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Voluta da Pietro il Grande, la Fortezza di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo, è stata per molti anni la prigione di molti intellettuali e artisti russi.
di Giuseppe Mazzella

«La città più premeditata del mondo»: così si espresse Fedor Dostojevskij a proposito di San Pietroburgo.

In effetti, la città, attraversata da 150 fiumi e canali, è un unicum in Europa. Fu voluta fortemente dallo zar Pietro il Grande, per contrapporla alla vecchia Russia rappresentata da Mosca, che vi volle realizzare, prima fra tutte, una Fortezza, con al suo interno una grande prigione, per poter difendere la città che andava edificando. I lavori iniziarono nel maggio del 1703 e si svilupparono sul modello di un esagono con bastioni agli angoli, che raggiungono i 125 metri nella parte più alta. Per seguire i lavori lo zar si fece costruire una casetta di quattro stanze, ancora oggi esistente, così come il sobrio arredamento originale. Pietro era appena rientrato da un viaggio nei Paesi europei più moderni e aveva portato con sé il sogno di realizzare una città che non avesse nulla da invidiare alle più grandi capitali d’Occidente. Decise allora di edificarla alla foce del Neva, in quella parte del mar Baltico definito Golfo di Finlandia. “La Venezia del nord”, come fu subito ribattezzata, divenne presto una delle città più belle d’Europa. In un dedalo di canali d’acqua lo zar aveva prima immaginato e poi fatto erigere palazzi imponenti, ampie piazze e lunghissime strade ordinate, a cominciare dal nucleo primitivo nato sull’”isola delle lepri”, così nota nel suo vecchio toponimo finnico. Fu su questo strategico lembo di terra che fece costruire la Fortezza di Pietro e Paolo e il primo nucleo della città che si andò sviluppando sotto la guida dell’architetto italo-svizzero Domenico Trezzini. Per entrare nella Fortezza, allora come oggi, bisogna superare il ponte che porta alla Porta di San Giovanni e di qui attraversare la Porta di Pietro, edificata nel 1718 che, simile ad un arco di trionfo, è ancora decorato con l’aquila bicipite zarista. Proprio dall’altra parte dell’ingresso si ergono i bastioni poderosi detti dello Zar e Mensikov. Una volta entrati, a sinistra si trovano quelli che un tempo erano gli alloggi degli ufficiali del genio e gli ambienti destinati all’arsenale dell’artiglieria. Di fronte, in un grande spiazzo, si erge la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, anche questa opera del Trezzini, che vi lavorò dal 1712 al 1733 e dove sono sepolti quasi tutti i Romanov in tombe monumentali di marmo bianco. La Cattedrale, in seguito, fu distrutta da un incendio, ma fu subito ricostruita dal Rastrelli nel 1750. Quando si dovette, però, a causa dei capricci della Neva, spostare la città sulla riva sinistra, la Fortezza fu relegata a semplice prigione, mentre la protezione militare passò all’isolotto fortificato di Kronstant. La prigione di stato russa si può dire sia nata con San Pietroburgo, né è senza significato che nel suo fantastico disegno di rinnovamento lo zar ponesse un carcere nel quale furono compiute incredibili brutalità. Le celle, arredate con approssimazione, erano fredde e umide ed alcune di queste si trovavano sotto il livello dell’acqua. Per un perfido scherzo del destino ad inaugurare il nuovo carcere fu il primogenito di Pietro, il principe Alessio, che si era dichiarato contrario alla riforma che il padre andava violentemente introducendo nelle vecchia Russia dei bojari. Caduto in disgrazia, fu escluso dalla linea di successione, decisione alla quale Alessio sembrò rassegnarsi, dichiarando di voler abbracciare la carriera ecclesiastica. Dopo poco tempo, però, il principe fuggì dal convento nel quale era stato rinchiuso, trovando rifugio prima a Vienna e poi a Napoli. Qui cadde nel tranello del perdono manifestato dal padre, ritornando fiducioso in Russia, dove fu, invece, arrestato e gettato in una nuda cella appena