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Per merito di un gruppo di detenuti del carcere di Cremona, gli atti del processo della strage di Piazza Fontana non andranno perduti.
di Rossana Arzone

Conservare per conoscere e per ricordare. Ricordare quando il 12 dicembre 1969 una bomba nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura a Piazza Fontana a Milano uccise 16 persone e ne ferì 88.

Una tragica giornata che segnò in Italia l’inizio della stagione terroristica. Il processo per quella strage ha percorso la storia italiana per 13 anni, dal 1972 al 2005, diverse piste furono seguite da quella anarchica a quella “nera” a quella dei servizi segreti nel tentativo di dipanare una matassa che tale invece è rimasta. Il processo, infatti, si chiuse senza che nessun responsabile fosse stato consegnato alla giustizia e si sarebbe rischiato di perdere anche la memoria di quei terribili fatti se non ci fosse stata una importante iniziativa. A 38 anni da quella strage, infatti, tutti gli atti del processo che si è svolto a Milano sono oggi disponibili su formato digitale. I circa 500mila fogli che giacevano alla rinfusa a Catanzaro, dove nel corso degli anni sono confluite le istruttorie di Roma, Milano e Treviso, e i quasi 100mila fogli degli atti del processo, conservati nella sede del tribunale di Milano sono ora in salvo e facilmente consultabili, grazie al lavoro di alcuni detenuti della Casa circondariale di Cremona.

Un’operazione di grandissimo valore culturale e storico che è stata resa possibile con il progetto “Digit & Work” finanziato dal Ministero della Giustizia, che ha visto la realizzazione di un centro di digitalizzazione all’interno dell’istituto di Cremona e della Cooperativa sociale “Cremona Labor” che ha assunto i detenuti e li retribuisce regolarmente. «Paghiamo i detenuti con il regolare contratto previsto per i fotolaboratori, - spiega Gerardo Maffei, presidente della Cooperativa Cremona Labor - 6 euro e 38 lordi all’ora. Ogni detenuto, assunto a tempo determinato, lavora a cicli di tre ore».

Al lavoro ha preso parte un gruppo eterogeneo di detenuti di età molto diverse dai 21 ai 73 anni. «Tutti motivati - ha spiegato Pierpaolo Beluzzi, ideatore insieme alla direttrice dell’istituto Ornella Bellezza del progetto - e consapevoli dell’importante lavoro che stanno svolgendo per la conservazione della memoria del Paese». Ogni faldone è stato aperto e ordinato separando gli atti giudiziari da quelli che non lo erano e sistemandoli in ordine cronologico, quindi i singoli fogli sono stati con delicatezza passati allo scanner, memorizzati e classificati. Un lavoro meticoloso ma che è proceduto speditamente: i detenuti, infatti, hanno archiviato circa 3-4 mila fogli al giorno. «Siamo stati il primo istituto a realizzare un simile progetto - ha detto la direttrice dell’istituto Ornella Bellezza - In effetti quando abbiamo cominciato a parlarne sembrava fantascienza, si trattava di una attività lavorativa completamente innovativa, soprattutto se si considera che si trattava di mettere gli atti giudiziari nelle mani di detenuti in espiazione di pena. Ma una delle attività trattamentali prioritarie è proprio il lavoro e i detenuti per questo progetto hanno lavorato con tale entusiasmo da portarlo a termine anche in anticipo rispetto ai tempi previsti».

Ora il processo di Piazza Fontana è su comodi Dvd e fra non molto sarà consultabile anche via Internet.

L’archiviazione digitale del processo di Piazza Fontana non è l’unico lavoro di questo tipo realizzato dai detenuti, l’opera di digitalizzazione ha infatti interessato anche l’attentato alla Questura di Milano ed è ora in lavorazione la digitalizzazione di altre 200.000 pagine circa relative ad un altro grosso processo attinente sempre alla Corte d’Appello di Milano, lavoro che ha visto raddoppiare il numero dei detenuti impiegati, giunti così a 6, e il numero di ore dedicate che comprendono sia la mattina che il pomeriggio. «È chiaramente la Magistratura di Sorveglianza - spiega la dottoressa Bellezza - a valutare la scelta del materiale da elaborare e a darne poi l’incarico alla Cooperativa».

