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Alla scuola di Formazione di Aversa si svolgono molti corsi per agenti di Polizia Penitenziaria e personale amministrativo, in un contesto di crescita che riguarda l’intero sistema.
di Alessandro Mauro

Quando andiamo a trovarla per farci raccontare vita e opere della Scuola di Formazione del Dap di Aversa, il direttore Laura Passaretti è indaffarata e contenta.

Sta coordinando gli ultimi ritocchi alla sala che di lì a qualche ora ospiterà il convegno Pericolosità sociale e società pericolosa (se ne parla a pagina 28) organizzato dall’attiguo ospedale psichiatrico giudiziario.

Il motivo della contentezza risiede in quella “apertura della scuola verso l’esterno” che Passaretti persegue con convinzione e di cui la scelta di ospitare il convegno è una delle testimonianze.

Nonostante il fermento della circostanza, però, per tracciare un profilo della scuola, definirne il presente e le prospettive, c’è bisogno di mettersi tranquilli per un po’. Così guadagniamo il suo ufficio, attraversando ampi corridoi, e strada facendo incrociamo aule in cui si stanno tenendo lezioni e poi un tatami dove invece si combatte corpo a corpo, due spazi che già dicono qualcosa su quanto articolato sia il percorso formativo che si tiene qui, e che riguarda tanto i neo assunti (in questi giorni tocca alle ragazze del 158° corso allieve agenti) quanto l’aggiornamento professionale per il personale in servizio.

Ce lo raccontano, insieme al direttore, il dirigente Giuseppina Levita, che è a capo dell’Area Segreteria, il commissario Egidio Giramma, comandante del Reparto, e il suo vice, l’ispettore superiore Tammaro Goffredo.

Inevitabile qualche cenno storico a un luogo che in effetti lo merita: a ospitare la scuola è infatti il Castello Aragonese, che vanta una storia plurisecolare come luogo di transito e dimora di re e regine (tra cui, pare, Giovanna I d’Angiò detta ‘la pazza’ a cui si ascrive la proprietà della splendida carrozza esposta ancora oggi nella scuola) e che è passato, nel Settecento, per un restauro voluto da Carlo III di Borbone e realizzato nientemeno che da Luigi Vanvitelli, tanto che c’è chi ravvisa affinità architettoniche con la Reggia di Caserta.

La storia più recente parla un’altra lingua, e passa per l’opera di Filippo Saporito, un frenologo aversano che ne determinò il restauro fino al farlo diventare, nel 1931, una ‘casa di cura e di custodia’ di cui fu anche il primo direttore.

Il resto porta dritto ai giorni nostri, e passa, andando per sommi capi, per una contrazione del numero degli internati che ha permesso di destinare circa metà dell’originario castello all’odierna scuola di formazione: un progetto di cui si è cominciato a ragionare negli anni Ottanta e che si è concretizzato con l’inaugurazione del 2002.

Da allora qui dentro si svolgono soprattutto lezioni per un’utenza che abbraccia tutte le figure professionali dell’amministrazione penitenziaria: agenti, che sono la maggioranza, ma anche tutti gli altri.

Si lavora a pieno ritmo, come attestano con chiarezza i numeri del 2007: poco meno di 500 corsisti. L’offerta formativa è a 360 gradi e copre tutte le esigenze della zona di competenza (come accade per le altre otto scuole del Dap presenti sul territorio nazionale), ma comprende anche il ‘supercorso’, della durata di un anno, per i neo assunti che provengono da tutto il territorio nazionale.

Corsi di questa dimensione, com’è ovvio, hanno carattere residenziale e richiedono alla scuola uno ‘spiegamento di forze’ che va ben oltre offerta formativa e scelte didattiche. La struttura infatti – come l’ispettore Goffredo illustra con dovizia di particolari – è, in un certo senso, anche un albergo, che attualmente annovera 50 stanze per complessivi 103 posti letto, ma prevede per il futuro numeri più che doppi: la prospettiva, a pieno regime, è infatti quella di avere 124 camere e 227 posti.

In effetti, sebbene la struttura possa senz’altro dirsi pienamente operativa, c’è un certo clima di work in progress che ne accompagna il desiderio di miglioramento continuo: è già funzionante una biblioteca, sebbene in fase di completamento, ed è prevista un’aula magna da 250 posti, attrezzata per la traduzione simultanea.

Proiezioni future a parte, comunque, l’attuale dotazione per la didattica appare di tutto rispetto: un’aula da 70 posti, due da 36 posti e una da 30 ospitano abitualmente le lezioni, mentre altre tre aule da 30 posti permettono lo svolgimento di gruppi di lavoro. Il tutto corredato con proiettori, pareti attrezzate e ogni dispositivo per agevolare l’attività formativa, compresa un’aula informatica da 25 postazioni e una sala predisposta per la videoconferenza.

Completano il quadro – dato che qui, come si è visto, c’è anche chi ci vive – una sala ricreativa e una palestra ‘polifunzionale’, che in qualche caso integra l’attività didattica ma può essere utilizzata da chiunque lo desideri.

