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Sono più di 2 milioni le persone disabili in Italia. I problemi legati alla loro partecipazione alla vita sociale e al lavoro sono sempre più attuali

 

di Daniele Autieri

 

 

 

Un sottile filo rosso collega tra loro la ritorsione contro il giovane, colpevole di aver sventato un furto su un bus romano, con il pestaggio che quattro ragazzi di Milano hanno praticato su un loro compagno di scuola e con l’episodio di violenza di un minorenne che, nel centro di formazione di Rozzano, ha spento due sigarette sul collo di un coetaneo. Sono tutti atti, consegnati alla cronaca recente, di becero bullismo indirizzato sempre contro le stesse vittime: i disabili. Quelli che un tempo erano solo sintomi di una malcelata rottura del contratto non scritto ispirato alla solidarietà sociale, alla comprensione condivisa e alla disponibilità compassionevole sembrano oggi essersi trasformati in drammatici campanelli d’allarme. A ciò si aggiunge la crudeltà spicciola che accompagna molti di questi gesti, come il fenomeno sempre più diffuso della registrazione dei pestaggi e soprattutto della loro condivisione su Internet. Un mare di incomprensione sotto il quale cova il pericolo di un’integrazione incompiuta, recentemente confermato anche da alcune statistiche dedicate al grado di partecipazione sociale dei disabili. Negli ultimi dodici mesi, solo il 28,2% dei portatori di handicap si è servito di un ufficio anagrafico contro il 47,1% delle persone senza disabilità. Differenze che rimangono significative anche per le operazioni compiute all’ufficio postale (49,3% dei disabili contro il 70,9% dei non disabili) e in banca (32,5% dei primi contro il 61,7% dei secondi). Numeri indicativi che, tuttavia, riflettono solo in parte le tante sfaccettature di un fenomeno complesso e variegato che interessa trasversalmente l’intera società e che, da vicino o da lontano, coinvolge la maggioranza dei cittadini. In base alle ultime stime registrate, in Italia le persone con disabilità sono 2 milioni 615mila, pari al 5% della popolazione totale. Il dato, tuttavia, si basa su un criterio molto restrittivo, che prende in considerazione solo le persone che hanno denunciato una totale mancanza di autonomia nell’espletamento di almeno una funzione nella vita quotidiana. Se invece si considerano tutte le persone che comunque manifestano difficoltà nello svolgimento di queste funzioni, la stima sale e coinvolge 6 milioni e 980mila individui, il 13% della popolazione. Nella definizione di una fotografia approfondita del fenomeno, l’età resta comunque una discriminante di primo piano. Tra le persone ultrasessantacinquenni la quota di popolazione con disabilità è del 19,3% e raggiunge il 47,7% (38,7 per gli uomini e 52 per le donne) tra gli anziani che abbiano superato gli ottanta anni d’età. Distinzioni che si evidenziano anche analizzando separatamente uomini e donne: i primi rappresentano infatti il 34% dei disabili contro il 66% delle seconde. Piccole differenze emergono poi anche territorialmente dove si riscontra un differenziale tra l’Italia settentrionale e quella meridionale ed insulare. Se nell’Italia insulare il tasso di disabilità è pari al 6%, si attesta al 5,2 nell’Italia meridionale, al 4,4 nelle regioni nord-orientali e al 4,3 in quelle nord-occidentali, mentre il centro si mantiene nella media del 4,8%. Il dati coincidono anche con quelli abitualmente riscontrati negli altri Paesi industrializzati, ma allo stesso tempo confermano la trasversalità del fenomeno e la sua presenza su tutto il territorio. Forse anche per queste ragioni il tema della disabilità e della partecipazione dei disabili alla vita sociale e lavorativa del loro Paese è divenuto sempre più di stringente attualità. Una forte campagna di sensibilizzazione è infatti stata avviata nel 2003 dalla stessa Unione Europea con l’Anno europeo delle persone con disabilità. Dodici mesi di incontri, seminari, attività promosse dagli organi comunitari, come dai governi nazionali, dove sono stati approfonditi temi quali il sostegno alle famiglie, i progetti per la vita indipendente, l’accessibilità all’ambiente e alle tecnologie, l’integrazione lavorativa e l’inclusione sociale. Alla profusione di intenti è però seguito anche l’impegno formale dello Stato italiano a monitorare con maggiore attenzione queste tematiche partendo, quanto meno, dalla copertura finanziaria per la realizzazione dei progetti previsti. Analizzando il Fondo nazionale per le politiche sociali, il Governo italiano ha stanziato nel 2004 1 miliardo 884 milioni di euro contro il miliardo e 716 milioni previsti l’anno precedente. Un trend che segna una crescita, per quanto esigua, comunque foriera di aspettative condivise. All’aspetto economico si è infatti aggiunto un progetto fattuale identificato nel Piano Nazionale per l’inclusione sociale, nato nel 2003 e aggiornato nel 2005, ma soprattutto basato su alcune importanti priorità come le politiche a favore della famiglia e della natalità, le misure a sostegno delle persone con disabilità, gli interventi per contrastare la non autosufficienza e le politiche per favorire le pari opportunità. Istruzione scolastica, occupazione, ma anche stato civile e vita sociale restano infatti nervi scoperti nel caotico organismo statale, costantemente in cerca di una razionalizzazione che abbatta le ingiustizie e rilanci le opportunità. Secondo i dati del ministero della Pubblica Istruzione, nell’anno scolastico 2003/2004 erano 161.159 gli alunni in situazione di handicap, pari all’1,8% del totale. Una percentuale esigua che conferma le statistiche generali: il 33,1% delle persone diversamente abili non ha alcun titolo di studio, contro il 4,9% delle persone senza handicap. Differenze che si fanno ancora più evidenti tra i giovani: nella classe di età tra i 15 e i 44 anni coloro che non hanno titolo di studio rappresentano circa il 16,5% delle persone portatrici di handicap e solo lo 0,5% dei non disabili. Anche in termini di occupazione, la realizzazione lavorativa rappresenta sicuramente una condizione imprescindibile per parlare di integrazione sociale. Infatti, se la percentuale della popolazione occupata sul totale è pari al 56,6%, il 74,5% di quelli con problemi di salute o con una riduzione della propria autonomia non si sente in grado di svolgere alcuni tipi di lavoro. A questo poi si aggiunge un 8,1% di persone disoccupate e disabili che dichiara di essere disponibile a lavorare alle condizioni adeguate. E proprio in questa terra di nessuno istituzioni e cittadini si incontrano per stabilire nuove regole e riscrivere i principi di una convivenza civile. Il vero problema però, fatta salva la sensibilizzazione delle istituzioni, resta quel distacco che ancora si avverte tra i disabili e alcune frange della società. Un distacco in cui cova pregiudizio e incomprensione. Ed è in questo limbo di sentimenti avversi che trovano fondamento gli atti di squallido teppismo e di malcelato razzismo che, purtroppo, ancora oggi scrivono le pagine più inquietanti della nostra quotidianità.
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