Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Intervista a Franco Ionta

«La Polizia Penitenziaria deve prendere consapevolezza della propria identità ed essere riconosciuta come la quarta forza di polizia del Paese». Sono parole precise quelle che Franco Ionta,

 il magistrato nativo di Casale Monferrato, pronuncia spiegando gli obiettivi che perseguirà come Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Corpo di Polizia Penitenziaria. Nel corso della sua carriera, Ionta ha coordinato le più importanti inchieste nella lotta al terrorismo interno e internazionale, dall’attentato al giuslavorista Marco D’Antona all’omicidio del dirigente del Sismi, Nicola Calipari. Lo incontriamo nel suo studio: è il 22 settembre ed è appena tornato da un incontro informale al Quirinale con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Quando è entrato in magistratura?

«Sono entrato nel 1976».

Cosa l’ha spinta a questa scelta dopo l’università? Si è trattato di una passione, una vocazione?

«Gli studi di giurisprudenza mi hanno convinto che la loro migliore finalizzazione fosse quella di svolgere un’attività fortemente istituzionale e nel contempo capace di intervenire nelle varie situazioni di crisi, appunto quella del giudice».

L’inizio del suo percorso professionale è a Napoli?

«Mi sono laureato alla Federico II di Napoli e dopo il concorso in magistratura la mia prima sede di servizio è stata la Procura di Nuoro; quella esperienza mi ha insegnato tanto. Mi sono occupato della criminalità comune, ma soprattutto quelli erano gli anni dei fatti criminosi originati dalla saldatura tra il milieu delinquenziale sardo ed elementi delle Brigate Rosse, per cui ho avuto modo di interessarmi di vicende di matrice politica e di gravi fatti accaduti nel carcere di Badu ‘e Carros come la rivolta del 1980. In quell’occasione mi sono trovato a gestire le fasi più calde e ricordo che un intero braccio era occupato dai rivoltosi. Furono uccise anche due persone, non da brigatisti, ma da criminali comuni che avevano approfittato della situazione per una resa dei conti».

Da Nuoro è passato a Roma?

«Sì, da Nuoro sono poi sbarcato a Roma. Dal 1983 e fino ad ieri sono stato alla Procura di Roma dove mi sono sempre interessato di problemi di terrorismo, e per nove anni anche di criminalità organizzata. Ho fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia; sono poi diventato coordinatore di un pool di magistrati che gestiva tutto il terrorismo nazionale e internazionale, e in particolare da quando ci sono state le spedizioni del contingente militare italiano nelle varie zone di crisi prima in Iraq, in Afghanistan e poi in Libano, ho seguito tutte le crisi internazionali, i rapimenti dei nostri connazionali all’estero, le stragi, Nassirya, la vicenda Calipari, il sequestro Sgrena».

In questi anni di attività in magistratura, quale è stato il momento, più doloroso e difficile? C’è stata un’occasione in cui ha sentito il senso di uno sforzo che non andava a segno?

«La battaglia che ho condotto per l’istituzione di una Procura Nazionale Antiterrorismo fondamentale per la centralizzazione delle indagini in materia di sicurezza dello Stato, non ha avuto successo. Probabilmente questo è il rammarico più grande. Le cose che invece mi hanno spinto ad andare avanti sono le stesse che mi hanno spinto a entrare in magistratura, cioè la capacità di porre al servizio della collettività e del Paese quel po’ di esperienza che ho maturato nel settore delicato del contrasto alle forme criminali di attacco alle strutture portanti dello Stato.

All’interno di alcuni processi come quello che ha identificato il quarto uomo di via Montalcini durante il sequestro Moro, e dell’attività contro le Brigate Rosse, ho affrontato tante situazioni difficili da gestire, sia sul piano professionale che personale. La cifra della mia attività, è stata quella di intravedere una soluzione giudiziariamente corretta spesso però anticipata rispetto alle acquisizioni e così mi sono trovato parecchie volte a vedere affermate certe verità processuali dopo una lunga trafila di sofferenza professionale».

In quei momenti è emerso forte nel Paese il valore delle legalità. Ritiene che oggi ci sia la stessa tensione ideale? Si possono paragonare i due periodi storici per analogia, oppure quello di oggi è un discorso diverso?

«Gli anni ’70 e ’80 erano caratterizzati da una forte emergenza, c’era una tensione non solo istituzionale ma anche sociale intorno a questi problemi, e questo rendeva l’attività dei giudici condivisa.

Credo comunque che anche nei momenti in cui non ci sono fatti particolarmente eclatanti, il controllo del fenomeno va fatto perché le organizzazioni eversive hanno dei tempi che non sono quelli dei cittadini normali, della vita di lavoro che ciascuno di noi conduce, e ancora di più questo vale per le organizzazioni internazionali e quelle dell’integralismo islamico che si muovono per tempi epocali. Concludendo: la sicurezza dello Stato richiede di mantenere alta la guardia perché anche momenti apparentemente “tranquilli” possono celare riaggregazioni pericolose per la stessa stabilità nazionale».

