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Tante idee, pochi mezzi e ancor meno personale, ma la volontà è tanta e le attività aumentano ogni giorno nell’antica fortezza e nella vicina isola di Pianosa. Con grande beneficio per tutti.
di Caterina Maniaci

Era chiamata l’Alcatraz italiana: per l’isola di Pianosa la fama, sinistra, era legata alla presenza del carcere di massima sicurezza, accentuata dagli anni di piombo e dalla presenza, appunto, di terroristi legati alla lotta armata.

Poi, nel 1997, tutto questo è finito. Ora è tornata ad essere solo un’isola, anzi un’isola preziosa, una sorta di “gioiello” ecologico, visto che fa parte del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano. È un’isola piccola - con un perimetro costiero di 26 chilometri, una lunghezza di circa 6 chilometri ed è larga poco meno di 5 chilometri - e proprio per questo possono visitarla al massimo 100 persone al giorno, che devono essere accompagnate da una guida.

Se si riesce a far parte del novero di questi “privilegiati”, sbarcando a Pianosa si avrà la sensazione di arrivare in un luogo fuori del tempo. Dall’anno in cui, infatti, è stato smantellato in tutta fretta l’istituto penitenziario, tutto è rimasto fermo, immobile, con il rischio, però, di un lento ma inesorabile decadimento di tutte le strutture esistenti, carcerarie e non. Chi tenta di opporsi a questo fenomeno sono coloro che fanno parte di una singolare cooperativa, la cooperativa San Giacomo, formata da detenuti ed ex detenuti, in tutto circa poco più di una ventina. Gestiscono lo spaccio adiacente all’imbarcadero, che funge anche da bar e ristorante.

È un tentativo che seguiamo con molta attenzione, spiega Carlo Mazzerbo, il direttore del carcere di Porto Azzurro, «anche perché Pianosa potrebbe davvero diventare una sorta di modello per un turismo eco-compatibile e, insieme, di come facilitare il reinserimento dei detenuti in una vita lavorativa che sia anche una specie di “eccellenza”. Un luogo in cui “sperimentare” nuove forme di recupero, per i detenuti, e che, in definitiva, diventi il punto di approdo di quel che si è realizzato a Porto Azzurro. È un progetto molto importante, per noi, perché ci permette non solo di occupare i detenuti, ma di farlo nelle migliori condizioni. Vorremmo che l’Amministrazione si rendesse conto dell’importanza di questo “esperimento”. Anche per far cambiare idea su Pianosa: non è mai stata solo un’isola per galeotti, ma è stata sempre una realtà costruttiva, all’avanguardia, perché qui il recupero del detenuto attraverso il lavoro è stata sempre una priorità assoluta».

Quindi l’obiettivo è quello di proseguire l’attività di ristorazione, insieme a quella di noleggio di biciclette e l’erogazione di servizi vari, sempre legati all’accoglienza di turisti.

Sul tappeto ci sono vari progetti, in fase di allestimento o di elaborazione. A partire da quello che prevede l’avvio di una attività agricola e pastorale, con un possibile laboratorio per la conservazione e trasformazione di prodotti ittici, agricoli e venatori. Poi non bisogna dimenticare che Pianosa è al centro di un progetto che prevede la creazione di un laboratorio scientifico a livello internazionale, per via del suo straordinario ecosistema. Insomma, una nuova vita per l’Alcatraz italiana, affidata a scienziati ed ex detenuti: davvero una strada da seguire fuori del comune.

* * *

Vista dal mare, la Fortezza spagnola appare inespugnabile, come lo è stata per secoli. Certo, il suo aspetto è molto cambiato, di quella possenza, di quel senso di invincibilità non è rimasta che un edificio consumato dai secoli. Ma lo spettacolo rimane affascinante. Dopo essere stata appunto una fortezza, per molto tempo la struttura è stata utilizzata come penitenziario. Il suo, dunque, è un destino di guerra, di punizione, di dolore. Ma il carcere di Porto Azzurro è stato, ed è ancora, anche il sinonimo di un nuovo modo di intendere la reclusione, ossia l’inizio di un percorso di recupero, il modo di ricominciare a vivere, dopo aver pagato il prezzo giusto alla società per i propri errori. Dall’altra parte dell’insenatura, a cui si innalza la Fortezza di San Giacomo, voluta dal re di Spagna Filippo III, si trova un faro, che la notte disegna sull’acqua una strada di luce. Un simbolo di quella nuova strada che ognuno, anche dalla Fortezza, può intraprendere. A questo crede fermamente Carlo Mazzerbo, direttore del penitenziario. Sposato, con due figli, entrato nel Dap nell’84, la prima destinazione è stata Pianosa, poi Catania, Como.

