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Sede per anni del potere costituito, Piazza del Plebiscito è oggi il simbolo della nuova identità culturale di Napoli.
di Ludovico Pratesi

Il nome della piazza è legato al plebiscito con cui la città di Napoli, nel 1860, entrò nel Regno d'Italia.

È raro che una piazza diventi il simbolo della rinascita culturale di una città, come è successo per la Postdamer Platz di Berlino, progettata da Renzo Piano. Eppure negli ultimi anni piazza del Plebiscito a Napoli si è trasformata nel simbolo della nuova identità culturale della città partenopea, affidata in buona parte all'arte contemporanea. Un esordio alla grande, con la gigantesca Montagna di sale realizzata dall'artista Mimmo Paladino nel 1995 con i bambini che scivolavano sulle candide pendici della scultura davanti agli obiettivi dei fotografi di tutto il mondo. Scomparse le automobili che la occupavano da decenni quando la città ospitò il G7 nel 1994, da allora ogni anno, pochi giorni prima di Natale, la piazza ha visto avvicendarsi opere monumentali di artisti di fama internazionale come Mario Merz, Jannis Kounellis, Anish Kapoor o Joseph Kosuth. I napoletani, solitamente molto tolleranti verso l'arte, hanno gridato allo scandalo soltanto quando l'artista tedesca Rebecca Horn aveva osato conficcare nel selciato della piazza le “capuzzelle”, decine di teschi di bronzo che il popolo aveva ritenuto simboli di mala sorte. A parte questo episodio, il nuovo volto di piazza del Plebiscito è stato un modo di riappropriarsi di uno spazio che per secoli era stato vissuto come il simbolo del potere costituito, rappresentato dagli edifici che la delimitano. Del resto, anche il suo nome è legato al plebiscito col quale la città, nel 1860, entrò nel Regno d'Italia, decretando la fine del potere borbonico. Un potere che è rimasto comunque ben visibile grazie all'immensa facciata del Palazzo Reale, costruita nel 1602 per il viceré spagnolo Ferrante de Castro dall'architetto Domenico Fontana, che si era fatto le ossa a Roma durante i cinque anni del pontificato di Papa Sisto V. Braccio destro del Pontefice, aveva dovuto innalzare obelischi nelle piazze della capitale per dare vita alla nuova struttura urbanistica della città eterna. È lui l'autore di uno dei più grandi palazzi d'Europa, con la maestosa facciata di forme ancora cinquecentesche che chiude la piazza con un fronte lungo ben 169 metri, animato da otto statue colossali collocate nel 1888 da re Umberto I di Savoia, per ricordare i sovrani più importanti che hanno segnato la storia di Napoli. Chi sono? Non è facile riconoscerli. All'estremità sinistra del palazzo troviamo Ruggero il Normanno, scolpito da Emilio Franceschi, seguito da Federico II di Svevia, opera di Emanuele Caggiano, e da Carlo d'Angiò, di Tommaso Solari, e infine da Alfonso d'Aragona, realizzato da Achille D'Orsi. Nell'arcata centrale si apre l'ingresso al cortile, dal quale si accede al monumentale scalone d'onore, rivestito di marmi colorati nella prima metà dell'Ottocento dall'architetto Gaetano Genovese. Al primo piano si possono visitare gli appartamenti storici, riaperti al pubblico dopo anni di restauri, arredati con mobili, affreschi e arazzi di gusto neoclassico, che comprendono anche il raffinato Teatro di Corte, realizzato dall'architetto Ferdinando Fuga nel 1768: una vera bomboniera in stile neoclassico. Ma torniamo nella piazza, per far conoscenza con i sovrani che occupano le nicchie nella parte destra della facciata. Il primo è Carlo Quinto, eseguito a partire da un modello di Vincenzo Gemito, seguito da Carlo III di Borbone, di Raffaele Beliazzi, che precede Gioacchino Murat, opera di Giovanbattista Amendola, seguito da Vittorio Emanuele II, di Francesco Ierace. Insomma, un vero e proprio incontro al vertice delle più potenti teste coronate che hanno regnato su Napoli.
A questo affollato gotha bisogna aggiungere le due statue equestri in bronzo, sistemate dall'altro lato della piazza, che con il loro aspetto maestoso rappresentano due popolari sovrano borbonici: a destra c'è Ferdinando I, mentre dall'altra parte troviamo Carlo III, capolavoro di Antonio Canova. Alle loro spalle si apre il porticato in stile dorico, un elegante emiciclo occupato al centro da una delle più maestose chiese della città. Parliamo di San Francesco di Paola, il “Pantheon dei Borboni”: un'imitazione in puro stile neoclassico del Pantheon di Roma, costruita nel 1846 dall'architetto Pietro Bianchi per volontà di Ferdinando I. La sua solennità si vede già dalla facciata, che ricorda quella di un tempio greco, con tanto di colonne e timpano triangolare, occupato dalle statue di San Ferdinando di Castiglia e San Francesco di Paola, sormontate dalla Religione, che si affaccia fiera e rassicurante sull'intera piazza. L'interno custodisce alcuni interessanti tesori d'arte sotto l'ariosa cupola alta ben 53 metri e sostenuta da 34 colonne. Dopo aver dato un'occhiata all'altare, realizzato da Ferdinando Fuga nel 1751 e incrostato di lapislazzuli e altre pietre dure, soffermatevi sull'abside, occupata da una grande tela con San Francesco di Paola che resuscita un morto, mirabile opera di Vincenzo Camuccini, soprannominato il David italiano.
A questo punto, per concludere la visita vi consigliamo una sosta al Gambrinus, uno dei più antichi caffè della città, dove nelle sale rivestite di stucchi e affreschi del Settecento si possono gustare tutte le specialità della cucina napoletana.

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