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Sono circa 7.000 i beni immobili, tra ville e terreni, che sono stati confiscati alla mafia e restituiti ai cittadini, grazie all’impulso dato dal PON Sicurezza.
di Daniele Autieri

La villa del boss della camorra costruita riproducendo la storica dimora dell’Al Pacino cinematografico in Scarface, o ancora i terreni agricoli nell’arida campagna di Corleone, strappati dalle mani e dalle tasche di Totò Riina, il capo dei capi, sono usciti dalle pagine della cronaca per entrare in quelle riservate alla storia, se non alla leggenda.

In realtà molti di questi beni, una volta confiscati alla mafia che ne aveva fatto lussuose alcove o aridi magazzini per la latitanza, sono stati recuperati e restituiti ai cittadini, i primi a vantare un credito non solo economico ma anche morale nei confronti della criminalità organizzata.

Lo strumento ancora una volta è la legge, la n. 109 del 2006 approvata con l’obiettivo di distruggere il “capitale sociale” della mafia, cioè la sua capacità di stringere rapporti di collusione e complicità con esponenti della politica, delle istituzioni, del mondo dell’economia e dell’imprenditoria.

Forti di questo strumento le Forze dell’Ordine hanno confiscato in Italia, dal 2002 al 2007 6.843 beni immobili, dei quali solo il 26,8% in via definitiva. Nelle sei regioni Obiettivo 1 (Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania), invece, la situazione è piuttosto disomogenea, poiché si passa dai 581 beni immobili confiscati nella terra di Riina ai due beni confiscati in Sardegna.

Un forte impulso alla confisca e soprattutto al recupero di questi beni è stato dato dal PON Sicurezza, il Programma Operativo Nazionale grazie al quale (tra il 2000 e il 2006) sono stati avviati numerosi progetti pilota che hanno coinvolto 30 province, oltre 200 comuni del Mezzogiorno e circa 22 imprese ed associazioni. I progetti pilota hanno riguardato 60 beni confiscati per un valore di 23 milioni di euro, oltre ai quali sono stati investiti altri 80 milioni direttamente dai fondi del PON.

Il Programma Operativo Nazionale, coordinato dal Prefetto Izzo e oggi rilanciato per il quinquennio 2007-2013, ha affrontato il tema della confisca dei beni in mano alla criminalità organizzata seguendo tre diverse direttive: in primo luogo il riutilizzo e la valorizzazione dei beni confiscati tramite la realizzazione di Progetti pilota che coinvolgono partenariati formati da Amministrazioni comunali, organizzazioni e soggetti operanti a livello locale; in secondo luogo lo sviluppo di nuove tecnologie per la gestione delle procedure giudiziarie inerenti i beni confiscati e la digitalizzazione delle informazioni ad essi relative su una piattaforma centralizzata e condivisa; in terzo luogo la formazione specialistica dei diversi attori coinvolti effettivamente o potenzialmente nella gestione dei beni confiscati.

Tra i progetti pilota più significativi, realizzati con il supporto dei fondi del PON e dell’impegno delle Forze dell’Ordine, c’è sicuramente la nascita di un’azienda agrituristica a Corleone (inaugurata nel mese di settembre) sui terreni confiscati a Totò Riina. Oltre a questo, è stato inaugurata l’iniziativa “Sviluppo e Legalità” (costata poco più di 3 milioni di euro) che ha raccolto otto comuni del palermitano nell’ambito dei quali è stata finanziata la realizzazione di una rete di agriturismo costruita su 700 ettari confiscati alla mafia, sui quali lavorano oggi circa 70 persone e un indotto significativo per tutto il territorio.

Altro progetto, avviato stavolta nel trapanese, è quello denominato “Le Saline” dove, con un intervento di 3,6 milioni di euro sono stati creati in dieci comuni nuovi spazi di aggregazione e di incontro per i giovani, per gli emarginati e gli extracomunitari. Tra le strutture realizzate, un Centro polivalente di cultura e informazione della legalità, un centro di accoglienza per gli extracomunitari, un centro di recupero per il disagio giovanile, un centro ludico ricreativo per bambini, uno per ex-tossicodipendenti ed un Museo della Legalità.

La realizzazione di progetti pilota come questi è stata poi accompagnata dall’aggiornamento e l’ammodernamento dei sistemi informativi/informatici. Attraverso il progetto SIPPI (Sistema Informativo Prefetture e Procure dell’Italia meridionale) il PON ha stanziato 6 milioni di euro per attivare un sistema informativo per il monitoraggio permanente dei beni confiscati alle organizzazioni criminali attraverso l’alimentazione telematica di una banca dati centrale per la gestione condivisa di tutti i dati relativi ai beni confiscati e sequestrati alle organizzazioni criminali.

Fino ad oggi il sistema ha consentito la rilevazione di dati dettagliati su 30mila beni confiscati, coinvolgendo 320 utenti addestrati all’utilizzo del sistema, 59 procure, 30 tribunali, 14 procure generali e 14 corti d’appello.

A completare questa complessa opera di informatizzazione, il Programma Nazionale ha previsto un progetto di formazione dei funzionari degli Enti Locali e dei responsabili di associazioni e cooperative interessate al tema. L’iniziativa ha coinvolto 770 persone in una campagna di sensibilizzazione che si è snodata in 14 seminari provinciali cui hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, della politica, della magistratura, delle Forse dell’Ordine, dell’università e del mondo dell’associazionismo.

Il successo di questo progetto, come di tutti gli altri, sta proprio nella sua natura, quella di saper coinvolgere tutti i differenti volti della società civile,

dalle Forze dell’Ordine alle università, dalle istituzioni alle associazioni, uniti per restituire un volto umano e riconsegnare alla comunità il frutto scriteriato della malavita.

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