«Però l’esperienza più rilevante rimane quella presso l’Istituto di Gorgona, dove sono arrivato nell’89 e sono rimasto fino al 2004», ci spiega. «Da lì poi sono arrivato qui a Porto Azzurro».

È stata una scelta personale?

«Si è trattato di una scelta dovuta sia al luogo, perché l’Elba è davvero un posto straordinario, una specie di paradiso terrestre in cui far vivere serenamente la famiglia, poi perché l’istituto di detenzione permette di lavorare su un reale percorso di recupero del detenuto, permette di progettare a lunga scadenza. Devo dire che ho trovato un ambiente molto positivo e disponibile, formato da collaboratori e personale di Polizia Penitenziaria che capisce il valore del trattamento, sotto ogni aspetto, anche sotto il profilo di un rafforzamento della sicurezza, perché nel momento in cui si riesce ad arrivare ad un buon livello di conoscenza dei detenuti si può approntare un buon livello di sicurezza. Abbiamo lavorato in questi anni per sviluppare attività di formazione e di lavoro, ma soprattutto con l’obiettivo di integrare realmente il carcere di Porto Azzurro con il territorio elbano. Anche perché questa è la realtà sociale più rilevante, qui all’Elba. Penso che questo obiettivo sia stato raggiunto, e con buoni risultati, perché abbiamo valorizzato la portata delle esperienze delle attività ambientali con interventi di volontariato e con tutti i comuni del versante orientale abbiamo iniziato piccoli interventi, appunto, di volontariato di pulizia delle spiagge, delle strade, persino dei cimiteri! Così si è realizzato un vero e proprio contatto con la gente del luogo».

Insomma, molte iniziative…

«Cerchiamo di trovare valide alternative. Dall’esperienza di volontariato si è sviluppata una possibilità concreta di lavoro per i detenuti attraverso una cooperativa, San Giacomo, che collabora con noi, con vere assunzioni: c’è qui un altissimo numero di detenuti articoli 21, che hanno trovato lavoro all’esterno, in ristoranti, in ditte e aziende locali, il che costituisce una speranza per chi deve scontare una lunga pena e anche una forma più redditizia di vivere in carcere».

E quali sono le difficoltà che maggiormente si incontrano nell’intraprendere questo percorso?

«Questo è un istituto nato come casa di reclusione, quindi ha un impianto che, in un certo senso, agevola molte cose: le stanze sono singole, certamente sono da ristrutturare, ma a questo stiamo lavorando. Sfruttando tutti gli spazi possibili, abbiamo ricavato le aule, i laboratori, le officine… Le difficoltà maggiori sono legate al reperimento dei fondi, a cui è legata la possibilità di sviluppare progetti di formazione a vera occupazione. Siamo passati da un’attività di occupazione della vecchia reclusione, in cui lavoravano almeno una cinquantina di detenuti nella lavanderia, nella tessitoria, c’era anche chi faceva le scarpe, insomma da una serie di occupazione intramoenia, per così dire, alla chiusura di tutte queste attività, a parte la falegnameria, in quanto queste attività ora non sono più convenienti, per tanti motivi, anzi erano diventate un vero peso economico».

Quindi ora il problema è trovare un’occupazione per i detenuti.

