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All’appuntamento romano sono esposti oltre tre quarti della produzione dell’artista veneto un appuntamento unico per scoprire paesaggi inediti sullo sfondo di temi religiosi.
di Silvia Manca

La mostra “Giovanni Bellini” è la seconda grande mostra monografica dedicata all’artista, proposta a quasi sessant’anni dalla precedente esposizione voluta da Rodolfo Pallucchini e inaugurata nel Palazzo Ducale di Venezia nel 1949.

L’esposizione espone oltre sessanta dipinti, ovvero i tre quarti della produzione certa del Maestro veneziano, arrivati dai più grandi musei del mondo, da Firenze a Milano a Venezia, da Parigi a Londra a Madrid, da Washington a New York a Ottawa e San Paolo del Brasile. Accanto alle grandi pale d’altare compaiono i temi sacri di committenza privata e pubblica, come le serie complete dei Crocifissi e le Pietà, oltre alla selezione dei prototipi nella produzione di Madonne e Ritratti e, soprattutto, le grandi allegorie e mitologie, con pezzi quali la Continenza di Scipione, un fregio di oltre tre metri, a simulare il marmo, mai uscito prima dalla National Gallery di Washington.

L’esposizione è anche occasione per una attenta revisione delle opere e della cronologia stessa del pittore veneziano. La lunga carriera di Giovanni Bellini, relativamente ben documentata nella parte finale, dopo il 1500 circa, lo è infatti molto meno per le fasi iniziali. L’avvio della carriera del pittore può essere ricostruita su considerazioni squisitamente filologiche, basandosi sulla più antica opera datata rimastaci, la Madonna degli Albereti, segnata 1487 e ora alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, quando l’artista era ormai ultracinquantenne. È stata così effettuata una completa ricognizione documentaria negli archivi veneziani e una vasta campagna di indagini scientifiche dai sorprendenti risultati che, oltre a svelare gli splendidi disegni sottostanti di Giovanni Bellini, ha anche offerto concreti aiuti per una riequilibratura cronologica del suo catalogo.

Figlio del celebre Jacopo, il capostipite di una bottega attivissima dove Giovanni si formò assieme a suo fratello Gentile, cognato di Andrea Mantegna, Giovanni operò tra la seconda metà del Quattrocento e il 1516 – l’anno della sua morte – in una Venezia che ospitava pittori come Antonello da Messina, Giorgione, Tiziano e tutti gli artisti più importanti di quel periodo.

Il celebre storico dell’arte Roberto Longhi nel suo Viatico ne parla come di “uno dei grandi poeti d’Italia”, proponendolo “prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero e di Antonello, in ultimo fin giorgionesco”. Una lettura che lo pone nel fulcro di quell’originale rinnovamento che disordina Venezia e la sua arte, permettendole di primeggiare a livello internazionale con una nuova poetica che ha fatto proprio e rielaborato il primo rinascimento fiorentino e l’esperienza lombarda.

Rinnovando la lezione di Piero della Francesca, Antonello da Messina, dei Fiamminghi e di Andrea Mantegna con il colore orientale e la spiritualità bizantina tipicamente veneziane, Giovanni Bellini è considerato l’artista che ha compiuto la prima vera unificazione linguistica “nazionale”, con un’arte che si pone al di là delle divergenze stilistiche locali e che si presenta come un’ineliminabile punto di riferimento. È lui, prima di Leonardo, ad essere considerato il grande inventore della rappresentazione dei sentimenti della natura, che offre opere di paesaggi che riassumono tutto ciò che fino allora si era visto in Italia e in Europa, con la figura umana immersa totalmente nello spazio circostante in rappresentazioni intimamente veneziane nella morbidezza della luce, nel realismo sobrio degli uomini e delle donne, nel gusto per i particolari vegetali colti nella loro identità botanica.

“Giambellino” muove i primi passi pittorici usando la tempera per poi arrivare a un utilizzo così sapiente dell’olio da impastare le forme degli astanti, seppur volumetricamente solide, con architetture e sfondi, offrendo il primo esempio italiano di uso “moderno” della tecnica importata dalle Fiandre. Giungendo alla fine della carriera a lavorare la superficie pittorica con le dita, sarà ideatore di quelle inusitate morbidezze cromatiche che apriranno la via a Giorgione e Tiziano.

Il primo piano della mostra, dedicato prevalentemente alla grande committenza pubblica, si apre con l’imponenza di sette metri di altezza dell’Incoronazione della Vergine, meglio nota come la Pala di Pesaro (Musei Civici). L’opera, che si colloca alla metà esatta degli anni Settanta del Quattrocento, rappresenta, nella sostituzione del fondo oro della tradizione con un paesaggio aperto dove si fondono architetture, figure e paesaggio, e nella traduzione del rapporto tra l’umano e il divino in termini molto naturali attraverso l’effetto di “quadro dentro il quadro”, un’autentica rivoluzione nella pittura sacra del secolo. La particolare stesura della tempera a minuscoli tocchi ravvicinati inoltre, sembra quasi far fermentare la materia cromatica imbevendola di luce.

Le sale successive mostrano l’iter artistico e umano dell’artista presentando tutti quelli che saranno i temi devozionali tanto cari al pittore – la Madonna con il Bambino, la Pietà, il Cristo crocifisso – a partire dall’esordio nella cultura gotico-internazionale respirata nella bottega paterna – evidenziata nel San Gerolamo in penitenza (Birmingham, The Barber Institute of Fine Arts) esemplato a partire da un disegno del padre Jacopo – e nell’incontro con la cultura padovana di Squarcione e Donatello filtrata attraverso la lezione del cognato Andrea Mantenga evidente in opere quali la Trasfigurazione e la Crocifissione (Venezia, Museo Correr) e Le Pietà di Bergamo (Accademia Carrara) e Venezia (Museo Correr). In particolare, nella Trasfigura­zione, la linea asciutta e incisiva, l’enfasi posta sugli scorci e l’accentuato sottinsù del gruppo divino appaiono debitori dei modi padovani, mentre l’attento studio dei fiamminghi conferisce importanza alla luce e al colore: è un evento miracoloso inserito in un’atmosfera naturale.

