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Una mostra, uno stand, incontri e testimonianze. Il carcere è stato uno dei protagonisti del Meeting di Rimini. Presente anche il ministro Alfano.
“Libertà va cercando”: un verso poetico, un’aspirazione massima, per ciascun uomo. Soprattutto - e certo non si tratta di un paradosso - per chi si trova dietro le sbarre. Si è pensato a questo titolo per la mostra allestita quest’anno al Meeting di Comunione e Liberazione, svoltosi a Rimini dal 24 al 30 agosto. E per inaugurala, il 26 agosto si è tenuto un incontro con il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, Franco Ionta, direttore del Dap, Giovanni Maria Pavarin, Magistrato di sorveglianza del Tribunale di Padova e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.
Bisogna subito sottolineare che l’incontro e la mostra, insieme allo stand allestito dalla cooperativa Giotto di Padova che ha presentato il lavoro di alcuni detenuti del carcere padovano di Due Palazzi diventati provetti pasticceri, sono stati tra gli eventi più seguiti e amati dalla gente del Meeting.
Molto atteso era anche l’intervento del ministro, visto e considerato che si trattava di una delle sue prime “uscite” pubbliche, nel momento culminante delle polemiche sulla riforma della giustizia. E il ministro non ha deluso le attese, sottolineando alcuni temi “caldi” e, insieme, lanciando alcune proposte concrete. L’indulto? «Rappresenta un progetto fallito, che ha prodotto in pratica più condanne per recidività che altro. Moltissimi dei detenuti rilasciati appena fuori dal carcere hanno commesso nuovi reati…». Per molti reati minori si potrebbe tranquillamente «usare il braccialetto elettronico» come del resto già avviene in Francia, con ottimi risultati. Mancano i fondi per costruire nuove carceri? «Attualmente ci sono 4.300 detenuti stranieri che devono scontare gli ultimi due anni di pena. Attraverso patti bilaterali con i loro Paesi di provenienza si potrebbero estradare e con i soldi risparmiati per il loro mantenimento si potrebbero costruire ben otto nuovi istituti di pena».
La platea è stata numerosa e attenta,  interrompendo spesso gli interventi con applausi. Perché si parlava della vita in carcere, di cosa rappresenti, di cosa dovrebbe diventare. Sono state varie testimonianze: in un video davvero toccante alcuni detenuti, non solo delle carceri italiane, ma anche all’estero, hanno raccontato la loro esperienza di “resurrezione”, seguita dal racconto da due giovani detenuti. Sullo sfondo, c’erano le domande più profonde – che cos’è la giustizia, si deve fare giustizia ma anche tentare di dare una speranza a chi è condannato – e quelle di più stretta attualità: si farà o non si farà la riforma della giustizia? Il ministro Alfano ha sottolineato che «il Governo è convinto che questa sarà l’occasione di realizzare davvero la riforma e nessuno – io per primo – vuole farsi sfuggire questa occasione. La riforma si farà e rappresenterà una grande sfida tra chi crede sia necessario operare un reale cambiamento e chi non vuole cambiare, rifiutandosi di vedere la realtà. Ossia che il sistema giudiziario italiano non funziona». Si interpreta la questione come un esercizio politico, come una specie di braccio di ferro tra maggioranza e opposizione, dimenticando che «al centro di tutto, e quindi anche della futura riforma, è il cittadino», che soffre concretamente a causa delle disfunzioni del sistema-giustizia. «Troppi processi pendenti», ha ricordato il ministro, «troppe angosce e problemi legati alla lentezza dei processi», questo peso non è più sopportabile. E ha fatto anche una promessa impegnativa: «mai più bimbi in carcere», grazie alla costruzione di luoghi alternativi – con i soldi confiscati alla mafia – dove le mamme detenute possono «continuare ad essere mamme». Perché «il carcere non deve essere il luogo dove si spegne l’anima». Così un nuovo regolamento per le detenute dovrebbe essere presto diramato dal Dap per rendere meno pesante la vita alle donne recluse, con più visite dei familiari in carcere, in particolare da parte dei figli.
Ma soprattutto al centro dell’incontro è stato posto il reale concetto di carcere: non più e non solo la conseguenza di un reato e della conseguente punizione, ma una “chance” di redenzione e cambiamento reale. Soprattutto attraverso il lavoro nelle strutture detentive, da «incentivare» per evitare anche il rischio – concreto – di tornare a commettere reati. Tutti gli interventi lo hanno sottolineato: se la detenzione è solo il risultato di un’azione punitiva, e non è rieducativa, ogni sforzo risulta vano.
Giovanni Maria Pavarin, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Padova, ha infatti spiegato che «stiamo vivendo in un contesto che pare dominato dal problema sicurezza e questo crea una forma di pensiero dettata dalla paura. La mostra presentata al Meeting è in questo contesto una sfida», perché è la testimonianza della possibilità di ritrovare, proprio in carcere, una dimensione umana basata su reali valori. Per Pavarin è più che mai attuale e necessaria la massima attenzione all’articolo 27 della Costituzione che afferma che la pena deve avere scopo di rieducazione e recupero del condannato: «All’origine vi è una scelta dei legislatori. È il riconoscere che l’uomo è fatto ad immagine di Dio». Tutto il sistema della pena, ha poi spiegato il giudice, si basa sulla condanna e distruzione del reato, non sulla distruzione di chi compie il reato, per il quale occorre ricercare la rieducazione. Sul problema dell’utilità della certezza della pena, fino all’ultimo giorno comminato, Pavarin ha espresso qualche perplessità che possa fungere da deterrente: «L’articolo 27 prevede che vada data al condannato la possibilità di riflettere. Ma occorre che a chi sta in carcere vengano proposti dei modelli e questo spetta a noi», ha dichiarato.
Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha in primo luogo elogiato la professionalità con la quale il Corpo della Polizia Penitenziaria lavora. «Dare una risposta alla vita era la domanda formulata da un detenuto nel filmato che abbiamo visto», ha poi sottolineato. Ma può la struttura carceraria permettere di giungere a questo? «Quello della detenzione non è il mondo, è solo uno dei mondi, al quale occorre dare indirizzi e contenuti», ha risposto. Una battaglia di contenuti che si può vincere, individuando nell’impegno dell’Amministrazione Penitenziaria il compito di accompagnare il condannato in modo che possa seguire un percorso che lo renda capace di tornare a vivere in società davvero come uomo nuovo e come «una persona che abbia recuperato il senso della giustizia».
Molti hanno tentato di incamminarsi per questa strada e ce l’hanno fatta. Grazie soprattutto ad incontri con persone che li hanno guardati in modo diverso, che hanno fatto sentire loro che valevano e potevano dare molto agli altri. Incontri che li hanno cambiati profondamente. È il caso di quei detenuti che al carcere Due Palazzi di Padova hanno cominciato a lavorare con la cooperativa Giotto: hanno imparato a fare i pasticceri e sono diventati addirittura famosi per il loro straordinario panettone, che si vende anche in piena estate. Gente che ha imparato un mestiere, che ha ricominciato a sperare e che dice con chiarezza: in carcere sono diventato un vero uomo, e davvero libero.

