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A cura di Alessandro Mauro


Il convegno “Pericolosità sociale e società pericolosa”, svoltosi ad Aversa dal 6 all’8 novembre, ha coinvolto medici, psichiatri, giuristi e criminologi in un dibattito sul futuro della psichiatria forense.
Quella dei convegni, all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, è ormai una tradizione che vanta undici anni di storia, e che in questo arco di tempo ha declinato la sua spinta alla conoscenza in una pluralità di temi che incrociano i territori di psichiatria e criminologia: dal suicidio, al delitto in famiglia, al modo in cui la malattia mentale viene affrontata dai mass media e dunque presentata alla cittadinanza.
Si tratta, è evidente, di questioni che definire delicate è ancora troppo poco e il cui approfondimento scientifico è spesso preludio per l’azione, sia essa medica o normativa.
È esattamente il caso, almeno nelle premesse, del convegno tenutosi dal 6 all’8 novembre scorsi, fortemente voluto da Adolfo Ferraro, che della struttura di Aversa è il direttore, e che dell’attività convegnistica che punteggia l’operato del più antico ospedale giudiziario d’Italia è l’anima sin dall’inizio del suo incarico.
E se vi fossero dubbi sul fatto che l’appuntamento di Aversa, ospitato dalla vicina Scuola di Formazione del Dap, non sia stato concepito come ‘pura’ occasione di discettazione dotta, e punti invece a incidere sul reale, c’è un titolo, Pericolosità sociale e società pericolosa, che se guardato con attenzione va già al nocciolo dei problemi che il convegno ha inteso affrontare.
Per cercare di inquadrarlo, il nocciolo, occorrerà fare, come è tipico, qualche passo indietro, transitando ad esempio per il passaggio di definizione, avvenuto nel 1975, da “manicomio criminale” a “ospedale psichiatrico giudiziario”.
“Ma non basta mettere l’adesivo della Ferrari a una Cinquecento” spiega Ferraro con una battuta, alludendo al fatto che il nodo sull’effettiva natura degli Opg (carceri? Ospedali?) è tutt’altro che sciolto.
Ne sono prova, qui e ora, le difficoltà di applicazione del Dpcm, emanato in aprile dal precedente governo, che trasferisce alla sanità pubblica tutto l’ambito della sanità penitenziaria (lo stesso Ferraro, per anni alle dipendenze del Dap, è passato da qualche mese alla sanità) ma spesso si scontra sul territorio con carenze di fondi, mezzi e preparazione. Lasciando così sostanzialmente inalterata – pur nel pieno riconoscimento del diritto alla cura come condizione fondamentale – la collocazione degli ospedali psichiatrici giudiziari, in perenne bilico tra l’essere luoghi di cura e istituzioni deputate alla difesa sociale.
“Mentre nel carcere sono malati soltanto alcuni – argomenta Ferraro –, e perlopiù per un periodo, qui non ce n’è uno che non prenda delle medicine, e questo dovrebbe condurre verso un riconoscimento tutto sanitario della situazione. Il grande rischio è che questi posti si trasformino in carceri con le persone malate dentro, il che sarebbe uno scandalo sotto molti punti di vista”.
I numeri con cui il direttore correda il suo punto di vista sono impressionanti: “Quasi il 60% degli internati, per noi psichiatri, non sono più socialmente pericolosi”, e basta pensare che si parla di 1.200 persone su tutto il territorio nazionale e 270 solo ad Aversa (che peraltro dovrebbe ospitarne un centinaio di meno) per capire le dimensioni del problema.
Per inquadrane invece l’origine, ci vuole un altro passo indietro, stavolta più grande: “Queste strutture – spiega Ferraro – si basano sull’applicazione delle misure di sicurezza sancite dal Codice Rocco, che dice che quando un soggetto commette un reato, ma è riconosciuto incapace di intendere e di volere nel momento in cui l’ha commesso, non viene giudicato normalmente, nel senso che viene prosciolto, non paga. Se però questo stesso individuo è riconosciuto socialmente pericoloso (una definizione presente nel codice), ovvero se c’è la possibilità che il reato venga commesso di nuovo, gli viene comminata una misura di sicurezza che a seconda dell’entità del reato può avere una durata di due, cinque o dieci anni”.
Può però darsi il caso – e proprio questo è il punto – che la pericolosità sociale sia considerata permanente. In effetti, l’accertamento della condizione che sta alla base della permanenza in queste strutture, è fondamentale anche per quanto riguarda la dimissione.
“Il paradosso – chiarisce Ferraro – può essere quello di una persona che ruba una mela, si fa i due anni, e poi se i successivi riesami danno un determinato esito, rimane qua dentro tutta la vita, il che dal punto di vista dell’ospedalizzazione mi pare un eccesso”.

