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Incontro con Ettore Ferrara Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

 


di Antonio Di Raimondo

 

È questo il valore che distingue la Polizia Penitenziaria.«La Polizia Penitenziaria è un patrimonio umano, professionale, tecnico e una grande risorsa al servizio del Paese». Lo ripete più volte Ettore Ferrara, il magistrato originario di Napoli, già giudice, Consigliere di Corte d'Appello, della Corte di Cassazione e componente del CSM che dal 6 dicembre 2006 guida il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Gli uomini della Polizia Penitenziaria – come spiega lui stesso – oltre ai normali compiti di sicurezza, hanno assunto ormai un ruolo essenziale per il successo del progetto di reinserimento sociale dei detenuti. A loro pensa quando delinea le strategie per la riorganizzazione del Sistema Penitenziario italiano, e quando analizza le ragioni che hanno ispirato la scelta di Napoli come sede per la Festa del Corpo.

Presidente, vorrei chiederle perché la scelta di Napoli, città di frontiera, per la Festa del Corpo di quest'anno?

«Direi essenzialmente per due ordini di motivi: il primo è quello di portare per la prima volta la Polizia Penitenziaria al di fuori dei confini della Capitale, portarla sul territorio come segnale forte di vicinanza dell'intero Corpo di Polizia Penitenziaria alla realtà nazionale, quindi non solo un momento formale di cerimonia ma la testimonianza di una volontà di essere vicini alle esigenze della popolazione. Poi perché proprio Napoli e non altre città? Perché Napoli vive una realtà particolarmente problematica in questo momento e ci è sembrato quindi doveroso come Forza di Polizia dare un segnale di forte attenzione e al tempo stesso di riconoscimento, verso la società partenopea che non deve essere abbandonata a se stessa. Anzi, più che mai ha bisogno di avvertire la vicinanza delle Istituzioni».

Parliamo del rapporto tra la società e le Istituzioni: quale è oggi, a suo giudizio, la percezione nella società italiana sul ruolo delle Istituzioni che svolgono compiti delicati, come quelli del Dipartimento?

«C'è un dato di fatto incontestabile: l'esistenza, radicata nel tempo, di una forbice tra la società civile e l'Amministrazione Penitenziaria in tutte le sue espressioni. Credo che negli ultimi tempi siano state create le premesse perché questa distanza possa essere ridotta. Probabilmente non abbiamo ancora raggiunto dei risultati soddisfacenti però, a mio avviso, ci sono già dei grossi segnali positivi. Inoltre, testimonianze autorevoli, come quelle che si ricavano dall'ultima visita del Capo dello Stato a Rebibbia, consentiranno, mi auguro in tempi brevi, di segnare significativi passi in avanti in questa direzione».

Se dovesse indicare in estrema sintesi i problemi essenziali con cui si trova a misurarsi il Dipartimento, quali porrebbe in cima ad un'ideale classifica? Il sovraffollamento delle carceri?

«In questo momento non abbiamo un problema di sovraffollamento, siamo nei limiti di quella che è la capienza ordinaria dei nostri istituti. Abbiamo però una progressiva crescita delle presenze, che per qualche tempo si è attestata in maniera preoccupante su un ritmo di circa 1.000 detenuti al mese. La qual cosa significa che se non si interverrà sul nostro sistema legislativo, nel giro di un anno, un anno e mezzo, avremo nuovamente problemi di sovraffollamento».

Questa è la sua previsione?

«Da questa prospettiva si ricava l'esigenza di interventi strutturali che vadano nella direzione già delineata nel programma di Governo e avallata anche dal Capo dello Stato nel suo intervento a Rebibbia: il ricorso alla pena detentiva deve rappresentare la extrema ratio da riservare solo ai casi di effettiva pericolosità sociale. È questa la via per combattere il rischio del sovraffollamento, escludendo la presenza all'interno degli Istituti penitenziari di soggetti per i quali non vi è necessità della pena detentiva, mentre risulta efficace il ricorso a sistemi di esecuzione penale esterna».

Quando parla di interventi strutturali mi sembra che non si riferisca al tradizionale problema della costruzione di nuove carceri. Come procede il programma previsto?

«Quel programma non si è assolutamente interrotto.
Un conto è la prospettiva di evoluzione del nostro sistema, ma, ovviamente noi, come amministratori, dobbiamo parametrarci sul sistema esistente; e il sistema esistente è quello che ci fa intravedere fra un anno o un anno e mezzo condizioni di sovraffollamento che se non saranno adeguatamente e tempestivamente affrontate, potrebbero dar luogo agli inconvenienti con cui ci siamo misurati non più di un anno addietro. Da qui la necessità di ampliare gli spazi di detenzione. Ma a questo riguardo, piuttosto che pensare alla costruzione di nuove strutture penitenziarie che richiedono tempi estremamente lunghi e disponibilità economiche che non ci sono, stiamo operando per recuperare, attraverso ristrutturazioni, i locali rimasti inutilizzati, nonché per ampliare alcuni istituti. Quindi, il programma va avanti».