In mostra “l’altro” carcere
“Libertà va cercando, ch’è sì cara. Vigilando redimere”. Un titolo impegnativo, per una mostra. Del resto, lo scopo era quello di «documentare come, paradossalmente, in un luogo dove tutto sembra finalizzato alla privazione della libertà, può nascere una domanda di verità di sé, inizio di un percorso di riconquista dell’umano», come si legge nella presentazione del catalogo della mostra presentata al Meeting di Rimini.
Attraverso foto provenienti da penitenziari di tutto il mondo, pannelli con la riproduzione di brani letterari, o tratti da lettere di detenuti, ecco dunque il racconto di come il carcere rappresenti anche l’occasione di una rinascita.
Volti di gente che “ce l’ha fatta” e, proprio dal carcere, mostra fiera come lavora, come vive lo studio, come sta insieme agli altri. Accanto a queste immagini, ci sono quelle di capolavori immortali dell’arte di tutti i tempi: il commovente “Ritorno del Figliol Prodigo” di Rembrandt e di quello del Guercino; l’angoscia del “Giro dei carcerati” di Van Gogh e quella dipinta da Telemaco Signorini nel “Bagno penale a Portoferraio”. Una testimonianza forte, drammatica e insieme piena di speranza. Non a caso, questa è stata una delle mostre più visitate e apprezzate dal “popolo del Meeting”.

La pasticceria firmata “Due Palazzi”
Tradizionale dolce natalizio? Ma chi l’ha detto? Il panettone è da degustare anche in pieno agosto, a Rimini. È successo anche questo, al Meeting. Infatti, la grande “Libertà va cercando, ch’è sì cara. Vigilando redimere”, aveva una sezione conclusiva molto speciale: un open space diviso in due aree. Da una parte è stato ricreato il laboratorio di pasticceria della Casa di reclusione padovana e qui alcuni detenuti hanno sfornato i dolci e i biscotti già insigniti dalla targa d’argento dell’Accademia Italiana della Cucina. Nell’altra zona è stato creato un luogo d’incontro in cui assaggiare i prodotti appena sfornati e dialogare con i curatori, gli operatori e i detenuti presenti.
Il laboratorio di pasticceria del carcere è la copia in miniatura di quello padovano operante 365 giorni l’anno in via Due Palazzi, uno degli otto laboratori attivati nella Casa di reclusione veneta dal consorzio Rebus di Padova, a cui fanno capo le cooperative Giotto Work Crossing. I detenuti pasticceri, regolarmente assunti dal consorzio, sfornano dolci in continuazione – celebre, oltre al panettone, anche la colomba pasquale in più versioni – e così si preparano a un reinserimento “morbido” nel mondo esterno.

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