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Mancanza di infrastrutture, scarsità di risorse naturali, poco spirito imprenditoriale: problemi che hanno condizionato la storia del Meridione e che ancora oggi rendono evidente il divario con il Nord Italia.
di Niccolò d'Aquino

«L'anno prossimo a Gerusalemme». È stata questa per secoli la frase di commiato degli ebrei della diaspora. Un auspicio. Che un giorno si potesse tradurre in realtà, forse ci credevano in pochi. In Italia la frase corrispondente, la speranza che una situazione impossibile si sblocchi in un successo, è racchiusa in due sole parole: «Questione meridionale». Era un problema irrisolto quando esplose, subito dopo l'unità d'Italia (l'espressione venne usata per la prima volta in
Parlamento nel 1873). E, passati più di un secolo e tanti governi di colore diverso, lo è tuttora.
Andiamo con ordine, serve un po' di storia. L'arretratezza economica e sociale delle province meridionali, che la spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno d'Italia fecero annettere al Piemonte nel 1860-1861, fu subito chiara al Governo sabaudo. Che però, anziché preoccuparsi di capire le ragioni storiche e locali del problema, pensò che la soluzione fosse semplicemente di instaurare in queste regioni diseredate un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese. Per i dirigenti “torinesi”, formatisi sostanzialmente alla tradizione francese, i problemi di Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia - cioè: scarsa produttività del latifondo, carenza di infrastrutture, distacco economico e sociale tra città e campagne, assenza di categorie imprenditoriali moderne capaci di innescare lo sviluppo, analfabetismo ben superiore alla media dell'epoca, corruzione pubblica - derivavano esclusivamente dal “malgoverno borbonico”. La vita dei “poveri napoletani” - come li definì Camillo Benso conte di Cavour, mente politica dell'unità e primo ministro del nuovo Governo nazionale - sarebbero stati superati con l'unificazione del mercato nazionale.
Non andò così. Le misure pratiche adottate - l'abolizione degli usi e delle terre comuni, le tasse gravanti sulla popolazione, la coscrizione obbligatoria e il regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri - crearono nel Sud una situazione di forte malcontento. Da questo malcontento vennero fuori alcuni fenomeni, tutti destinati a creare pesanti conseguenze sul futuro della nuova Nazione: il brigantaggio, la mafia e l'emigrazione al Nord Italia o all'estero. Risultato: dopo l'unità d'Italia vi fu un rigetto nei confronti del Governo da parte della povera gente del Meridione. Tale rigetto si manifestò subito, vistosamente e sanguinosamente, fra il 1861 e il 1865 con il fenomeno del brigantaggio.
I briganti non furono “criminali comuni”, come conveniva pensare alla maggioranza al Governo, ma un esercito di ribelli che non conoscevano altra forma di lotta se non quella violenta. Fra loro, oltre ai braccianti estenuati dalla miseria, c'erano anche ex garibaldini sbandati ed ex soldati borbonici. Non mancavano poi numerose donne audaci e spietate come gli uomini.
Bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi. Si rifugiavano sulle montagne, protetti e nascosti dai contadini poveri. Tenuti per secoli nell'ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora maturato una conoscenza e una coscienza politica dei loro diritti. Per rivendicare una condizione migliore non avrebbero mai potuto agire con mezzi legali. Ma i briganti ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre che speravano, per mezzo delle azioni di vera guerriglia e la fama che alcuni dei briganti si andavano facendo tra le popolazioni, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni.
La politica di repressione nei confronti dei briganti, che nell'immaginario popolare erano arrivati a diventare “eroi buoni”, fu durissima. Per debellare il fenomeno furono impiegati 120mila soldati, cioè la metà dell'esercito italiano. Li comandava il generale Cialdini. Si scatenò una vera e propria guerra intestina che portò ad un numero molto elevato di morti, in particolare fra i briganti e i contadini che li appoggiavano. Fu tra prigioni a vita, fucilazioni e uccisioni varie che il fenomeno del brigantaggio venne debellato nel 1865.
Ma le condizioni economiche e sociali dell'Italia meridionale non migliorarono. Dopo il brigantaggio, la nuova “piaga” fu l'emigrazione. Provocata, ancora una volta, dalle difficili condizioni di vita nel Sud Italia. Il motivo di tale fenomeno era perlopiù occupazionale. La difficoltà di trovare lavoro e di raggiungere un tenore di vita se non dignitoso almeno accettabile, portò ad un'ondata migratoria sia verso il nord Italia sia all'estero. Durò a lungo. Fra il 1876, anno in cui si cominciarono a rilevare ufficialmente i dati, e il 1985 circa 26,5 milioni di persone lasciarono il territorio nazionale.
