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Sofferenze fisiche e psichiche, vita priva di ogni qualità e soprattutto intollerabile: possiamo scegliere di evitare tutto ciò? Possiamo decidere la nostra propria fine? E quali sono gli strumenti affinché solo nostra sia la responsabilità di un gesto estremo?

Periodicamente le cronache ci portano in prima pagina dibattiti sull’applicazione o meno dell’eutanasia e sul suicidio assistito.

Ogni nuovo caso riapre la discussione e chiede alla politica e all’opinione pubblica di esprimersi sulla liceità o meno di mettere fine alla vita, soprattutto per interrompere le sofferenze di malati terminali, costretti a “vivere” legati ad un macchinario.

Se da una parte la nostra sensibilità per i diritti umani ci porta a pensare che siamo legittimi proprietari della nostra vita, liberi di condurla come ci piace e perciò anche di interromperla quando l'esistenza ci appare troppo dolorosa o priva di significato, dall’altra la nostra anima religiosa, legata a valori antichi, ci ricorda che la vita umana è un bene incommensurabile, contornato da un'aurea sacra: non possiamo escludere l'esistenza di un essere supremo cui dobbiamo rendere conto e a cui dobbiamo la vita, e pertanto percepiamo la cosiddetta “morte dolce” come peccato.

Allo stesso tempo, ogni persona adulta e perfettamente in grado di decidere, non può lasciare ad altri la scelta del trattamento terapeutico da seguire, soprattutto se “gli altri” sono persone con cui si ha un legame di sangue ma non un rapporto basato sull’affetto e/o sulla fiducia.

Quando pensiamo all’accanimento terapeutico pensiamo a qualcosa che noi tutti vorremmo evitarci. L’accanimento terapeutico ha il suo contrario, l’astensione terapeutica e per spiegarla occorre parlare di eutanasia.

Oggi con eutanasia definiamo un atto, compiuto da medici o da altri, avente come fine quello di accelerare o di causare la morte di una persona. Un atto a termine di una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica che il malato, o coloro ai quali viene riconosciuto il diritto di rappresentarne gli interessi, ritengono non più tollerabile e priva di sollievi futuri. Con eutanasia attiva definiamo l’atto di determinare o accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci letali. Eutanasia passiva è invece il termine utilizzato (a volte impropriamente) per indicare la morte del malato determinata, o meglio accelerata, dall'astensione del medico (non per sua scelta!) dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa: ecco, questa è l’astensione terapeutica.

Insomma, non avviando determinate terapie, si lascia che la malattia faccia il suo corso naturale.

PAROLE DOLOROSE

Accanimento terapeutico

Quando il medico intende proseguire una terapia nonostante la lotta contro la morte non abbia più alcuna prospettiva di successo.

Comitato nazionale per la bioetica

Definisce i criteri da usare nella medicina e in biologia per tutelare i diritti umani ed evitare forme di abuso. Il Comitato ha anche il compito di garantire una corretta informazione dell'opinione pubblica sugli aspetti problematici e sulle implicazioni dei trattamenti terapeutici, delle tecniche diagnostiche e dei progressi delle scienze biomediche. Opera nell'ambito della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Eutanasia attiva

Da intendersi quando si mette fine alla vita di un malato terminale con un'azione diretta e volontaria. Un caso esemplare è la somministrazione al malato di un farmaco letale.

Eutanasia passiva

Da intendersi quando si mette fine alla vita del malato terminale sospendendo farmaci o terapie vitali, come l'alimentazione artificiale.

Eutanasia pediatrica

Interrompere trattamenti medici su pazienti terminali in età pediatrica, bambini e neonati.

Suicidio assistito

Altro termine per definire l'eutanasia, indica la situazione in cui il medico aiuta il malato terminale a morire. Il malato assume da solo un farmaco che è prescritto dal medico.

Terapia del dolore

In prevalenza si tratta di morfina e oppiacei, che hanno un potente effetto analgesico e sono usati per alleviare le sofferenze dei malati terminali, là dove le conseguenze della somministrazione di questi stupefacenti sono ininfluenti, rispetto alla necessità di migliorare la qualità di una vita che sta per spegnersi.

Testamento biologico

Documento scritto e firmato in cui ciascuno può far sapere le proprie volontà in materia di trattamento medico, per garantire che vengano rispettate, anche quando non ci fosse la possibilità di comunicarle. L'articolo 9 della Convenzione europea sulla biomedicina ne fissa i principi. In alcuni Paesi europei è già legge.

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