costruita. Torturato, fu infine messo a morte nel 1718. Da allora la stanza dove era stato rinchiuso divenne la celebre “cella di Alessio”. Alla morte di Pietro si susseguirono anni di instabilità che videro salire al trono 5 imperatrici e 3 imperatori. Le idee occidentali entrate in Russia attraverso San Pietroburgo, avevano portato anche il vento della rivoluzione. Il primo rivoluzionario russo è considerato Alessandro Radisteff. Il giovane intellettuale, grazie alla munificenza di Caterina, aveva potuto permettersi un periodo di viaggi in tutta Europa, da dove era tornato imbevuto di idee liberali. Nominato direttore delle Dogane, poté conoscere le condizioni del popolo che viveva in miseria e nell’inedia, ben lontano dalle condizioni sognate da Pietro. Raccontò, allora, tutto in un libro che ebbe grande successo, “Viaggio da San Pietroburgo a Mosca”. Caterina, indignata, lo fece arrestare e condannare a morte. Condanna, poi, commutata in esilio in ….Siberia, inaugurando così quella che diventerà una triste consuetudine russa. Dopo Caterina, Pietro I fu ancora più solerte nel proibire le idee liberali. Ma regnò poco, fino a che fu trovato morto nel suo letto. Gli successe il figlio Alessandro, che si dimostrò più aperto alle nuove istanze di rinnovamento, importando libri e nuove idee dalla Francia, dall’Inghilterra e dall’Italia, da cui arrivava anche il già celebre “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Il periodo liberale durò fino a che lo zar cadde sotto l’influenza di Arakceef, che divenne il vero padrone della Russia, ma i cui eccessi scatenarono la reazione dei “decembristi”, che diedero vita alla prima società segreta: “L’Alleanza per la salute dei veri figli della patria”. Nella società segreta entrarono uomini imbevuti di idealità e di eroismo tra cui figurano grandi intellettuali e artisti come Puschkin e Turghenieff, oltre a nobili e ufficiali dell’esercito. L’ora fatidica della rivolta rivelata alle autorità da un traditore annientò il tentativo di insurrezione. 200 persone furono arrestate e mandate in Siberia e 5 furono condannate a morte. I prigionieri furono rinchiusi nella fortezza e crudelmente torturati per sei mesi, infine impiccati nella notte tra il 13 e il 14 luglio 1826. Successivamente il regno di Nicola I segnò un crescendo nella lotta contro le idee rivoluzionarie, tanto che si instaurò il regno del terrore e dello spionaggio. Lo zar creò la famosa Terza Sezione, che in seguito si trasformò nell’Okhrana, un corpo speciale di poliziotti che esercitava la censura in tutto e con l’incarico speciale di sorvegliare soprattutto il movimento intellettuale fino al grottesco: Puschkin era costretto a presentare le sue opere appena scritte e prima della pubblicazione al Corpo dei gendarmi; Turghenieff scontò con il carcere l’audacia di aver compianto la morte di Gogol in un articolo “troppo sincero”. Tra i più celebri prigionieri della famosa “cella di Alessio”, ci fu senz’altro Fedor Dostojevski, implicato nel complotto di Petraveschi, che si ispirava alle principali opere degli utopisti francesi. Lo scrittore fu arrestato, imprigionato nella Fortezza di Pietro e Paolo e con altri rei condannato a morte da Nicola I, che volle giocare un ulteriore crudele scherzo ai sette condannati a morte. Portati sulla piazza per l’esecuzione, furono graziati solo all’ultimo secondo e poi inviati in Siberia. La terribile esperienza verrà descritta dallo stesso scrittore nell’ “Idiota”. Se Dostojevski fu uno dei più celebri scrittori imprigionati, il detenuto più combattivo fu senz’altro Karkosoft, imprigionato per aver sparato un colpo di rivoltella contro Alessandro I. Iscritto alla società segreta “Terra e Libertà”, il giovane rivoluzionario era convinto che per cambiare la situazione in Russia bisognasse uccidere lo zar. Sottoposto alla tortura del sonno per dieci giorni, nella speranza che rivelasse i nomi dei complici, resistette stoicamente. Visto vano ogni tentativo di persuasione, fu