«Il progetto poi attualmente - spiega la direttrice del carcere - si è ulteriormente evoluto, in quanto il centro di Dematerializzazione vedrà, a breve termine, la digitalizzazione anche di materiale antico e prezioso come registri, libri, cataloghi, spartiti musicali e così via. Stiamo aspettando a giorni le macchine specifiche a luce fredda per non danneggiare i libri antichi che renderanno possibile questa delicata operazione». Questa seconda parte del progetto, denominato “Digit Evolution” e sovvenzionato dalla Cassa delle Ammende, prevede, come per il precedente progetto, la formazione di due settimane dei detenuti interessati e una prova pratica per accertarne le effettive capacità.

Quel 12 dicembre
di Daniele Autieri

Con la strage di Piazza Fontana, i cui colpevoli non sono ancora stati trovati, inizia per l’Italia un periodo buio segnato da attentati terroristici.

Un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37 nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. 16 persone perdono la vita e 87 restano ferite. È il 12 dicembre 1969, un giorno che sarà ricordato come il tragico inizio della stagione delle stragi e di una strategia della tensione che avrebbe sommato, tra il ’69 e l’84, 11 attentati con 150 morti e 652 feriti.

Secondo molti, con la strage di Piazza Fontana la ancora giovane Repubblica perde definitivamente la sua innocenza e inizia a fare i conti con il terrorismo, rosso e nero, ma anche con alcuni apparati statali che agiscono in una zona grigia fatta di misteri e ambiguità.

Per l’attentato milanese, come per molti altri che negli anni a seguire avrebbero macchiato con il sangue la storia italiana, la cronaca dice molto di più di qualsiasi analisi o congettura.

Nei giorni successivi alla strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, 84 persone tra anarchici, militanti di estrema sinistra e di formazioni di estrema destra, vengono fermate. Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi, che guida le indagini. A tre giorni dall’arresto Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio e il processo (terminato nel ’75) proscioglie tutti le persone che si trovavano nella stanza al momento del fatto.

Il 16 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, militante nel gruppo 22 Marzo, accusato di essere l’esecutore materiale della strage. Intanto, seguendo la pista dell’esplosivo e del timer dell’ordigno, le indagini conducono a Treviso, negli ambienti dell’eversione nera. Vengono così considerati coinvolti nell’attentato i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura.

Il 22 febbraio 1972 inizia a Roma il primo processo per la strage che vede come principali imputati Valpreda e Mario Merlino, anch’egli militante nel gruppo 22 Marzo. Mentre le forze dell’ordine arrestano nuovi rappresentati dell’estrema destra, il processo viene trasferito prima a Milano, poi a Catanzaro. Nel terzo processo di Catanzaro sono imputati della strage sia anarchici che neofascisti come Freda e Ventura, ma anche questo procedimento viene interrotto.

Il 19 gennaio 1977 al nuovo dibattimento sono imputati neofascisti, anarchici e uomini del Sid, il servizio segreto. La sentenza dice: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino. Anche questa sentenza sarà ribaltata dalla Cassazione che ordinerà un nuovo processo.

Nel 1984 inizia così il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza viene confermata dalla Cassazione. Un sesto processo si apre nell’87, ma il risultato non cambia e si conferma l’assoluzione dei nuovi imputati.

È nel 1990 che le indagini subiscono una svolta decisiva quando Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di Ordine Nuovo, ammette di essere l’esecutore materiale della strage. Dopo l’attentato, però, Zorzi ripara in Giappone dove risiede ancora oggi protetto dal governo nipponico che non ha mai concesso l’estradizione. Nel ’95, poi, anche le indagini assumono sempre più i contorni di una spy-story perché viene arrestato Sergio Minetto, ex-agente della Cia.

Nel 1999 inizia a Milano un nuovo processo d’appello. Tra gli imputati figurano Delfo Zorzi, Carlo Maggi (sempre di Ordine Nuovo), Giancarlo Rognoni, e altri uomini vicini ai servizi segreti. Le indagini sono seguite dal gip Clementina Forleo.

Il 1° luglio del 2001 la Corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maggi e Giancarlo Rognoni. Nel 2003 inizia il processo presso la Corte d’Assise d’Appello nel capoluogo lombardo, ma pochi mesi più tardi la stessa Corte assolve i tre imputati principali della strage per non aver commesso il fatto. Il 3 maggio 2005 la Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni.

Il resto è cronaca dei giorni nostri dove il silenzio della giustizia viene rotto solo dalle grida dei familiari delle vittime, gli unici ancora in prima linea. Dopo 38 anni di indagini i colpevoli di una strage, entrata con ferocia e drammaticità nei libri di storia, non sono ancora stati trovati. In 38 anni la legge non ha saputo esprimere il suo giudizio. Giudizio che invece è stato espresso dalla storia ed è ormai scritto a parole di fuoco nelle coscienze della gente.

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