Marcha de Granaderos, simpatica, allegra e gitaiola, al cui confronto la partitura del nostro Novaro brilla per complessità stilistica e armonica. Federico Fellini amava raccontare che negli anni Quaranta Guglielmo Giannini, capo del partito dell’Uomo Qualunque, un antenato di Beppe Grillo, propose in parlamento di sostituire l’inno di Mameli con Dove sta Zazà, una macchietta dei geniali Cutolo-Cioffi. La proposta naturalmente non fu presa sul serio, ma al ricordo di quell’episodio, Fellini si divertiva molto a pensare che una parte di italiani voleva proclamare la propria identità nazionale cantando Zazà.
Negli anni Ottanta, prima che il grande Azeglio Ciampi si impegnasse per restituire rispetto all’inno di Mameli, girava la proposta di sostituirlo con una nuova partitura che lo Stato italiano avrebbe dovuto commissionare a un celebre compositore nazionale. Si fece il nome di Luciano Berio. Ma anche questa non mi pare fosse un’idea felice. Un inno non si scrive a tavolino, a posteriori, in ambito puramente estetico. Certi canti si portano dentro la storia lontana che li ha visti nascere. Il nostro inno nazionale – parole e musica in blocco – porta il segno dei giovani eroi che facevano i poeti e contemporaneamente combattevano e morivano”.
Forse l’esegesi che Benigni ha proposto al Festival di Sanremo ha contribuito a far comprendere l’Inno nazionale a molti che non lo conoscevano e a farlo apprezzare a tanti che lo disprezzavano…
“Benigni è un genio e un poeta: ci fa capire e soprattutto sentire quello di cui non ci accorgiamo, magari per distrazione”.
La tradizione ci ha regalato molti artisti di pregio, ma com’è oggi la cultura musicale in Italia?
“C’è fermento, si sono sparigliate le carte degli steccati classica-leggera-jazz-pop. Il destino del mercato musicale non è più nei dischi: la musica ormai si scarica in libertà, gratis, come l’acqua che scorre dalle fontanelle di Roma, buonissima, altro che le boccette di plastica. La storia, o meglio la cronaca della musica, la nostra cronaca mi sembra debba ripartire dai teatri, dagli auditorium, da esecuzioni in pubblico, luoghi dove ci si concentra e si socializzano le emozioni musicali – belle o noiose che siano – la vitalità di esecuzione. Io comunque lavoro partendo da lì, ormai”.

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