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I giovani sono il segno di una inversione di tendenza rispetto al passato e proprio da loro può partire il rilancio del Meridione.
di Daniele Autieri
Intervista a Giuseppe De Rita


"Questa nuova vitalità giovanile deve diventare patrimonio collettivo e innevare i valori del lavoro, del tempo libero e della solidarietà".


È un esercito variopinto e festoso, ma anche un capitale umano dalle grandi potenzialità. Sono i giovani del Mezzogiorno che da soli rappresentano il 42% degli under 30 italiani. Otto milioni di persone dalle quali emergono, ogni anno, almeno 40mila laureati. È questo un patrimonio – secondo il sociologo Giuseppe De Rita – che lo Stato non deve abbandonare poiché può dare un contributo serio non solo al Sud, ma all'intero Paese.

Professore, quali sono ad oggi le condizioni di vita dei giovani nel Mezzogiorno italiano, quali i loro interessi e la loro capacità di affacciarsi verso un mondo moderno e integrato che, almeno all'apparenza, sembra lontano dalle loro origini…?

«Io credo che gli interessi e le capacità dei giovani del Mezzogiorno non siano da meno rispetto a quelli di altre parti del Paese. Non dimentichiamo che da questo punto di vista le nuove tecnologie assicurano, in un certo senso, una qualche democraticità, per cui se è vero che il giovane del Nord Italia o anche del Centro ha molte più occasioni “istituzionalizzate” (per esempio a scuola) di alfabetizzazione, è anche vero che la curiosità e la naturale vivacità intellettiva dei ragazzi porta certamente quelli meridionali ad apprendere “per impollinazione”, per socializzazione anche disordinata, ma comunque efficace i fondamentali dei nuovi linguaggi. E la Rete, al di là delle tante insidie, resta uno strumento formidabile di crescita.

Certo, al Sud si conteranno meno “patenti europee”, ma i giovani meridionali sono in corsa come gli altri, a tutti gli effetti.

Questo non ci deve far dimenticare però che al Sud le bolle asfittiche sono tante, che le mafie continuano a ingessare lo sviluppo, che l'offerta di opportunità di tutti i tipi resta minoritaria rispetto al Nord. E che la solidarietà della famiglia d'origine resta la grande stanza di compensazione».

Passando proprio al rapporto tra i giovani e il Mezzogiorno, che tipo di legame c'è tra queste due realtà. I giovani possono essere considerati vittime di una certa arretratezza del Sud oppure proprio da loro può partire un rilancio da lungo tempo atteso?

«Non si può negare che l'arretratezza del Sud penalizzi i giovani sotto tanti punti di vista, a cominciare dal ventaglio di opportunità lavorative che rilancia l'esodo verso il Nord. Il tessuto socioeconomico, del resto, malgrado cellule di vitalità, continua a sopportare il peso di un ritardo antico, di soggettività economiche, di infrastrutture, di cultura imprenditoriale.
Ma non c'è dubbio: proprio dai giovani può partire il rilancio, se adeguatamente supportati però: da una politica che punti su di loro, che li voglia aiutare davvero, che creda nelle loro capacità, al di là delle facili demagogie».

Non crede che molti fenomeni recenti, dalle levate di scudi giovanili contro la criminalità organizzata fino al rinnovato impulso culturale che proprio una certa gioventù sta dando al Mezzogiorno, siano il segno di un'inversione di tendenza rispetto al passato?

«Molti giovani al Sud e non solo dormono con il libro su Falcone e Borsellino sul comodino.
Il sacrificio dei grandi giudici siciliani ha oggettivamente avviato una nuova stagione: i giovani hanno “sentito” che c'era qualcuno che lavorava davvero per riportare la legalità nella loro terra e che portava avanti il suo lavoro fino in fondo, senza farsi intimidire.
Hanno capito che la cultura omertosa che li soffocava poteva essere spazzata via. O almeno, che ci si poteva provare.
Il messaggio è passato nelle loro coscienze e rimane forte: si moltiplicano le iniziative in memoria dei giudici, le attività di promozione e diffusione di una cultura della legalità, l'aria si fa più trasparente e fina e allora viene di nuovo voglia di fare cultura, di riscoprire le radici ricchissime e scolpite di una cultura millenaria e raffinatissima, di alzare la testa.
Si avverte che qualcosa è cambiato: anche la criminalità organizzata cambierà adattandosi al mutato clima.

Il punto allora diventa questo: i giovani sapranno riconoscere i trasformismi e restare ancorati ai nuovi ideali, sapranno farsene scudo per non scivolare nel vecchio ricatto di sempre?

Io, è noto, sono un ottimista. Credo in questi giovani».

Uno dei problemi più gravi, e sicuramente foriero di molti altri, resta comunque la disoccupazione giovanile che al Sud è particolarmente diffusa. Ritiene che la soluzione sia quella di spostarsi altrove a studiare e a lavorare, oppure per i ragazzi del Mezzogiorno esiste la possibilità di crescere e realizzarsi anche nella loro terra?

«Oggi credo che faccia bene a tutti “spostarsi”, essere mobili, imparare altrove: una lingua, un lavoro, un modo di essere. Non a caso i programmi europei di circolazione degli studenti si sono rivelati un successo. Anche se questo costa sacrifici e dolore. Ma spostarsi non deve voler dire abbandonare, lasciar morire d'inedia la propria terra. C'è bisogno di nuove idee al Sud e solo giovani aperti alle esperienze potranno farsene carico».

Accanto a tutte queste difficoltà resta comunque un'immagine di un Sud giovane, dove le nuove generazioni portano su di loro i segni della vitalità e dell'attivismo. In che modo è possibile capitalizzare e quanto vale quest'immagine nel resto dell'Italia, ma anche all'estero?

«Questa nuova vitalità giovanile deve tradursi in cinghia di trasmissione di valori: deve diventare patrimonio collettivo, deve fecondare i subsistemi sociali, deve innervare i valori del lavoro, del tempo libero, della solidarietà. Si deve capire che c'è un nuovo modello culturale, che ci si può aiutare senza entrare in una “Famiglia”, che si può lavorare e fare anche successo senza dover ringraziare questo o quel potente. Che ci sono tanti modi fantasiosi e creativi di passare il tempo libero.
Questa nuova realtà, questo nuovo modo di essere meridionali deve però diffondersi, affermare un'identità, cambiare le regole del gioco.
In questo senso sarà molto importante ogni iniziativa in grado di evidenziare la nuova vitalità, la nuova identità che parte dai giovani.
Insomma, forse sta incubando una straordinaria evoluzione, ma è necessario che venga curata con attenzione».

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