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La legalità, attraverso le parole dell’ex magistrato Gherardo Colombo, è stata la protagonista di una giornata speciale nell’Istituto di Lodi.

«Se la nostra Costituzione prevede il recupero della persona reclusa, è importante dare alle persone che scontano una pena gli strumenti giusti, è fondamentale invitarle a riflettere sul senso delle regole alla base della comune convivenza».

Così l’ex magistrato Gherardo Colombo, che ha condotto inchieste celebri come la scoperta della Loggia P2, e “Mani Pulite”, spiega l’importanza di insegnare la legalità in carcere. Lo ha fatto nella Casa circondariale di Lodi alla metà di luglio, dando così vita ad un evento che ha coinvolto tutti, gli operatori penitenziari, i detenuti e i loro familiari, il Comune e il Comitato di quartiere entrambi promotori e divulgatori dell’iniziativa e la città stessa di Lodi che con oltre 200 persone, al di fuori del carcere, ha potuto seguire il dibattito da un maxi schermo. «Una serata speciale» – ha detto il direttore dell’Istituto Stefania Mussio – «ricca di sollecitazioni ed emo­zioni per riflettere sul senso delle regole e sul rispetto reciproco, a cui hanno preso parte anche il direttore dell’istituto di Lodi Stefania Mussio, l’assessore alla cultura Andrea Ferrari e l’assessore ai servizi sociali Silvana Cesani».

«Non era la prima volta che parlavo di legalità in carcere – spiega l’ex magistrato – dal giugno dell’anno scorso infatti tengo un corso con regolarità proprio sulla legalità al carcere di San Vittore a Milano e vado sporadicamente anche a Bollate. La strada che intendo percorrere io è quella di stimolare in qualche modo una condivisione da parte di chi queste regole deve rispettarle. Credo che in questa direzione ci siano delle buone possibilità».

E anche nell’istituto di Lodi la partecipazione e l’interesse sono stati alti. «L’iniziativa si è inserita nell’ambito di progetti promossi in favore dei detenuti» – ha spiegato ancora Stefania Musso – «con l’obiettivo di fornire strumenti adeguati per recuperare il senso del sé e delle proprie scelte in sintonia con il vivere sociale. Tutti in istituto hanno percepito l’evento come un momento significativo in cui poter essere, senza esclusi, davvero attori principali. Lo stesso personale di Polizia Penitenziaria – dice ancora il direttore – ha, con grande disponibilità e generosità, aiutato e contribuito a rendere tutto fluido e coordinato, senza lasciare nulla al caso o all’improvvisazione. I volontari da parte loro hanno provveduto a tutte quelle piccole ma importantissime cose che fanno parte di una organizzazione non semplice come quella di un evento in cui protagonista in qualche modo è stato il carcere».

Ma le altre grandi protagoniste sono state le parole della “lezione” di Colombo.

L’ex magistrato, che insegna la legalità anche nelle scuole, è stato maestro anche di vita: ha spiegato che parole come “regole” o “leggi” sono termini neutri che acquistano significato concreto solo se valutati nel loro contenuto. «I reati devono essere accertati e puniti – ha sottolineato la dottoressa Mussio – ma la pena carceraria non può e non deve assumere funzione affittiva o retributiva. In particolare, se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, deve esserci pieno riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo. Allora affermare la legalità è compito di tutti, in modo impegnato, partecipato e responsabile.

(R. A.)

Una riflessione sulla cultura della giustizia

Presentato proprio in questi giorni, l’ultimo libro di Gherardo Colombo, “Sulle regole” (Feltrinelli) parte dal presupposto che la giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall’incomunicabilità. La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole. Senza rispetto delle regole, infatti, non potremmo vivere in società.

E quando parliamo di giustizia, non parliamo solo della sua amministrazione quotidiana, quel complesso istituzionale che coinvolge i giudici, i tribunali, le corti, gli avvocati, i pubblici ministeri, le prigioni, le persone sul cui destino tutto ciò incide il più delle volte pesantemente. Parliamo anche di un punto di riferimento ideale, dei valori di base che guidano la nostra convivenza e a cui si ispira la distribuzione di diritti e doveri, opportunità e obblighi, libertà e limiti. Se si smarrisce questo riferimento ideale, anche l’amministrazione della giustizia soffre, perché resta priva di una bussola e di una direzione.

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