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Architetti di varie nazionalità si sono confrontati nella realizzazione di una cella carceraria, uno spazio insolito che è stato il tema di una mostra a Torino.
di Ornella Cresta

Tre metri per quattro, uno spazio unico dove mangiare, dormire, lavarsi e ancor più: tre metri per quattro dove praticamente “vivere”.



Uno spazio esiguo ma dotato, e dotabile, di tutti gli elementi essenziali per la vita dei reclusi, privo della visibilità mediatica rispetto ad altre opere architettoniche, ma così complesso da indurre artisti e architetti a confrontarsi non solo sul loro campo professionale, ma anche su piani che vanno dal sociale all’antropologico, dalla politica all’estetica. È stato questo impegno, “difficile” e singolare, che ha coinvolto undici studi di architettura in un confronto progettuale e il cui risultato ha dato vita alla mostra “YouPrison. Riflessioni sulla limitazione di spazio e libertà”, realizzata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino,.

Gli studi partecipanti, provenienti da tutto il mondo, si sono misurati non solo sulla funzionalità della cella, ma anche rapportando la realizzazione di questo spazio alla pena da scontare, coniugando ad esso il principio giuridico e la politica della punizione del crimine.

Gli undici architetti che hanno raccolto la sfida, oltre ad approfondire gli aspetti di evoluzione urbanistica, si sono sentiti in dovere di esternare al pubblico le loro riflessioni su argomenti complessi quali la limitazione della libertà, il rispetto dei diritti umani, la necessità di applicare strumenti di sorveglianza e controllo.

Alcune realizzazioni, in scala reale, hanno offerto ai visitatori il “piacere” di provare fisicamente l’esperienza di uno spazio limitato (ad esempio, la realizzazione del cinese Youn Ho Chang, un sistema di detenzione minimale, e dell’iraniano Kianoosh Vahabi, dove il detenuto-peccatore è sottoposto alla continua osservazione dall’alto), altre sono state definite solo come luogo virtuale a cui accedere tramite un software (è il caso della realizzazione degli studi Diller Scofido + Renfro, il cui spazio per l’istallazione varia in rapporto al crimine e alla pena).

L’architetto serbo Ana Miljaki ha proposto una cella capovolta: un modo per alludere al sistema carcerario privato degli Usa.

Il progetto di Ines & Eyal Weizman mira a determinare che l’isolamento può essere anche la molla di una intensa produzione culturale: ed ecco ricreato in cella una sorta di studiolo contenente tutti i libri scritti in carcere, dalle lettere di San Paolo agli scritti di Jean Genet, fino ai testi di Gandhi e Gramsci. Una pregevole biblioteca di “letteratura carceraria” che a fine mostra sarà data in dono a un istituto di pena.

In collaborazione con il carcere di Caltagirone e la Casa circondariale di Torino, lo studio NOWA di Marco Navarra ha esposto un progetto che ha coinvolto i detenuti stessi: ad essi è stato infatti chiesto di disegnare una cella, reale o immaginaria. Successivamente i disegni sono stati tradotti in centinaia di modellini che hanno praticamente riempito lo spazio destinato alla cella, una sorta di gabbia all’aria aperta. Alla mostra sono affiancati dei video d’artista includenti opere di Darren Almond, Gianfranco Baruchello, Ashley Hunt, Jaan Toomik, Kon Trubkovich e Artur Zmijewski.

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