Gli anni Settanta evidenziano il dialogo di Giovanni con Piero della Francesca e Antonello da Messina in vista della nascita di un “paesaggio umanistico”.

Probabilmente eseguita nel 1472 per la Cappella di San Nicola in Palazzo Ducale a Venezia, il Compianto su Cristo morto (Venezia, Palazzo Ducale) rappresenta la prima committenza di Giovanni per il palazzo veneziano per eccellenza, sede del Doge e del governo della Serenissima, dove, dal 1479 Giambellino sarà impegnato nelle decorazioni della Sala del Maggior Consiglio. Queste opere e molte altre – ad esempio la Continenza di Scipione (Washington, National Gallery of Art) tema sviluppato in un fregio d’apparenza marmorea di oltre tre metri destinato al committente Francesco Corner a decoro di una camera del suo palazzo a Venezia – che mostrano un Bellini pittore ufficiale e illustratore della storia nella quale vuole identificarsi l’oligarchia veneziana, forniscono anche una dimensione della modalità con cui il pittore trattò sempre, indistintamente, temi sacri e profani della grande committenza, riutilizzando cartoni e motivi iconografici, pur variandoli tecnicamente e avviando quelle sperimentazioni che condurranno alla pennellata sfrangiata di Tiziano.

Il Battesimo di Cristo della chiesa di Santa Corona a Vicenza posto a chiusura del primo piano della mostra e la Resurrezione di Berlino (Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie) mostrano, l’una con la morbida fusione tra figure e natura e l’altra con la straordinaria importanza conferita al cielo e al paesaggio, gli esiti moderni che la pittura del Bellini ha raggiunto all’aprirsi del Cinquecento.

Ancora, nella settima sala, l’attenzione alla sensazione atmosferica dei suoi dipinti è testimoniata da quattro opere nelle quali la composizione emerge da un fondo scuro e indefinito, che non dà spazio ad alcun elemento di decoro e attrae l’attenzione sul rapporto tra luce e ombra, preannunciando i celebri notturni secenteschi.

L’ottava sala, che si dispiega tra Madonne ed allegorie, ricorda come, nell’immaginario popolare, il nome di Giovanni Bellini viene associato a quello del più noto pittore di Madonne fra tutti. Per tutta la vita l’artista lavorò costantemente su questo tema, offrendo una personalissima versione dell’amore tra Madre e Figlio nella quale traspare una spiritualità che permette di mostrare tutta l’umanità e la tenerezza di questo tema religioso. Alcune di queste Madonne saranno a volte dei prototipi per decine e decine di copie eseguite dalla bottega. L’avvio stesso della carriera del pittore può essere ricostruito su basi filologiche proprio da una Madonna segnata 1487 che l’artista dipinse quasi cinquantenne considerata la più antica opera datata rimastoci: la Madonna degli Albereti (Venezia, Gallerie dell’Accademia).

Criptica e misteriosa resta invece l’Allegoria sacra (Firenze, Galleria degli Uffizi), una delle tavole più studiate e misteriose del Rinascimento italiano, forse anch’esso una Sacra conversazione, ma espressa attraverso una serie di allusioni simboliche che rimandano, secondo Giulio Carlo Argan, “all’identità… di umanità e natura…al risolversi della mitologia naturale, classica, in una mitologia spirituale, cristiana”.

La sacralità della natura sembra essere elemento costante della pittura del Bellini, anche nelle smaltate cromie della Sacra Conversazione Giovanelli (Venezia, Gallerie dell’Accademia) che adotta il nuovo formato orizzontale per dare maggior respiro a figure integrate in un aereo paesaggio marino.

L’ultimo telero di Giovanni Bellini, l’Ebrezza di Noè (Besançon, Musée des Beaux-Arts et Archéologie) con il quale si conclude anche questa breve visita tra le sue opere, è stato definito dal Longhi “la prima opera della pittura moderna”. Lo sconvolgimento degli schemi spaziali tradizionali con le quattro figure proposte in grande scala e affacciati sul primo piano – espediente di matrice nordica – porta lo spettatore a un passo dai protagonisti. La tematica – il vecchio Noè scomposto dalla sua ebrezza deriso dal figlio degenere Cam mentre Sem e Jafet, chiamati dal fratello a condividere lo scherno, distolgono rispettosamente lo sguardo ricoprendo il padre/patriarca dalla sua nudità – appare come una metafora della società e dello stato, dove Giovanni condanna la diffamazione dell’ignorante e del superbo nei confronti del giusto e del sapiente, l’oltraggio del cattivo suddito nei confronti dell’autorità. L’opera rimanda forse anche all’amara riflessione sulle sorti della città, indebolita dalla crisi del governo e della giustizia.

Riflessioni in vecchiaia di un artista sulle sorti di una città che lascia in eredità – pittorica – a coloro ai quali questo stesso dipinto fu attribuito per la sua straordinaria modernità: Tiziano e Lorenzo Lotto.

Giovanni Bellini
A cura di Mauro Lucco e Giovanni C.F. Villa
30 settembre 2008 - 11 gennaio 2009
Scuderie del Quirinale
Via XXIV Maggio 16, Roma
da domenica a giovedì
dalle 10.00 alle 20.00
venerdì e sabato
dalle 10.00 alle 22.30
Info: tel. 06 39967500
www.scuderiedelquirinale.it

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