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«L’azione del Governo deve farsi carico con responsabilità di quegli aspetti del sistema giustizia che più pesano sulla collettività», questo l’impegno del ministro Mastella all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario
di Rossana Arzone

Una riforma profonda e improcrastinabile perché il servizio giustizia possa rispondere sempre più e sempre meglio alle aspettative dei cittadini e alle esigenze di una civiltà moderna.

Questo il messaggio di fondo emerso dalla relazione sull’attività giudiziaria del 2006 con cui il Presidente della III Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, Gaetano Nicastro, ha inaugurato l’Anno Giudiziario, il 26 gennaio scorso, di fronte alle più alte cariche dello Stato (erano presenti tra gli altri, il Capo dello Stato Giorgio Napolitano e il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei) e, per la prima volta, dei ministri della Giustizia europei e del Commissario Europeo Franco Frattini. Nelle 60 pagine della relazione sono stati evidenziati problemi vecchi e nuovi della giustizia italiana. Vecchi come la durata dei processi e nuovi come «il grande numero di infortuni sul lavoro, con una notevole ed inaccettabile incidenza di esiti nefasti» o come «il problema di stabilire se e quando sia legittimo interrompere il trattamento terapeutico dei malati terminali». «Se lo Stato italiano – ha detto il Presidente Nicastro – dovesse risarcire tutti per l’irragionevole durata dei processi, non basterebbero, è stato detto, tre finanziarie. Il problema non è, tuttavia, quello di evitare le condanne dello Stato italiano, bensì di assicurare quello che è ormai definito, con termine in fondo improprio, ma caustico, il “giusto processo”, il tempestivo riconoscimento del diritto, il tempestivo proscioglimento dell’innocente o l’applicazione della pena al colpevole». È su questo terreno che il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, nella sua relazione ha voluto rilanciare una sfida: quella, appunto, della diminuzione della durata dei processi, indicando in cinque anni il termine di questa sfida. «L’azione del Governo – ha detto il ministro della Giustizia – deve farsi carico con responsabilità di quegli aspetti del sistema Giustizia che più pesano sulla collettività. Innanzi tutto i tempi, di cui la gente non comprende la continua dilatazione. (…) La mia posizione è chiara – ha continuato Mastella – e senza ambiguità: ridurre i tempi massimi del processo comparato agli standard quinquennali imposti dalla nostra appartenenza all’Europa della Giustizia è possibile ed è necessario. Processi più rapidi – ha continuato – giovano a tutti i soggetti coinvolti, trasformando garanzie meramente formali in tutela effettiva delle persone e della società». Per il ministro della Giustizia,arrivare a processi che durino al massimo 5 anni si può e si deve. «Si deve – ha detto il Guardasigilli – se si è tutti convinti della centralità del sistema Giustizia vero pilastro democratico per la difesa dei diritti individuali e la sicurezza dei cittadini, si deve se condividiamo l’esigenza di riannodare il rapporto di fiducia tra Giustizia e cittadini, perché la Giustizia è rispettata quando funziona. Si deve, se si vuole che nell’Europa della libera circolazione delle persone e della proclamazione dei diritti fondamentali, nell’Europa del pluralismo della solidarietà, della tolleranza e della non-discriminazione, corrisponda un livello omogeneo di protezione dei diritti individuali garantito da sistemi giudiziari nazionali indipendenti, sicuri, accessibili ed efficaci». Intanto per ora la macchina giudiziaria continua ad arrancare e ci vogliono circa 400 giorni per produrre una sentenza penale di primo grado (887 giorni nel civile) e le cose vanno ancora peggio se il processo si celebra davanti ad un collegio o in Corte d’Assise. «Un trend negativo irreversibile» ha detto il Presidente della Corte d’Appello, Giovanni Francesco Lo Turco, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte d’Appello. Anche qui la lentezza della giustizia è stato il filo conduttore: una lentezza definita «insopportabile» da Lo Turco e «incivile» dal Procuratore Generale, Salvatore Vecchione. Qualche buona notizia però dal quadro fatto dalla relazione