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Una vera esecuzione dove Raoul Bova, testa rasata e tuta arancione, viene condotto alla sedia elettrica: è un cortometraggio, tutto italiano, realizzato per diffondere in tutto il mondo un messaggio contro la pena di morte.
di Pier Paolo Mocci

Bastano 15 secondi per morire su una sedia elettrica. Perché è di 15 secondi il tempo necessario alla scarica per portarti al creatore, mentre la mano del boia resta bloccata sulla leva spinta verso il basso.

Voleva fare qualcosa Raoul Bova per manifestare il proprio dissenso contro una pratica ancora fortemente in uso in tutto il mondo, specie in Cina, in alcuni stati d’America e nei paesi africani sottosviluppati (100 mila esecuzioni negli ultimi dieci anni solo in Cina, 667 condanne dal 1998 al 2007 in alcuni stati d’America e altre centinaia in Iran, Iraq e nei paesi africani sottosviluppati). È nato così “15 seconds”, un cortometraggio che farà il giro del mondo, interpretato da decine di attori del cinema italiano. «Ma non voglio che venga proiettato in sala prima di un film – spiega Raoul Bova, anche produttore insieme alla moglie Chiara Giordano – stiamo lavorando affinché venga proiettato nei licei, non solo italiani, ma di tutto il mondo. Per sensibilizzare i giovani e regalargli una battaglia civile in cui credere e combattere». Non è mai stato così battagliero Raoul Bova, deciso con questo cortometraggio ad arrivare fino alle Nazioni Unite e magari gettare un sassolino nell’oceano, dopo aver sensibilizzato e raccolto consensi dal Parlamento europeo in occasione della giornata mondiale contro la pena di morte. «È anche quello il nostro obiettivo, perché quella è una delle sale più influenti e sensibili del pianeta. Abbiamo dei contatti, ci hanno già dato un segnale, vedremo». In poco più di dieci serratissimi minuti dal ritmo incalzante (la regia è di Gianluca Petrazzi), ecco un irriconoscibile Bova completamente rasato con la tuta di forza arancione, detenuto in un penitenziario americano, mentre due secondini (uno è Claudio Santamaria) lo prendono sotto braccia per accompagnarlo sulla sedia elettrica. E in quell’infinito corridoio verso la morte, scorrono i flashback del presunto assassinio che ha valso la condanna al nostro protagonista. «Non ho mai visto Raoul così determinato – spiega la moglie Chiara Giordano – credo sia la sua più intensa interpretazione. Ma la scena in cui lo legano sulla sedia non l’ho voluta vedere, mi stavo sentendo male. Ero in un’altra stanza e sul set c’era un silenzio irreale, sembrava quasi una vera esecuzione per quanta serietà e professionalità hanno messo tutti». Già, praticamente mezzo cinema italiano, da Claudia Pandolfi ad Enrico Lo Verso, da Valerio Mastandrea a Ricky Menphis, da Giorgio Pasotti a Nicoletta Romanoff, da Nino Frassica ad Enzo Salvi, nel ruolo del boia, e con Erri De Luca come voce narrante del drammatico documentario finale (con numeri ed immagini raccapriccianti). «Per un attore questo è il modo di manifestare la propria posizione – spiega Claudia Pandolfi che, nel corto, è la poliziotta che dà il segnale al boia – il silenzio equivale all’assenso e io in questa battaglia ci credo e voglio esserci». «È un dramma che coinvolge tutti – racconta Claudio Santamaria – perché tocca uno dei comandamenti che dice “Non uccidere”. Nessuno ha il diritto di uccidere. E se lo Stato uccide diventa a sua volta colpevole, condannabile con la pena di morte».

Bova, dopo la produzione del corto “3,47” sulle morti bianche per la regia di Valerio Mastandrea, ecco un nuovo progetto d’altissimo impegno sociale e civile.