«Per questo cerchiamo delle valide alternative. Ad esempio, abbiamo preso accordi con una ditta, cederemo loro una parte dei nostri locali, loro impianteranno un’attività di montaggio di pannelli solari. Poi ci sono i detenuti che lavorano al computer per caricare dati e ricetti per conto dell’Usl. Poi cerchiamo di fare in economia l’attività di manutenzione degli edifici del carcere, utilizzando appunto il lavoro dei detenuti e non affidandoci a ditte esterne. C’é poi il progetto di aprire un panificio. Non dimentichiamo poi quel che fa la cooperativa San Giacomo, già citata, che gestisce un ristorante nell’isola di Pianosa, ma anche numerose attività all’Elba, in campo edile, agricolo e così via. In più c’è la scuola, con corsi che vanno dalle elementari fino al liceo, fino al polo universitario, con la possibilità di seguire corsi che non prevedano frequenza obbligatoria».

Qual è la filosofia che sostiene questo lavoro comune?

«L’idea di fondo di tutto questo lavoro è quella di fare in modo che il detenuto si senta realmente cittadino del territorio, con tutti i suoi diritti e i suoi doveri. Quindi se siamo ovviamente favorevolissimi al volontariato all’interno del carcere, abbiamo fato in modo che gli stessi detenuti acquisissero una sensibilità per diventare loro stessi volontari. Ecco allora la pulizia delle spiagge, delle strade. Poi li abbiamo qualificati per l’assistenza di primo soccorso, con la formazione specifica presso le Misercordie elbane. Vi accede, naturalmente, chi ha le condizioni, non solo giuridiche, ma anche di affidabilità e anzianità adeguate. Per ridurre al minimo ogni rischio e imprevisto. Devo dire che la nostra serietà e il nostro impegno rappresentano una vera garanzia anche per chi ci offre queste possibilità. I risultati sono più che positivi».

Accennava, prima, alla costante mancanza di fondi con cui, anche qui a Porto Azzurro, dovete fare i conti…

«Dobbiamo, naturalmente, fare i conti con la cronica mancanza di fondi, ma questo non deve essere un alibi per non sforzarsi nel superare le difficoltà. Si può fare molto anche senza avere a disposizione grandi cifre. Si tratta anche di razionalizzare quel poco che si ha a disposizione. Più grave è la mancanza di personale. Porto Azzurro è da considerarsi una sede disagiata perché comunque si tratta di una località molto turistica, è un’isola, e dunque trasferirsi con la famiglia comporta spese molto alte. Questo incide nella richiesta della sede. Quindi ci troviamo con circa 50 unità di Polizia Penitenziaria in meno, che per noi sono tanti. Dunque, il problema più notevole è quello dell’alloggio. L’Amministrazione ha fatto un grosso sforzo nel realizzare 17 appartamenti proprio nella cittadella vecchia della Fortezza. Ma per la maggior parte del personale il problema rimane: la stessa Amministrazione dovrebbe, magari, fare un’opera di sensibilizzazione presso le autorità locali affinché si proceda a iniziare delle opere di edilizia a favore della Polizia Penitenziaria. Poi, ripeto, ci servirebbe almeno una ventina di unità in più, perché stiamo lavorando con problemi di sicurezza che rischiano di diventare preoccupanti. La mancanza di personale, poi, costituisce un freno alle varie attività trattamentali. La sicurezza è fondamentale per tutto l’“edificio” che ci sforziamo di costruire».

Come valuta quindi il bilancio della sua esperienza a Porto Azzurro? Più luci che ombre?

«In conclusione, a parte queste oggettive difficoltà, ritengo che lavorare qui per me sia stata, e spero continui ad essere, un’esperienza molto positiva. Mi ricarica e mi trasmette molta voglia di fare. C’è un clima di collaborazione, un ottimo accordo con i responsabili delle varie aree. La voglia di fare anima anche gran parte del personale e il territorio comincia a “rispondere”. Certo, tutti i giorni che si passano in questo posto equivalgono ad una sfida, a cui bisogna rispondere con forza e fiducia. Utilizzando anche molto rigore; non rigidità, ma rigore sì. Credo fermamente al semplice principio che le cose si fanno bene o è meglio non farle, utilizzando regole chiare e semplici, con cui le persone si devono confrontare. Rigore e rispetto: così si riesce a vincere ogni sfida».

