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Rifiuti tossici, urbani, nucleari, radioattivi sono i segni tangibili di uno sviluppo industriale indisciplinato. Ecco una mappa delle città più “malate” del nostro pianeta.
di Edoardo Massimi

Dzerzhinsk, Ranipet, Haina, Linfen, ma anche Norilsk e Kabwe: sono i nomi di alcune tra le città più “malate” del nostro pianeta.

Luoghi in cui l’aspettativa di vita non raggiunge i cinquant’anni di età e i valori di mortalità infantile superano di gran lunga quelli dei Paesi più poveri. O, semplicemente, dove la neve non è bianca come la conosciamo noi ed è proibito alle persone di venire a contatto con i prati e bere l’acqua del rubinetto. Può sembrare strano, ma nel 2007 esistono ancora delle città che portano i segni tangibili della Guerra Fredda o di uno sviluppo industriale indisciplinato che ha lasciato cicatrici indelebili nell’ambiente e montagne di rifiuti – tossici, nucleari, radioattivi, urbani – non smaltiti a dovere. E a farne le spese è la popolazione, alle prese oggi con malattie spesso incurabili, malformazioni fisiche e disturbi mentali. Gli esperti dell’Associazione ambientalista statunitense Blacksmith Institute, si sono fatti un giro per il mondo e, taccuino alla mano, hanno registrato, per determinate città, la qualità dell’aria, il livello di inquinamento ambientale, le conseguenze che questi hanno sulla crescita dei bambini, e la loro salute, e sulla mortalità adulta. L’analisi dei dati è servita per stilare una “macabra” classifica, è proprio il caso di dirlo: quella dei posti più contaminati, e dunque invivibili, della Terra. E Chernobyl, tristemente nota per l’esplosione nucleare del 26 aprile 1986, occupa solo il nono posto della top ten. A precederla sono proprio le città di Dzerhinsk, Rudnaya Pristan, Ranipet, Norilsk, Maiuu Suu, Linfen, Haina, Kabwe, senza dimenticarsi di La Oroya. Per sapere dove si trovano queste dieci città, aprire un atlante potrebbe non bastare: bisogna armarsi di pazienza e confidare nella fortuna per scovarle sulle cartine geografiche. Spesso, infatti, si tratta di luoghi desolati, remoti, sperduti del mondo, dei quali non si parla mai nonostante abbiano raggiunto un record. Per nulla invidiabile. Dietro ai loro singoli problemi c’è una disattenta gestione dei rifiuti urbani e industriali, con conseguenze che si ripercuotono sui corpi umani in tempi medio-lunghi. Le tecnologie per risanare i siti e bonificare anche le aree peggiori ci sono e basterebbe metterle in pratica – spiegano gli esperti del settore – ma, evidentemente, non tutti ne sono a conoscenza. A Dzerzhinsk, per esempio, l’orologio della vita umana pare essersi fermato ai tempi del Medioevo: i maschi vivono mediamente appena 42 anni mentre le donne hanno la fortuna di arrivare a 47. Colpa, a quanto pare, della massiccia presenza di industrie per armi chimiche e dei loro residui tossici a cielo aperto che rilasciano nell’atmosfera e nelle acque grandi quantità di inquinanti. Un rapporto del 2003 indicava quasi tre morti per ogni neonato. Oggi la situazione non è cambiata di molto. Non se la passano bene anche ad Haina, nella Repubblica Dominicana. Malattie cancerogene, deformazioni alla nascita e disturbi mentali sono all’ordine del giorno. Il motivo? L’aria è così impregnata di metalli pesanti che i valori di piombo nel sangue delle persone affette sono dieci volte maggiori della media. Kabwe, la seconda città dello Zambia, è situata nella Copperbelt, un’area industriale costellata da miniere e fonderie di rame e cadmio. Ai bambini, in particolare, è vietato rovistare nella spazzatura ma anche giocare nei prati, per l’elevata concentrazione di particelle tossiche. La storia di La Oroya, un paesino disperso nelle Ande peruviane, comincia nel 1922, con la messa in opera di miniere e industrie per l’estrazione di metalli. Nove bambini su dieci portano oggi i segni dell’esposizione continuata ai fumi tossici degli impianti, ritenuti i responsabili delle precarie condizioni fisiche della popolazione. La vegetazione versa in uno stato indecoroso, rovinata com’è dalle piogge acide che si riversano sulla città. Linfen, da parte sua, detiene un record di cui molti, se non tutti, farebbero volentieri a meno. L’aria è così pregna di polveri e inquinanti da essere considerata la peggiore città dell’intera Cina. Bronchite, polmonite, cancro