Insomma, a dispetto delle belle parole e delle azioni spesso dure e repressive, la questione meridionale non venne capita e affrontata dal governo centrale. Nemmeno quando ai vertici dello Stato giunsero politici meridionali come Francesco Crispi le modalità con cui i poteri centrali affrontarono i problemi socio economici del Sud variarono di molto. All'inizio del XX secolo, i governi di Giovanni Giolitti intrapresero qualche iniziativa per risolvere la situazione del Sud (leggi per Napoli e per la Basilicata , Acquedotto pugliese).
Ma proprio in quegli anni si verificò il primo decollo industriale italiano che, interessando in prevalenza le regioni settentrionali, aggravò le disparità economiche tra le due parti del Paese. A sua volta, il Fascismo avviò bonifiche di terreni paludosi e cercò - fallendo - di estirpare la criminalità organizzata.
Se la politica si ostinava a sbagliare, a partire dalla fine dell'Ottocento un gruppo composito di intellettuali - tra loro, per la verità, c'era anche qualche politico illuminato - iniziò a proporre all'opinione pubblica nazionale analisi più approfondite sull'origine del problema meridionale e sulle possibili soluzioni.
Tra i cosiddetti “meridionalisti” uno dei pensatori più importanti fu lo storico socialista Gaetano Salvemini (1873-1957). Denunciò l'arretratezza del Mezzogiorno paragonandolo al decollo economico avviato nel Nord soprattutto da Giolitti, contro cui non risparmiò accuse pesanti. Giolitti, disse, aveva incentivato la corruzione nel Mezzogiorno e si era procurato il voto dei deputati meridionali «mettendo nelle elezioni, al loro servizio, la malavita e la questura». Al di là delle polemiche, anche personali, l'idea di fondo di Salvemini era che l'industrializzazione fosse estranea alle condizioni economiche e geografiche del Sud. Lui avrebbe voluto invece che si valorizzasse la vocazione agricola del Meridione. Chi teneva in quel momento le redini del Paese tuttavia non fu dello stesso avviso e agì a modo suo optando per leggi speciali e per interventi localizzati.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale i governi della Repubblica avvieranno ambiziosi programmi di sviluppo, come la Cassa per il Mezzogiorno, finanziando l'insediamento di grossi impianti industriali che avrebbero dovuto fare da volano all'economia delle zone circostanti.
Ma, è storia recente, i fondi pubblici trasferiti si sono dispersi a causa della corruzione o sono andati ad alimentare altri “canali” che controllano larga parte del territorio meridionale. Ufficialmente il principale fattore del trasferimento di denaro pubblico nel Sud è stato, però, quello del pubblico impiego e delle prestazioni sociali. In buona parte del Meridione si è così andata consolidando una struttura burocratica abnorme, spesso inefficiente ed usata come “serbatoio di voti”. Il fenomeno, comune a tutto il Paese, venne aggravato nelle regioni meridionali dalla carenza di altre possibilità d'impiego. Queste pratiche corporative hanno avuto come conseguenza la profonda alterazione delle leggi di mercato e l'aborto di ogni possibile sviluppo economico delle aree depresse del Paese. A lungo i capitali privati, italiani come stranieri, hanno evitato di impiantarsi nel Mezzogiorno, considerando che ogni investimento effettuato in chiave produttiva era destinato a fallire.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, intanto, il nord visse un altro periodo di sviluppo economico, incentrato sull'esportazione di prodotti finiti. Fu il cosiddetto “miracolo “italiano”. Il fenomeno attirò manodopera dal Mezzogiorno, e la disparità dei due livelli di vita diventò evidente e largamente discussa. Le rimesse degli emigrati, che pure migliorarono la vita di molte famiglie del Sud, non erano in grado di essere reinvestite in circoli produttivi. Al contrario finirono con il rafforzare i meccanismi di quello che diventerà noto con il termine dispregiativo di assistenzialismo: un innalzamento limitato delle condizioni di vita attraverso sussidi esterni, in genere di provenienza pubblica. E oggi? In termini assoluti la situazione economica del meridione è indubbiamente migliorata negli ultimi sessant'anni. In termini relativi, però, il divario con il Nord è drasticamente aumentato.
Anche inglobato nell'Unione Europea, il Mezzogiorno procede indubbiamente con una marcia più bassa lungo la strada dello sviluppo e della parità con il Nord del Paese. In buona parte i problemi strutturali sembrano, curiosamente, gli stessi del 1861: basso livello d'istruzione, mancanza d'infrastrutture, scarsità di risorse naturali, mediocre fertilità delle terre, una certa influenza della criminalità organizzata, mancanza di uno spirito imprenditoriale.
Qualche buona notizia c'è. Alcune nicchie d'eccellenza europea – una per tutte: l'Etna Valley con i suoi laboratori ultraspecializzati - lasciano sperare. Può davvero essere l'ultimo approdo per il Mezzogiorno. Se verrà persa anche questa occasione, allora non resterà che rassegnarsi e salutarci con “L'anno prossimo a Gerusalemme”.

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