Esiste comunque una problematica legata agli Uffici per l'Esecuzione Penale Esterna, su cui si è aperto un dibattito anche con le rappresentanze sindacali. Questo discorso rientra in questo ambito?

«Rientra pienamente, e infatti ne ho fatto cenno poco fa. Quando noi pensiamo alla sanzione detentiva come extrema ratio, è chiaro che dobbiamo comunque garantire un altro sistema di esecuzione, ed è quello che facciamo pensando allo sviluppo di misure alternative alla detenzione. Il disegno di legge di riforma del Codice di procedura penale di recente approvato dal Consiglio dei Ministri, ed il disegno di legge di riforma del Codice penale, che è in queste settimane all'attenzione del Consiglio dei Ministri, vanno in questa direzione attraverso la previsione dell'istituto della messa alla prova, che fino ad oggi trovava applicazione soltanto nel processo minorile, nonchè con altri tipi di sanzioni alternative al carcere. A questo riguardo, si tratta comunque di costruire un sistema che risponda alle esigenze di sicurezza della società ed è in questa prospettiva, che noi pensiamo di rafforzare i nostri Uffici per l'Esecuzione Penale Esterna con l'inserimento di personale di Polizia Penitenziaria che può svolgere attività di controllo sulle misure alternative, che nel sistema attuale dovrebbe essere assolta dalle altre Forze di Polizia, ma che in concreto incontra notevoli difficoltà».

È fiducioso sul fatto che le problematiche sindacali si potranno superare?

«Sono certamente fiducioso. La dialettica che si è sviluppata ha interessato la Polizia Penitenziaria e parte del personale che attualmente opera negli Uffici per l'Esecuzione Penale Esterna, ma non c'è un contrasto interno tra le diverse forze sindacali. Credo che alla base ci sia un equivoco sul ruolo e sui compiti della Polizia Penitenziaria. Noi immaginiamo che la Polizia Penitenziaria debba svolgere un ruolo ed assumere competenze che in nessun modo vanno a sovrapporsi o a sostituirsi a quelle svolte sino ad oggi dal personale di Servizio Sociale. Anzi, io dico che se oggi possiamo pensare ad un ampliamento, ad una espansione dell'Esecuzione Penale Esterna, è grazie ai buoni risultati che questo segmento dell'Amministrazione ha conseguito. Siamo quindi consapevoli del buon operato di chi ha agito sino ad oggi».

Questo ruolo della Polizia Penitenziaria negli Uffici per l'Esecuzione Penale Esterna presuppone una formazione superiore, un livello di maturità superiore. È un salto di qualità, rispetto ai compiti tradizionali?

«Non parlerei di un salto di qualità, quanto piuttosto di un'estensione naturale. Ritengo che la legge istitutiva del Corpo di Polizia Penitenziaria prevedesse che questo tipo di competenza, come altre competenze che sono andate nel tempo sviluppandosi. Oggi i tempi sono maturi perché anche questa parte della Legge sia attuata.
La cosa importante è che la legge del 1990 ha concepito la Polizia Penitenziaria come Polizia dell'esecuzione penale, e oggi noi abbiamo un sistema penitenziario che si va sviluppando nella direzione dell'ampliamento dell'Esecuzione Penale Esterna.
È giusto quindi che la Polizia Penitenziaria, per espletare compiutamente la sua funzione, si occupi anche dell'Esecuzione Penale Esterna».

Il personale come ha vissuto l'indulto?

«A livello politico ovviamente si è sviluppato un dibattito molto acceso e questo testimonia come ci fossero argomenti a favore e contro quel provvedimento. Ma per l'Amministrazione quel provvedimento ha costituito un'oggettiva ragione di sollievo, perché si era realizzata una preoccupante situazione di emergenza nei nostri istituti. Si possono o meno condividere le ragioni dell'indulto, ma quel provvedimento ci ha consentito di recuperare il governo degli istituti, di rilanciare il progetto di recupero sociale dei nostri detenuti e di disporre di un tempo per riorganizzare in maniera adeguata il nostro servizio».

A questo proposito si può ricordare quello che lei ha scritto nell'editoriale della Rivista: “ci sono valori radicati, un forte senso d'identità e di orgoglio che rappresentano la forza dell'Amministrazione stessa”. Ma lei insiste anche sul concetto di squadra: ritiene che questo concetto sia importante nella gestione dell'“azienda” Dipartimento?

«Credo che questa Amministrazione abbia compiti estremamente complessi, perché il mondo penitenziario è di per sé un mondo complesso che ci pone di fronte a situazioni di disagio gravose e penose. È un'Amministrazione che al suo interno si avvale di professionalità molto diverse. Questo è certamente un valore aggiunto perché avere molteplici professionalità significa avere un bagaglio, una ricchezza maggiore, ma può talvolta creare fratture, momenti di tensione per l'Amministrazione. Se si riuscirà ad accentuare lo spirito di squadra dell'Amministrazione, si riuscirà meglio a governare il Dipartimento e si potranno quindi ottenere risultati, in termini di efficacia ed efficienza della nostra azione, sicuramente apprezzabili».