Domenico Zottola è il responsabile dell’area trattamentale: «Perché il nostro ruolo sia davvero efficace, dobbiamo fare quotidianamente una scelta di concretezza. Che significa porci obiettivi precisi, senza alcun atteggiamento demagogico. L’esperienza che ho maturato mi rafforza nella convinzione che solo attraverso l’offerta di strumenti solidi si può favorire un reinserimento concreto ed equilibrato nel contesto sociale». Non a caso Zottola è anche vice presidente della Cooperativa San Giacomo: lavorando molto per privati ed enti pubblici e non avvalendosi di alcun contributo di sorta, la cooperativa ha rappresentato una chiave di svolta per la valorizzazione di attività intramurali (quali il laboratorio informatico) e per il concreto inserimento dei detenuti nel tessuto sociale. L’organizzazione dell’area educativa e formativa è anche il compito di Giuseppina Canu: «Per la verità, da quando sono qui (dal 1993, n.d.r.) non siamo mai stati più di due educatori, per una mole di lavoro enorme! Qui per anni si è raggiunto anche il numero di 400 detenuti, spesso quindi la nostra occupazione principale è stata, spesso e volentieri, quella di rincorrere le pratiche, magari trascurando il contatto diretto con i detenuti, il che non è andato a vantaggio del nostro lavoro, perché la conoscenza diretta del detenuto è per noi fondamentale. Quelli che arrivano qui sono quasi tutti detenuti definitivi, e dunque all’ingresso in istituto cominciamo la cosiddetta osservazione, un lavoro che svolgiamo in equipe con gli psicologi e gli assistenti sociali. Non solo: spesso ci avvaliamo dell’apporto di altre figure come quelle dei volontari, che ci aiutano, ad esempio, con il polo universitario, di cui è responsabile, appunto, una volontaria. C’è poi la presenza di insegnanti, di operatori del Sert», spiega Giuseppina Canu. «Dopo il periodo di osservazione, cominciamo appunto il periodo di trattamento, decidiamo quali sono le possibilità più adatte ai vari soggetti, che si indirizzano verso le varie attività presenti in istituto. Da quelle di carattere scolastico, che partono dai corsi elementari e che arrivano ai corsi del polo universitario. Poi ci sono le attività lavorative, a cui i detenuti vengono indirizzati anche in base alle loro capacità e alle loro precedenti esperienze. Dopo un percorso di orientamento e preparazione, qualcuno viene indirizzato al lavoro esterno. La cooperativa San Giacomo, che nell’isola si occupa di attività di manutenzione e di pulizia, a Pianosa invece si occupa della gestione di un ristorante, verso il quale indirizziamo i detenuti che sono risultati idonei. La consideriamo una forma di sperimentazione che sta dando buoni risultati». Anche la scuola è diventata una realtà importante, per Porto Azzurro: «Abbiamo corsi di alfabetizzazione, che partono ovviamente dalle elementari, poi il liceo scientifico, a cui partecipano detenuti che provengono da tutta Italia, con una media di tre-cinque persone che arrivano alla maturità; poi, lo ripeto, esiste il polo universitario, con corsi frequentati “in differita”, grazie al progetto regionale TRIO». In molti, poi, riescono a frequentare sia i corsi scolastici che il lavoro, visto che gli orari non si sovrappongono. I rapporti con il volontariato locale «sono buoni. All’Elba esiste un’associazione di volontari, che si chiama Dialogo, composta, fra gli altri, da ex-insegnanti che hanno portato molti detenuti alla maturità. I corsi di laboratorio teatrale sono tenuti da una volontaria. Tra l’altro, negli ultimi anni i corsi teatrali sono gestiti in collaborazione con la Regione Toscana». I detenuti, la domenica, in collaborazione con i comuni di Portoferraio, Rio Elba, Rio Marina, Porto Azzurro stesso, hanno fatto molto lavoro di pulizia ambientale. Hanno rimesso a posto il cimitero di Rio Elba. E poi la pulizia delle spiagge, come è avvenuto anche a Pianosa.