infine impiccato il 3 settembre del 1864. Anche Bakunin conobbe per sei, lunghi e terribili anni la prigione russa. Il famoso anarchico era un gigante, in grado di sopportare quasi ogni sofferenza. Per anni fu tenuto incatenato al muro, senza che questo riuscisse a piegare la sua volontà. Graziato, fu inviato in Siberia da dove riuscì però a fuggire, riparando prima in Giappone e poi in America. Tra i tanti prigionieri rinchiusi nella fortezza il più singolare e risoluto fu senz’altro Neciaieff. Dopo essere sfuggito alla polizia cambiando continuamente identità e travestendosi persino da donna, fu arrestato dal Governo svizzero per essere consegnato al Governo russo. Rinchiuso nella ormai tristemente celebre “cella di Alessio”, fu invitato dal capo dei gendarmi, il generale Potapoff, a fare i nomi degli altri cospiratori. Per tutta risposta Neciaieff lo colpì con uno schiaffo così forte che lo buttò a terra sanguinante. Messo ai ferri per due anni, riuscì comunque a comunicare con l’esterno, scrivendo delle lettere ai suoi compagni con le unghie intinte nel suo stesso sangue. Il carattere fiero e combattivo gli conquistò la fiducia dei suoi stessi carcerieri, e con alcuni di loro ideò l’uccisione dello zar, in occasione di una sua visita alla Fortezza. Un progetto avversato dallo stesso comitato rivoluzionario, che gli fece pervenire il denaro necessario per evadere. L’eroe rifiutò. Fu però scoperto, processato di nuovo e, infine, impiccato. Se le 72 orribili celle del bastione Trubezkoj, videro le sofferenze di centinaia di uomini, quella più famosa resta senz’altro la “cella di Alessio”. Ma come era? Ce ne dà una descrizione il principe Pietro Kropotkin, rivoluzionario con ansie religiose che propugnava l’idea di abbandonare la propria ricchezza per dedicarsi al popolo e soccorrerlo. «La mia prima mossa – scrive appena entrato nella cella – fu quella di avvicinarmi alla finestra, posta tanto in alto, che la potevo appena toccare stendendo le braccia. Era un’apertura lunga e stretta, praticata in un muro grosso cinque piedi e protetta da una grata di ferro e da un doppio telaio di ferro. I raggi del sole non vi potevano mai penetrare, neppure d’estate. La stanza conteneva un letto di ferro, una tavola ed uno sgabello di quercia. Il pavimento era coperto di felpa verniciata, e le mura tappezzate di giallo. Nell’interno della stanza c’era un lavatoio ed una grossa porta di quercia, nella quale distinguevo un’apertura chiusa a chiave per passarvi attraverso il cibo ed una piccola apertura protetta da un cristallo e da una imposta all’esterno: questa era la “spia” attraverso la quale il prigioniero poteva essere sorvegliato continuamente». In questo ambiente insalubre il principe Kropotkin si ammalò e dopo due anni di ricovero in ospedale, riuscì a fuggire a Londra, aiutato dai suoi seguaci esuli come lui. L’elenco dei tanti che sperimentarono la prigione dei Santi Pietro e Paolo è lunghissima e tra questi meritano di essere ricordate anche due donne, Sofia Peronskaja e Messia Helpmann. Arrestate perché coinvolte nell’assassinio di Alessandro II, non fu loro risparmiata alcuna tortura. La prima fu subito impiccata, la seconda invece dovette soffrire pene inenarrabili nonostante fosse incinta al quarto mese. Per essere anche lei, infine, giustiziata, non appena avesse dato alla luce il figlio. La Fortezza continuò ad avere molti ospiti nel corso degli anni, fino alla distruzione della Duma e l’inizio della rivoluzione bolscevica. Vi passarono ministri caduti in disgrazia, scrittori come Gorki, militari defenestrati, politici sconfitti fino al 1922, quando la Fortezza fu destinata ad ospitare il Museo della Rivoluzione. La Fortezza comprende ancora oggi le antiche prigioni di Stato, la Zecca, ancora attiva, il vecchio arsenale e la famosa cattedrale di S.Pietro e Paolo, caratterizzata dal campanile alto 122 metri che domina su una delle città più belle del mondo.

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