del Presidente Nicastro, è emerso. È considerevolmente diminuito, per esempio, il numero dei reati denunciati (che registrano una riduzione dell’11,51%), anche se rimane eccessiva la percentuale di quelli ad opera di ignoti. »Un dato confortante – si legge nella relazione – deriva dalla riduzione pressoché generalizzata di tutte le tipologie di reati, compresi gli omicidi volontari (passati da 3.074 a 2.759) e gli omicidi colposi (che registrano un -9,48%), ma anche le rapine, che aggiungono una riduzione del 15,83%, anche se talvolta con conseguenze luttuose, le estorsioni (passate da 217 a 173) e i sequestri di persone (da 615 a 545), i reati di violenza sessuale (da 5.505 a 5.026), le truffe (da 150.148 a 116.122) e persino il traffico di stupefacenti (da 35.390 a 33.859). Un prevedibile aumento hanno, invece, subito le violazioni delle leggi in materia di immigrazione, la contraffazione e l’alterazione di marchi e l’uso di marchi contraffatti. In leggera diminuzione, infine, il numero di minorenni resisi responsabili di reati. «Nella lotta alla criminalità – ha detto Nicastro – si sono distinte, come in passato, le Forze dell’Ordine – Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza ed altri Corpi (…) Anche la Polizia Penitenziaria ha svolto con abnegazione il suo compito nella difficile situazione delle affollate carceri italiane. E rivolgendomi a loro mi permetto di invitarle a non farsi prendere dallo scoramento allorché la loro azione sembra frustrata dall’applicazione di alcune leggi. Da fedeli servitori dello Stato, tutti dobbiamo sottostarvi, considerando i grandi ideali che ad esse sono spesso sottesi». Nicastro si è poi soffermato ad analizzare le novità nel campo delle organizzazioni criminali dove accanto alle organizzazioni di matrice mafiosa «si uniscono ora, stabilmente installate nel nostro territorio, organizzazioni criminali straniere, ognuna con proprie caratteristiche: mi riferisco – ha precisato il Presidente Nicastro – alla criminalità albanese, rumena, bulgara, russa, nord-africana, sud-americana e cinese. Desidero chiarire – ha aggiunto –, anche se può considerarsi lapalissiano, che con tali raggruppamenti di matrice etnica non si intendono esprimere giudizi criminalizzanti su intere compagini nazionali, quanto individuare quei limitati gruppi criminali enucleatisi dalle stesse, come del resto per le organizzazioni autoctone. Né si può ignorare il contributo che i lavoratori stranieri danno alla nostra economia, confermato da recenti indagini». Di «spirito nuovo» ha parlato il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che nella sua relazione ha voluto ribadire che «lo scontro sulla Giustizia sui temi della disciplina dell’accesso in Magistratura, delle carriere dei Magistrati distinte nelle funzioni giudicanti e requirenti, della natura e del ruolo del P.M., non poteva durare». E che proprio «sulla iniziativa del Governo in carica di sospendere i decreti delegati che più degli altri avevano fatto registrare divisioni nel Parlamento e nel Paese, ha avuto avvio l’attività del nuovo Consiglio Superiore». Il cambiamento in atto, però non entusiasma il Procuratore Generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli che parla della separazione delle funzioni tra giudici e PM voluta dalla riforma Castelli, e ora congelata temporaneamente dal nuovo Governo: «a mio giudizio – ha sottolineato – è proprio nell’interesse dell’imputato che il Magistrato che svolge funzioni di Pubblico Ministero abbia l’habitus mentale del giudice e cioè tenda alla sola ricerca della verità senza acquisire una mentalità agonistica e persecutoria». Una macchina comunque complessa e lenta quella della giustizia dove la carenza di mezzi e strutture fa sì che la stragrande maggioranza dei giudici lavori tra mille difficoltà, una Giustizia che necessita quindi, a parere di tutti, di una profonda riforma. Ed è proprio su questo tema che torna ancora Nicastro, nel chiudere la sua relazione: «Pur con il riconoscimento e l’ossequio dovuto ai legislatori del passato – ha detto – e alle nostre grandi tradizioni giuridiche vorrei invitare ad operare con spirito veramente innovativo, consono alle attuali dinamiche sociali ed economiche». (Foto di Paolo Pivetta)

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