Ci sono da segnalare molte altre iniziative interessanti. Come il laboratorio informatico per la realizzazione di prodotti editoriali per non vedenti ed ipovedenti: «Il laboratorio è stato allestito dalla cooperativa San Giacomo nel 2001: al momento vi lavorano cinque detenuti. La cooperativa elabora testi per la Stamperia Braille della Regione Toscana, con un contributo annuo di 30.000 euro». Si pensa poi all’allestimento di un laboratorio per la lavorazione del vetro “Tiffany”, sottolinea l’educatore, «a seguito del corso di formazione, infatti, alcuni detenuti hanno acquisito elevate competenze nella lavorazione del vetro». Uno degli obiettivi che più stanno a cuore, anche alla direzione, è la ripresa delle pubblicazioni della rivista “La Grande promessa”, una delle riviste “storiche” fra quelle nate negli istituti penitenziari italiani.

Don Giovanni Vavassori da quarant’anni è il cappellano del carcere di Porto Azzurro. La sua è una presenza importante, significativa: senza di lui, molti detenuti – e non solo – si sentirebbero, in un certo senso, perduti. «Qui, tutto sommato, si riesce a vivere con una certa costruttività anche l’esperienza, durissima, del carcere. Ma visto che si può davvero fare un percorso di recupero, di ristrutturazione della persona, visto che si danno delle possibilità di tornare alla vita, insomma, in molti colgono queste opportunità, si mettono a studiare e a lavorare», racconta don Giovanni. Certo, i problemi non mancano, «soprattutto con gli extracomunitari, che ormai sono il 60, 70 per cento della popolazione carceraria» e che, in genere, mancano proprio di tutto. Così è proprio al cappellano che si rivolgono per prima cosa, quando arrivano in istituto. L’aiuto arriva anche dai molti volontari che sono coinvolti, «ci sono quelli dell’associazione Dialogo, poi quelli della San Vincenzo, arrivano non solo dall’Elba, ma anche da Piombino o da Follonica». Uno dei crucci di don Giovanni, però, è lo stato in cui versa la chiesa del Forte di San Giacomo, ossia la struttura in cui si trova il carcere. «È una chiesa importante», spiega don Vavassori, «un edificio del Seicento di grande valore architettonico e artistico, ma è stata giudicata pericolante, perciò non si può usare per il culto. Fino a qualche anno fa, invece, era lì che dicevo messa, ed era sempre piena. Ora sono costretto a celebrare nel teatrino del carcere…» E a parte lo sconforto per questa situazione, c’è la preoccupazione per la “sua” chiesa pericolante e in stato di abbandono e, insieme a tutto il personale e al direttore, lancia un appello affinché l’Amministrazione la salvi e la restituisca al culto. l

 La fortezza spagnola

Uno dei progetti-chiave a cui ora si guarda, a Porto Azzurro, con più interesse e fiducia è quello legato alla valorizzazione della Fortezza spagnola di San Giacomo. Si tratta di un monumento storico e artistico di grande valore, ma soprattutto si tratta del primo insediamento di Porto Azzurro. Fondata nel 1603 da Filippo III di Spagna e chiamata prima Longone poi Porto Longone, nel 1947 la cittadina ha abbandonato questo nome, troppo legato alla presenza del penitenziario situato nell’omonimo forte, cambiandolo con il più invitante Porto Azzurro. Il Forte, però, resta a vegliare sul porto. Era una grandiosa fortezza dalla caratteristica pianta a stella, seguendo il modello della cittadella militare di Anversa. La costruzione, nata praticamente in opposizione alla fortificazione medicea di Portoferraio, insieme a forte Focardo, situato sul lato opposto della baia, era parte integrante del poderoso sistema di difesa del golfo studiato da don Garcia di Toledo allo scopo di rendere impossibile qualsiasi sbarco nemico. Il forte possiede lunghi sotterranei che si prestano per diventare un museo. Si è stipulata una convenzione tra il Provveditorato regionale, la direzione e il Comune di Porto Azzurro per realizzare un vero e proprio percorso museale in cui potranno trovare occupazione anche i detenuti, dopo una necessaria qualificazione. Una parte degli utili del biglietto che i visitatori pagheranno sarà restituito all’Amministrazione, da parte del Comune, con beni e servizi equivalenti. Un modo per rendere meno onerosi i costi del carcere e sostenere quel processo di integrazione dell’istituto con il territorio che è uno degli obiettivi principali della vocazione trattamentale di Porto Azzurro.

