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Il piccolo Antonino Laganà, ferito a giugno durante una sparatoria, è tornato a casa.
di Ornella Cresta

C’è mare grosso a Melito Porto Salvo: Antonino, al riparo dal vento dentro la macchina del papà, Carmelo Laganà, guarda le onde altissime ed è felice.

Pochi mesi fa, il 6 giugno, la giornata era completamente diversa: era un pomeriggio caldo e tranquillo, l’ideale per una recita all’aperto. Le maestre si sbracciavano per far sì che tutti i bambini stessero al loro posto, pronti a cantare. Antonino era emozionato: per la recita di fine anno, il primo anno della materna, avrebbe cantato sul palco. Ma Antonino quel giorno non cantò: un proiettile, destinato a saldare gli assurdi conti della ‘ndrangheta, gli arrivò al volto e lo devastò.

La prontezza dei medici, l’operazione, le successive cure e forse, perché no?, anche le preghiere di tante persone, hanno realizzato un miracolo. Ma il proiettile è ancora lì, nel corpo di questo bambino di 4 anni.

A raccontarci la vicenda è Stefania Gurnari, la mamma di Antonino, forte e determinata come solo le vere mamme sanno esserlo in questi momenti.

«Antonino aveva trascorso un anno scolastico bellissimo, con maestre bravissime e tante manifestazioni: il presepe vivente, la primavera. Il saggio di fine anno invece non è nemmeno iniziato! I bambini erano pronti per essere chiamati sul palco, dove dovevano cantare. Noi eravamo giù con gli altri genitori e parlavamo di varie cose, delle vacanze in arrivo, più libertà senza scuola, senza impegni quotidiani. Appena abbiamo sentito i colpi d’arma da fuoco abbiamo pensato che fossero pagliacci per intrattenere i bambini. E poi è stato un attimo. Sembrava che tutto fosse finito quando ci siamo resi conto di quello che era accaduto ad Antonino. Chi ha sparato era vicinissimo, e lo dimostra il danno che ha fatto il proiettile».

Eppure nessuno si accorse di nulla. Stefania provò anche a fare un appello: «C’era tantissima gente, tantissimi bambini e per ogni bambino erano naturalmente presenti i parenti, e c’era il personale scolastico, i vigili a tutelare la zona… si vedeva che c’era una manifestazione! Ho chiesto, a chi avesse visto qualcosa, di farsi avanti e dirlo oppure di inviare una lettera alle autorità, se non voleva apparire. Chi ha sparato ha avuto a che fare con un bambino di tre anni e mezzo, un bambino che di bene e male, della vita stessa capisce ben poco. Prendere una pistola in mano non ci rende uomini: uomo è chi si prende le responsabilità, e la persona che ha fatto quel gesto le responsabilità le ha buttate tutte su mio figlio».

L’indagine delle Forze dell’Ordine comunque è andata avanti: è di questi giorni l’arresto dei mandanti e presto sarà fatta giustizia.

Stefania continua: «Grazie ai soccorsi, ai medici che hanno iniziato a fare da subito delle terapie, abbiamo evitato il peggio. Siamo andati a Reggio, e lì la situazione, sempre grave, si è stabilizzata. Poi l’aggravamento la domenica mattina e il successivo trasferimento d’urgenza a Roma».

E Stefania prende una decisione ferma: la famiglia non si divide, si va tutti a Roma.

«Siamo stati insieme il più possibile, ho portato a Roma tutti i miei figli. Anche Francesco, il più grande, è venuto a Roma con noi fino a che non è iniziata la scuola. E anche in quei giorni ci chiamavamo spessissimo».

Con Francesco, il figlio più grande, Stefania ha un rapporto bellissimo. Quando lo vede un po’ assorto, triste, Stefania non perde l’occasione di ricordargli: «Francesco, fammi tutte le domande che vuoi, questa è una cosa che non può essere accantonata, dimenticata: se hai qualche domanda falla a me e non ad altri, altre persone non darebbero risposte adatte ad un bambino di nove anni».

È facile veicolare i pensieri di un bambino, ma questo nella famiglia Laganà non deve accadere. Sempre Stefania ci racconta che «lo scorso 20 novembre è stata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e ne ho approfittato per ringraziare pubblicamente tre persone che per me sono tutta la mia vita: i miei figli. A loro ho detto: “Il vostro sorriso, la vostra innocenza, mi ha insegnato a non nutrire sentimenti di odio o di vendetta”. I figli sono stati la nostra forza».

E conclude «Per ora mi basta pensare che siamo usciti da questo evento e il giorno che siamo tornati a Reggio, nella nostra terra, adorata terra, Antonino è sceso con i suoi piedi».

P.S.: Un abbraccio particolare da parte di Stefania e Carmelo va a tutta l’Amministrazione: «Ci sono stati vicini in tutti modi, sono stati unici, come una grande famiglia». E Carmelo ribatte «Mia moglie non ha ringraziato abbastanza: quello che hanno fatto per noi è stato eccezionale, vorrei ringraziare tutti, non vorrei dimenticare nessuno…».

Tranquillo Carmelo, il ringraziamento lo abbiamo già avuto: è il volto vispo e sorridente di Antonino.

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