Anche passando dal contenitore al contenuto il discorso rimane vasto e articolato: corsi di diversa lunghezza (da pochi giorni a un anno, ma ce ne sono anche da quattro mesi e semiresidenziali) e con un approccio didattico che varia a seconda dei destinatari, e dunque delle mansioni da svolgere.

C’è però una costante: “È una formazione – spiega Levita – che confluisce sempre al detenuto: per meglio porre il personale, sia gli agenti di polizia penitenziaria sia gli amministrativi, nei confronti del detenuto”.

Le fa eco il direttore, con quella che sembra una battuta – “Possiamo dire che il detenuto è il nostro datore di lavoro” – ed è invece la sintesi di una condizione lavorativa del tutto particolare e degli altrettanto specifici bisogni formativi che ne derivano.

“La formazione – aggiunge il commissario Giramma – serve a far acquisire le giuste competenze al personale penitenziario in modo da offrire un servizio di qualità verso l’utenza, che nel nostro caso sono i detenuti”.

Questo, insomma, il quadro di riferimento, ed è bene sapere che non è un quadro statico. Partendo infatti dal presupposto che l’istituto di detenzione cambia con la società, viene sviluppato annualmente un piano di formazione, in cui svolgono un ruolo importante gli Uffici Formazione che, a livello regionale analizzano i bisogni formativi che provengono dal territorio.

Le aree di interesse, comunque, sono fondamentalmente tre: l’ambito “legislativo”, relativo a normativa e ordinamenti, quello “relazionale”, che spazia dalla comunicazione alla psicologia e viene considerato molto influente nel rapporto col detenuto e nella vita all’interno dell’organizzazione, e infine quello “tecnico-operativo” che può riguardare armi e difesa personale ma anche, per chi ha determinate mansioni, l’informatica.

Lo sforzo, si capisce, è quello di creare la massima rispondenza tra i pacchetti formativi offerti e l’effettiva realtà di chi opera nella ‘trincea’ carcere: “I corsi stessi sono un’occasione importante di relazione – spiegano Giramma e Goffredo –, ne traiamo delle indicazioni che possiamo tramutare in segnalazioni per l’amministrazione centrale affinché vengano attivate altre tipologie di corso”.

La ricettività, a quanto pare, non manca, e tutti concordano su come questi anni – cioè quelli di una scuola in effetti giovanissima – coincidano con un’impennata dell’attenzione agli aspetti formativi.

“La svolta – ricostruisce Goffredo – risale al 1990 con la riforma del corpo, che ha posto un’attenzione particolare sull’agente di polizia penitenziaria, non più soltanto addetto alla sicurezza, ma parte integrante di quelli che sono i progetti di recupero e di trattamento di tutto il sistema penitenziario”.

“Prima si era agenti di custodia – rincara la dose Levita – poi si è passati da una mentalità addestrativa a una formativa”.

La svolta, in effetti, c’è stata eccome, e ha comportato un ampliarsi vertiginoso delle mansioni – traduzioni, piantonamenti, servizi a cavallo, attività investigativa – che non poteva non riflettersi sull’ambito formativo.

Il resto lo hanno fatto i mutamenti della società, che oggi mette anche il carcere di fronte a una varietà linguistica, culturale e religiosa con cui è imprescindibile fare i conti. “Non a caso – spiega Passaretti – nei corsi il personale studia anche lingue e mediazione culturale: si dà la possibilità di interagire, di rapportarsi in maniera corretta, comprendendo il linguaggio dell’altro”.

A voler trovare un comune denominatore nelle parole di tutti, questo è la spinta a un miglioramento continuo e perseverante che ha per ‘doppio’ destinatario i colleghi e i detenuti.

E quando si chiede “Come va? A che punto siamo?” le risposte parlano convintamene di un livello professionale alto. Poi, i problemi non mancano, e per citarne uno: “È chiaro che non è facile fare trattamento in istituti sovraffollati”, come a dire che la buona formazione può essere condizione necessaria e non sufficiente.

Questo, però, è un discorso più ampio; mentre per quanto riguarda specificamente la scuola c’è magari da segnalare la mancanza di un organico effettivo, che “limita la capacità progettuale, non potendo fare affidamento con certezza su un numero preciso di persone”.

Le circa 40 unità che vi prestano servizio sono in effetti in assegnazione provvisoria. Diverso il discorso per il personale docente, che solo in parte proviene dall’amministrazione e comprende anche magistrati e professori universitari.

Le lezioni, frattanto, proseguono: comunicazione, procedura penale, mediazione culturale, psicologia (“perché l’agente vivendo di più col detenuto può anche cogliere, prevenire”), diritto penitenziario (“perché così si è anche in grado di fornire, a chi la chiede, una prima informazione sul funzionamento carcerario”).

“Se il sistema funziona in modo coerente, insomma, tutti ne beneficiano”. Su questo non paiono esserci dubbi. E così pure sul fatto che in questo funzionamento scuola e formazione rivestono un ruolo chiave.

“È un lavoro improbo – commenta il direttore pensando al contesto complessivo –, e talvolta ci si illude, però bisogna comunque perseguire questo scopo. Per far sì che migliori la società all’esterno. Noi abbiamo a che fare con l’essere umano privato della libertà. Il rapporto deve essere improntato al rispetto reciproco, altrimenti non si va avanti”.

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