sono le evidenti conseguenze del deturpamento ambientale dovuto all’attività delle industrie di carbone. I residui e gli scarti radioattivi a base di uranio sono invece il male incurabile di Mailuu Suu. Negli anni Cinquanta e Sessanta, questa cittadina del Kyrgyzstan era la sede di impianti nucleari: della bomba atomica poi non se ne fece nulla, ma sono rimaste discariche tossiche che potenzialmente potrebbero interessare la salute di milioni di persone. A Norilsk i più piccoli disegnano la neve con il colore nero. La città ospita la maggior fonderia russa di metalli pesanti: rame, cadmio, cobalto, selenio e nichel si respirano a pieni polmoni, abbassando l’età media di vita di almeno 10 anni rispetto ad altri luoghi del Paese. Scorrendo la lista fino al trentesimo posto non vi è traccia di città o luoghi appartenenti all’Unione Europea, eccezion fatta per Spolana, nella Repubblica Ceca. Ma se il primato per nazione spetta alla Russia, dati alla mano, però, anche negli Usa devono fare i conti con il dissesto ambientale. Per ben due volte figura il nome di una città a stelle e strisce nella speciale classifica. Hanford ha vissuto per quarant’anni di industrie nucleari belliche e ancora oggi i lavori di risanamento ambientale vanno avanti a passo di lumaca. New Orleans ha, come noto, una storia assai più recente, che risale al 2005: l’uragano Katrina ha disperso nelle acque, e quindi nel suolo, elevate quantità di residui chimici e petroliferi. Prendendo in considerazione lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, un record l’ha raggiunto anche l’Italia. In questo caso, però, del tutto positivo. L’impianto di termovalorizzazione di Brescia, un inceneritore con recupero energetico, è stato giudicato il migliore al mondo e ha messo in riga quelli di città da anni all’avanguardia del settore come Malmoe, Amsterdam, Londra, New York e Vienna. Più in particolare, nella città lombarda hanno trovato un modo efficiente e pulito per produrre energia bruciando i rifiuti in eccesso e forse l’alternativa all’elettricità prodotta da gas e petrolio. Come? Puntando sull’aspetto estetico dell’impianto, il livello di recupero energetico dagli scarti, il valore delle emissioni inquinanti e l’accettazione della struttura da parte della popolazione locale. E i risultati sono dalla loro parte: nel solo 2005 ben 170 mila famiglie hanno usufruito dell’energia elettrica prodotta dall’impianto. In pratica il termovalorizzatore soddisfa da solo circa un terzo del fabbisogno di calore dell’intera città. BOX Rifiuti nucleari italiani Intervista a Roberto Mezzanotte, Dirigente presso l’Ufficio del Commissario Straordinario dell’APAT – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici Quali sono i rischi e le conseguenze per l’ambiente e la salute del cittadino quando l’inquinamento da rifiuti nucleari raggiunge valori sopra la norma? «I rifiuti radioattivi e nucleari, se trattati a dovere e gestiti in maniera corretta, non devono dar luogo a rischi specifici per l’ambiente e le persone. In Italia per il trattamento di questi particolari rifiuti, e più in generale per la gestione di tutte le sorgenti di radiazioni, vige una normativa molto stringente, per diversi aspetti ancor più severa delle stesse direttive comunitarie da cui deriva. Diciamo però che, qualora vi dovessero essere dispersioni significative di radioattività, con esposizione delle persone alle radiazioni, ciò comporterebbe rischi, di entità dipendente dal livello dell’esposizione stessa, che vanno dalla possibilità di insorgenza di tumori nel giro di alcuni anni, a eventuali effetti genetici. Effetti immediati, che possono portare alla morte in breve tempo a seguito dell’esposizione, si verificano solo per dosi molto alte, come quelle ricevute da quanti, operatori e vigili del fuoco, sono intervenuti sull’impianto di Chernobyl durante l’emergenza. Situazioni di quel genere non si possono però più verificare in Italia, dove da venti anni non vi sono impianti nucleari in esercizio. Per quanto riguarda l’ambiente, quando questo si contamina può diventare non più fruibile per periodi più o meno lunghi». Cosa è rimasto delle centrali nucleari attive in Italia negli anni passati? «Oggi quasi tutti gli impianti nucleari, ormai dismessi, vengono gestiti dalla Sogin, una società pubblica che ha ereditato dall’Enel le centrali nucleari