Senza contare che alla presa d’atto di una cessata pericolosità sociale, deve corrispondere una possibilità di accoglienza da parte della società, ed è qui che il paradosso si fa più brutale: “Se la persona sta bene, nel senso che le cure presso questa struttura sono state tali da metterlo nella condizione di rientrare in una situazione di vita normale, ma sul territorio ci sono problemi tipo servizi sociali che rifiutano di prenderlo, o che non sono idonei per questo tipo di pazienti, oppure famiglie che non sono nella condizione di accoglierlo, questa persona rimane qui dentro. La pericolosità sociale perciò nasce non tanto dalle condizioni psichiche di queste persone, quanto all’accoglienza che possono o non possono avere nell’ambito esterno: da qui viene il gioco di parole nel titolo del convegno. Il problema è anche dolorosamente economico: un paziente rinchiuso in questa struttura costa 50 euro al giorno, mentre un paziente psichiatrico in una struttura esterna costa dai 150 ai 200 euro al giorno”.
Dunque, come minimo, parliamone: è parsa essere questa la premessa di un convegno necessa­­ria­mente rivolto a una pluralità di istituzioni e di intelligenze – giuridiche, mediche, psichiatriche – e immaginato con l’obiettivo preciso di mettere in comunicazione psichiatria forense e sanità territoriale.
Missione compiuta: questo almeno dicono le 900 presenze fatte registrare nei tre giorni di attività, contrassegnati per giunta da una grande partecipazione di psichiatri, giuristi e criminologi, nonché da una significativa presenza dell’Amministrazione Penitenziaria.
L’apertura dei lavori è toccata a Romolo Rossi, ordinario di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Scienze Psichiatriche dell’Università di Genova, che elencando i profili di diversi serial killer, e mostrando come non tutti fossero ascrivibili a un quadro di malattia mentale, ha messo in chiaro da subito quando mutevole, e in qualche caso insondabile, sia il concetto di pericolosità.
Da qui ha preso le mosse un’articolata serie di contributi – tra cui quelli di studiosi del calibro di Francesco Bruno, Vincenzo Mastronardi e Massimo Picozzi – su cui la pubblicazione degli atti del convegno, prevista per il prossimo febbraio, potrà fornire un quadro completo.
Tra gli interventi chiave della tre giorni è bene però menzionare almeno quello di Ugo Fornari, ordinario di Psicopatologia Forense presso l’Università di Torino e autore di un intervento che si è incentrato sull’individuazione di indicatori clinici da considerare in misura crescente, perché capaci di ampliare l’orizzonte conoscitivo, in materia di accertamento della pericolosità sociale psichiatrica.

Altrettanto rilevanti, da un differente punto di vista, sono parsi gli apporti di Giuliano Balbi e Luigi Kalb, rispettivamente ordinario di Diritto Penale alla Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli e ordinario di Procedura Penale all’Università di Salerno, che hanno scandagliato la questione dal punto di vista giuridico, individuando nuovi margini di praticabilità per il reinserimento sociale.
In materia di reinserimento, poi, il convegno ha anche fornito esperienze concrete, come quella descritta da Francesco Cantore, direttore dell’Unità Operativa Socio Psichiatrica di Eboli, in merito alle significative esperienze condotte sul territorio con pazienti dimessi dall’Opg.
Di grande interesse inoltre, in una trattazione che nella multidisciplinarietà ha uno dei suoi requisiti chiave, la testimonianza di Giuseppe Sartori, ordinario di Neuropsicologia Forense e direttore del master in Psicopatologia e Neuropsicologia Forense presso l’Università di Padova, che in un intervento dedicato all’interazione tra neuroscienze cognitive e psichiatria forense, ha relazionato la platea in merito alle esperienze da lui condotte sulla correlazione tra alcune aree del cervello e l’aggressività dei comportamenti, un versante di studio che appare ricco di potenzialità anche sotto il profilo terapeutico.
Si tratta di sassi, certamente più d’uno, gettati nelle acque non certo tranquille di un dibattito che è senza dubbio partito da una tesi – quella di una “sanitarizzazione volta a migliorare gli aspetti di cura, ma soprattutto a rimettere sul territorio i pazienti” – e gestito con il coraggio intellettuale di chi mette sul piatto più domande che risposte, perché solo nel confronto tra i saperi, nella messa in comune delle risorse, possono nascere risposte condivise, capaci di incidere sulla realtà. Cioè, probabilmente, le sole risposte che contano.   

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