«Non volevo rimanere con le mani in mano, molti parlano e alla fine non concludono nulla. Io invece sono rimasto colpito da quanto fa l’associazione “Nessuno tocchi Caino” impegnata contro la pena di morte. Entrare in contatto con loro, specialmente con Emma Bonino, e vedere la passione con cui portano avanti la lotta per i diritti umani è stata determinante per questo lavoro. Volevo attivarmi e fare qualcosa di concreto anch’io, e il mezzo più incisivo che conosco e che so usare è il mio lavoro. Cercavo un’idea forte e un giorno Gianluca Petrazzi, il regista, mi ha parlato di questa storia, e ho pensato che potesse essere l’occasione giusta. Ho investito così soldi miei, visto che gli sponsor che si erano fatti avanti poi sono spariti e abbiamo iniziato a girare questa storia di un ragazzo, forse innocente, condannato alla sedia elettrica».

È quasi un manifesto del cinema italiano contro la pena di morte.

«Hanno partecipato in tanti, tutti gratuitamente ma con tanto entusiasmo e con gioia, abbandonando i rispettivi set che avevano in giro per l’Italia per dedicarsi a un progetto importante come questo. I primi segnali incoraggianti stanno già arrivando: giorni fa siamo stati al Parlamento europeo e ci hanno spiegato come noi italiani risultiamo i più attenti al problema. Ecco: una volta che siamo primi in qualcosa non possiamo smettere di combattere la nostra battaglia. Ora la nostra ambizione è quella di arrivare alle Nazioni Unite».

Che effetto fa interpretare un condannato che percorre fisicamente il corridoio aperto sulla stanza della morte?

«È stata indubbiamente la prova più difficile della mia carriera. Abbiamo girato in tre giorni e durante le riprese sul set c’era un silenzio “assordante”. Un silenzio di rispetto e di dolore per quello che stava accadendo. Ho cercato di immedesimarmi il più possibile e di restituire con la sofferenza del mio corpo, del mio volto e del mio sguardo la barbarie della sedia elettrica».

Ha avuto paura?

«Era finzione ma il momento in cui il boia ha messo la mano sulla leva per l’esecuzione mi si è raggelato il sangue».

Nel cortometraggio si evince l’ambientazione americana. Crede che con la vittoria di Barack Obama qualche Stato possa abolire la pena di morte?

«Me lo auguro, anche se purtroppo non spetta solo al presidente degli Stati Uniti prendere una decisione del genere. Ogni stato ha le sue leggi federali dalla burocrazia e legislatura molto articolate. Ma a quanto so il presidente può concedere la grazia e credo che Obama, essendo un democratico, si attiverà subito affinché questa pratica da Medioevo possa essere definitivamente soppressa».

LA PENA DI MORTE NEL MONDO

Secondo l’ultimo dossier dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino” i paesi totalmente abolizionisti sono 95; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 4; i paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44. I paesi mantenitori della pena di morte sono 47, a fronte dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.

Nei primi nove mesi del 2008 è diminuito il numero di paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali: sono stati 18, a fronte dei 26 del 2007 e dei 28 del 2006. Nei primi nove mesi del 2008, vi sono state almeno 5.454 esecuzioni, a fronte delle almeno 5.851 del 2007 e delle almeno 5.635 del 2006. Una diminuzione significativa rispetto allo stesso periodo del 2007, dovuta sicuramente all’approvazione, il 18 dicembre 2007, della risoluzione delle Nazioni Unite sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali.

Nei primi nove mesi del 2008 non si sono registrate esecuzioni in 6 paesi che le avevano effettuate nel 2007: Afghanistan (erano state 15), Bangladesh (6), Etiopia (1), Guinea Equatoriale (3), Kuwait (almeno 1) e Singapore (2).

Dei 47 mantenitori della pena di morte, 38 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 18 di questi paesi, nei primi mesi del 2008, sono state compiute almeno 5.409 esecuzioni, oltre il 99% del totale mondiale.

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