costruite tra la fine degli anni ‘50 e il 1980. L’Apat, da parte sua, effettua sulla Sogin i controlli di tutela per i lavoratori, la popolazione e l’ambiente. Le quattro centrali nucleari che operavano in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta si trovano a Trino (Vc), a Caorso (Pc), a Latina e sul fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania. Utilizzati per la produzione dell’energia elettrica, sono stati spenti definitivamente nel 1987, a seguito del referendum svoltosi in quell’anno. A questi impianti vanno aggiunti quelli di ricerca, già dell’Enea, oggi gestiti dalla stessa Sogin, che si trovano nei centri di Saluggia (Vc), della Casaccia (Roma) e della Trisaia (Mt), oltre a un sito della Commissione Europea che si trova a Ispra (Va). Attualmente i rifiuti nucleari italiani sono raccolti presso quegli stessi impianti, dove sono stati prodotti. Vi è poi da considerare che gli impianti stessi dovranno essere smantellati e ciò produrrà altri rifiuti, consistenti nei materiali dello smantellamento che risulteranno contaminati. Vi sono poi depositi più piccoli dove si raccolgono i rifiuti radioattivi prodotti da attività industriali, di ricerca e soprattutto di tipo medico, dove si impiegano sorgenti radioattive. Queste attività producono qualche centinaio di metri cubi di rifiuti l’anno». Che tempi sono previsti per lo smantellamento degli impianti nucleari? «Serviranno circa quindici anni per smantellare gli impianti nucleari italiani. Verranno prodotti in totale circa 60 mila metri cubi di rifiuti, compresi quelli già esistenti (che sono 25 mila metri cubi circa, sostanzialmente quelli prodotti durante il funzionamento degli impianti). Fortunatamente si tratta di un volume limitato, se si pensa che in Italia, ogni anno, si creano milioni di metri cubi di rifiuti pericolosi, non appartenenti alla categoria dei nucleari radioattivi. Per non parlare della Francia: oltralpe più del 70% dell’energia elettrica viene prodotta utilizzando impianti nucleari, quindi si creano anche quantitativi ben maggiori di rifiuti radioattivi». Che fine fanno i rifiuti che oggi si trovano negli impianti nucleari dismessi? «Gli impianti italiani, come detto, sono mediamente molto vecchi di costruzione e non pensati, in origine, per la conservazione di rifiuti per tempi lunghi. È necessario dunque intervenire in fretta. Tra le attività da svolgere per mettere i rifiuti in sicurezza c’è innanzi tutto quella del condizionamento. Di cosa si tratta? Condizionamento è un termine tecnico che significa inglobare i rifiuti in una matrice solida che garantisca la tenuta della radioattività per i tempi necessari al suo decadimento. Generalmente questa matrice è costituita da cemento, che è adatto per la maggior parte dei rifiuti destinati a durare centinaia di anni; si utilizza invece il vetro per quelli con un contenuto di radioattività elevatissimo e che hanno vita di migliaia di anni. Il condizionamento è un’attività che sta andando avanti presso gli impianti, anche se sarebbe auspicabile una maggiore celerità. Il problema di fondo, comunque, è un altro: una volta condizionati, tutti i rifiuti dovranno essere messi da qualche parte, in uno o più siti appositamente individuati e attrezzati, in modo che risultino definitivamente sicuri. L’individuazione di questo sito rappresenta oggi il punto cruciale dell’intera questione». Esistono però delle condizioni a cui bisogna far fronte? «Certamente il sito deve rispondere a precisi requisiti, e anche questo deve spingere al superamento della situazione italiana attuale, dove i rifiuti sono immagazzinati presso gli stessi siti nei quali sono stati prodotti, in qualche caso ben lontani da quei requisiti. Saluggia, per esempio, non è certo un luogo adatto a ospitare i rifiuti perché il sito si trova su un fiume, la Dora Baltea, ed è soggetto ad alluvioni. Le condizioni ci sono e non solo di natura geografica, idrologica e geologica. Il perno su cui ruota tutta questa fase è costituito infatti dall’accettazione della comunità locale, senza la quale, realisticamente, nessuna opera di quel tipo potrà essere realizzata. Una volta però effettuata la corretta gestione e individuato il sito ottimale per depositarli in sicurezza, i rifiuti nucleari non rappresenterebbero più un grave problema».

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