Il presupposto fondamentale per chi opera nella sicurezza è il senso della responsabilità. Dopo questo primo mese alla Direzione del DAP, ha già potuto fotografare quello che è lo stato d’animo del Corpo della Polizia Penitenziaria e dei suoi collaboratori?

«Ho trovato un ambiente molto recettivo e voglioso di fare. La mia struttura ha grandi potenzialità non ancora del tutto emerse. Il riconoscimento della propria identità è il presupposto indefettibile perché tali potenzialità siano compiutamente espresse: la Polizia Penitenziaria deve essere infatti riconosciuta per quello che è, e cioè la quarta forza di polizia italiana».

C’è un dibattito aperto nel Paese sulla necessità di rendere la Pubblica Amministrazione sempre più efficiente, e si parla di azienda-Stato. Questa cultura manageriale passa attraverso la formazione, l’introduzione di metodologie e di criteri nuovi. Crede che sia questa la strada da seguire per avere più efficienza e più trasparenza?

«Sono consapevole dell’enorme difficoltà di gestire una macchina così complessa, ma credo che questa “macchina” abbia adesso grandi skills che possono essere arricchite dalla progettualità e dalle capacità di invenzione, di idee che il mondo esterno può produrre. La struttura pubblica non deve avere il mito del privato, ma prendere dal privato quello che c’è di positivo, nel limite in cui la spesa pubblica lo consente. Non bisogna essere paralizzati da un’eccessiva burocrazia o da un timore di fare».

Come si può affrontare l’urgenza del sovraffollamento?

«Bisogna accettare l’idea che un paese come l’Italia con una criminalità molto complessa e anche molto diffusa, abbia una popolazione carceraria con dei numeri alti. Se queste persone vengono condotte in ambiente carcerario è perché la macchina della sicurezza si è mossa bene. Per questo non bisogna farsi atterrire dal problema, ma bisogna imparare a gestirlo. E questa non è una contingenza momentanea ma una stabile realtà».

Quali sono gli strumenti che possono arginare questo fenomeno o contenerne almeno in parte la sua esplosione?

«Ci sono vari fronti su cui lavorare: fare entrare in funzione le carceri esistenti; ristrutturarle per aumentarne la capienza; pensare anche a delle forme di esecuzione penale esterna. Ci sono poi vari fronti di intervento come la razionalizzazione dell’utilizzo del personale e il miglioramento delle condizioni di controllo, affidandole a strumenti elettronici. Una strategia complessiva sulla quale stiamo lavorando».

Quando incontrerà i sindacati, si parlerà anche di esecuzione penale esterna per verificarne il funzionamento effettivo?

«Credo nel rispetto dei ruoli ed è giusto che il sindacato abbia il diritto e addirittura il dovere della denuncia; dal sindacato però mi aspetto anche delle proposte sagge di soluzione dei problemi, non semplicemente osservazioni critiche, fermo restando che la decisione finale spetta all’Amministrazione. Tutto questo nel reciproco rispetto e lealtà comportamentale, che sono il vocabolario comune per poter interagire.

Abbiamo di fronte una sfida formidabile e ardua: mantenere escluse dal contesto sociale le persone che hanno commesso reati per poi restituirle migliorate. È una sfida quasi demiurgica perché si ha a che fare con persone adulte che hanno deviato e che quindi hanno comportamenti che devono essere modificati. Questo è un compito che richiede alta qualificazione della Polizia Penitenziaria e di tutti gli operatori. La persona detenuta è, in prima battuta, colui che si deve impegnare a migliorare; la struttura penitenziaria fornirà l’accompagnamento al suo percorso evolutivo, ma nessun supporto può sostituire l’impegno personale. Tutta la struttura deve cercare di fare in modo che il maggior numero possibile di persone venga recuperato, ma chi non vuol essere salvato non può essere salvato».

Nella società civile si registra un calo di tensione del volontariato. Questo è un fenomeno preoccupante? Crede nel ruolo del volontariato?

«Proprio nei giorni scorsi ho ricevuto la rappresentante di ottomila persone impegnate nel volontariato. Immaginare che tutte queste persone dedichino un bel pezzo del loro tempo a svolgere questa attività, è cosa che non solo intenerisce ma fa capire quante energie positive ci sono in questo Paese. Il volontariato non risolve da solo il problema del carcere. L’errore che si può fare quando si è a capo di questa struttura è quello di pensare che il carcere sia il mondo. Non bisogna mai confondere la vittima con il carnefice, né confondere il delinquente con la persona offesa dal delitto.

Il mondo non si può ribaltare: nel mondo la vittima del reato è la prima persona di cui occuparsi e preoccuparsi; nel mondo “carcerario” al centro dell’attenzione è la persona detenuta».

Joomla templates by a4joomla