Lei crede nel valore delle tecnologie nell'Amministrazione?

«Sicuramente».

…e in questo senso nell'ambito dei programmi sono previsti investimenti o interventi significativi?

«Purtroppo ci scontriamo inevitabilmente con la limitatezza delle risorse».

Però ci sono dei dati già eloquenti sul livello di informatizzazione del Dipartimento…

«Infatti, nonostante la penuria di risorse con la quale ci confrontiamo ogni giorno, stiamo dando impulso a questo tipo di interventi, anche perché ci possono aiutare, per esempio, a razionalizzare l'impiego delle risorse disponibili, ottenendo economie da reinvestire in un sistema più produttivo. Noi oggi stiamo mirando ad un sistema di controllo della spesa che ci consenta, in qualsiasi momento, di verificare qual è la situazione esistente non solo all'interno dei Provveditorati regionali, ma all'interno dei singoli istituti».

In questo momento lei più che da magistrato, sta parlando da manager…

«Con 53 mila dipendenti… il Dipartimento è un'azienda di grandi dimensioni…!»

Tutto questo nella prospettiva di migliorare l'efficienza. Però le tecnologie vanno anche nella direzione della sicurezza, della formazione e anche di altri ambiti. Immagino che esistano programmi che prevedano anche l'utilizzo delle tecnologie a livello di preparazione?

«In questa direzione ho trovato una situazione soddisfacente. L'Isti­tuto Superiore di Studi Penitenziari è all'avanguardia, e si confronta alla pari con gli istituti di formazione delle altre Forze di Polizia. Abbiamo dato vita di recente al ruolo direttivo ordinario della Polizia Penitenziaria, con l'assunzione, per la prima volta, dei Vice Commissari del ruolo ordinario: giovani laureati in Giurisprudenza che si sono poi formati presso il nostro Istituto con eccellenti risultati».

Prendiamo tre valori fondamentali: fedeltà all'Istituzione, impegno, servizio. A suo avviso qual è il più importante?

«Sono valori complementari che devono necessariamente integrarsi l'un l'altro. Mi consenta di aggiungerne un quarto: il richiamo all'umanità, perché nella nostra Carta costituzionale è indicato prima di ogni altro valore e, prima ancora che nella Carta costituzionale, deve essere scritto nella coscienza di ogni uomo».

Questo richiamo è estremamente importante perché pone il problema del rispetto della persona umana all'interno del contesto carcerario. Sotto questo profilo, ritiene che le differenze di etnìe, e di culture, si stiano ammorbidendo tra chi deve garantire la sicurezza e chi deve subire la pena?

«Noi oggi abbiamo circa il 35% dei detenuti che provengono da altri Stati. Un numero enorme. È ovvio che per affrontare in maniera adeguata i problemi che derivano dalla compresenza di soggetti di provenienze così diverse e con un meccanismo di turn-over particolarmente rapido, occorrerebbe personale particolarmente specializzato, soprattutto sarebbero necessarie le professionalità specifiche: mediatori culturali innanzi tutto, psicologi, interpreti. Di queste risorse purtroppo disponiamo in misura estremamente ridotta».

Sotto questo profilo la società civile può mettere a disposizione delle risorse?

«Abbiamo forme di collaborazione con le Associazioni di volontariato e questo è estremamente importante perché è un segnale di attenzione e di apertura della società verso i problemi dell'universo penitenziario. Ma le esigenze sono ben altre: ci sarebbe bisogno di altre professionalità che però, allo stato, mancano. A fronte di questa esigenza, oltre alla disponibilità delle Associazioni di volontariato, c'è una grande disponibilità del personale dell'Amministrazione. C'è una disponibilità e una sensibilità del personale che vanno sicuramente al di là di quello che sarebbe giusto attendersi e chiedere. Grazie all'impegno del personale, il problema della carenza delle risorse che c'è, ed è grande, risulta attenuato,traducendosi, quell'impegno, in un fattore di rasserenamento e di armonia all'interno dell'Istituto».

In conclusione: quale messaggio vuole inviare prima della Festa al Personale?

«Vorrei solo spendere ancora una parola per la Polizia Penitenziaria. Grazie, infatti, alla disponibilità e alla sensibilità della Polizia Penitenziaria si stanno superando molte difficoltà: è un patrimonio umano, professionale e tecnico, una grande risorsa al servizio del Paese. Rispetto ai compiti di sicurezza che storicamente sono stati affidati e puntualmente svolti, oggi la Polizia Penitenziaria è chiamata a collaborare nell'azione di osservazione e trattamento del detenuto, essenziale per la realizzazione del progetto di reinserimento sociale previsto dall'articolo 27 della Costituzione. Non solo sicurezza, quindi, ma trattamento per una Polizia Penitenziaria protagonista della attuazione del progetto scritto nella nostra Carta costituzionale».
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