IL LAVORO, LA FORMAZIONE

Le attività lavorative, insieme a quelle scolastiche e a quelle di carattere culturale, ricreativo e sportivo, rappresentano l’elemento essenziale per dare concretezza al percorso trattamentale dei detenuti e creare le condizioni della reintegrazione sociale. La Casa di reclusione di Porto Azzurro vanta una lunga e consolidata tradizione in tal senso. Tradizione rafforzata soprattutto negli ultimi anni. Dunque, sulla base delle esperienze già effettuate oggi si ritiene opportuno cercare di incrementare o avviare i seguenti progetti professionali:

• ‑il laboratorio informatico per la realizzazione di prodotti editoriali per non vedenti ed ipovedenti: il laboratorio è stato allestito dalla cooperativa San Giacomo nel 2001; occupa attualmente cinque detenuti. Attualmente la cooperativa elabora testi per la Stamperia Braille della Regione Toscana;

• ‑attività di Data Entry, in collaborazione con la ditta Marno; nel progetto sono impiegati 3 detenuti;

• ‑attività agricola, ossia l’allestimento e la conduzione di una tenuta agricola, attraverso la cooperativa San Giacomo, con il recupero di terreni coltivabili, recupero di serre e di edifici in stato di abbandono; nell’attività sono occupati mediamente da 4 a 7 detenuti;

• ‑incremento dell’attività di falegnameria, attraverso un laboratorio gestito direttamente dall’amministrazione penitenziaria e attualmente vi sono occupati sette detenuti;

• ‑attraverso la collaborazione con una ditta esterna è previsto l’allestimento di un impianto all’interno della struttura penitenziaria per l’assemblaggio di pannelli solari-termici;

• ‑la direzione pensa ad un progetto che dia in uso a cooperative alcuni locali dimessi per realizzare un laboratorio per la produzione di prodotti da forno che vedrà formati e impiegati alcuni detenuti, utilizzati anche nella successiva fase di distribuzione dei prodotti;

• ‑allestimento di un laboratorio per la lavorazione del vetro “Tiffany”, sfruttando il fatto che, a seguito di un corso di formazione, alcuni detenuti hanno acquisito elevate competenze nella lavorazione del vetro;

• ‑attività lavorative all’esterno, che, nelle intenzioni della direzione, e visti i buoni risultati raggiunti, dovranno essere implementate sia all’Elba che nell’isola di Pianosa. Su quest’ultima, poi, esiste l’articolato e complesso progetto Pianosa.

Per quanto riguarda le attività di formazione, evidentemente strettamente connesse alle attività professionali, attraverso corsi ad hoc programmati e approvati.

In particolare:

• ‑prosecuzione del corso di formazione per operatore informatico in linguaggio Braille;

• ‑prosecuzione e attivazione di nuovi moduli formativi per muratori, cuochi e carrozzieri;

• ‑attivazione di un corso professionale per elettricista di impianti civili, a cura dell’ISVOR Fiat e dell’Adecco;

• ‑attivazione di un corso di formazione per operatore turistico, che prevede stages a Pianosa;

• ‑sono stati sensibilizzati gli Enti locali per l’organizzazione di un corso di educazione ambientale in relazione al recupero, smaltimento, riciclaggio di rifiuti;

• ‑riprogrammazione del corso di “soccorso avanzato-primo intervento” organizzato con la collaborazione dell’Associazione Misericordia di Porto Azzurro.

Le attività scolastiche e culturali si basano, prima di tutto, sui corsi scolastici istituzionali, così articolati:

• ‑corso di alfabetizzazione;

• ‑corso di scuola elementare;

• ‑corso di scuola media;

• ‑corso di Liceo scientifico, completo delle cinque classi;

• ‑corsi universitari, secondo quanto potrà essere organizzato con il Polo Trio della Regione Toscana.

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