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Il Monastero di Santa Chiara è uno dei luoghi più intensi e carichi di storia della città partenopea.
di Ludovico Pratesi

Immortalato dai pittori, celebrato dai cantanti, amato dai napoletani e affollato dai turisti, il Monastero di Santa Chiara è da sempre il simbolo del cuore antico di Napoli.

 Un cuore vivo e pulsante, dove la storia si intreccia con l'arte, la tradizione con la vita quotidiana, il turismo con la religione. Sarà per la bellezza del suo chiostro maiolicato, per la presenza della tomba di Roberto d'Angiò e di quelle dei sovrani borbonici, oppure per l'orgoglio della città, che ha avuto il coraggio e la tenacia di ricostruire la chiesa gotica, che le bombe della Seconda Guerra Mondiale avevano sventrato il 4 agosto del 1943. Per tutte queste ragioni Santa Chiara è diventata la chiesa più amata dai napoletani, simbolo di una fede radicata in città fin dal Medioevo, quando la regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, chiese all'architetto Gagliardo Primario di costruire un monastero che esprimesse la sua vocazione, che non aveva potuto seguire per andare in sposa al sovrano angioino. La scelta era caduta su un terreno in prossimità del decumano inferiore, l'antica arteria della città romana che oggi tutti conosciamo col nome di Spaccanapoli. Così, dal 1310 al 1328 è stata costruita la chiesa e l'annesso monastero, in uno stile gotico sobrio e solenne, ancora visibile nella facciata, preceduta da un grande portale e da una massiccia torre campanaria, iniziato nel quattordicesimo secolo, ma completato soltanto nel Cinquecento. Purtroppo però le sobrie linee del gotico provenzale, particolarmente amato dai sovrani angioini, non riuscirono a resistere all'avanzata del barocco, lo stile della Controriforma. Non è un caso quindi che tra il 1742 e il ‘47 l'architettura gotica scompaia sotto una coltre di stucchi e affreschi, realizzati da un team di artisti guidati da Domenico Antonio Vaccaro. Un maquillage che sembrava definitivo fino a quella terribile giornata di agosto del 1943, quando le bombe fecero crollare l'intera navata. Una volta distrutta la decorazione barocca, la ricostruzione è stata finalizzata alla restituzione dell'architettura originaria, che ha ritrovato il suo antico splendore proprio a cominciare dalla fronte in mattoni, dominata dal grande rosone centrale. Il rosone gotico è la principale fonte di illuminazione dell'interno del tempio, rischiarato dalle alte bifore, che rivelano il pavimento intarsiato di marmi policromi. In fondo alla chiesa si possono ammirare i resti dei sepolcri di tre importanti personaggi della casata d'Angiò. Al centro si staglia la tomba di re Roberto, opera degli scultori Giovanni e Paolo Bertini, che l'hanno completata nel 1345, dominata dalla mole del sarcofago. A destra troviamo invece la tomba di suo figlio Carlo, duca di Calabria, mirabile opera di Tino da Camaino, autore anche del terzo sepolcro, dedicato a Maria di Valois, moglie del duca Carlo.
Dopo aver ammirato le belle proporzioni della chiesa, si passa nel convento, che custodisce il vero tesoro del Monastero: il chiostro delle clarisse, commissionato dalla regina Maria Amelia di Sassonia, moglie di Carlo III di Borbone, e interamente ricoperto di maioliche dipinte, secondo il progetto da Domenico Antonio Vaccaro nel 1742. Qui la fusione tra natura, arte e architettura è perfetta, e rende questo spazio un luogo di intensa e romantica bellezza, un tempo riservato esclusivamente agli abitanti del monastero. Due viali dividono in quattro sezioni questo ambiente di ottanta metri di lato, dove i pilastri ottagonali che un tempo reggevano il pergolato di vite, i muri e i sedili sono interamente rivestiti di maioliche dipinte in blu, giallo e verde, con ghirlande di fiori, arabeschi e vedute di caccia, giochi, panorami marini e campestri, scene mitologiche e carnevalesche, dipinte con un tratto vivace e delicato. Soltanto uno dei riquadri rappresenta invece una scena di vita quotidiana all'interno del convento, dove si vede una monaca che butta il cibo ad una decina di gatti, che allora dovevano popolare il luogo. Ma le sorprese del monastero non finiscono qui: un altro gioiello di questo luogo incantato è il grandioso presepe, mirabile esempio di un'arte caratteristica della Napoli del Settecento. Qui i presepiari hanno costruito un intero mondo in miniatura intorno alla grotta dove è venuto al mondo il Bambin Gesù, riproducendo in maniera perfetta i gesti delle popolane, le pose devote dei pastori, l'allegria delle tavolate nelle osterie, la freschezza dei pesci e dei molluschi nei mercati. Uno spaccato di vita quotidiana che rivive nel presepe, grazie all'abilità degli artigiani di rivestire le statuette di paglia e ceramica con stoffe, merletti e crinoline. Infine, da non perdere il museo dell'Opera, allestito con gusto in alcuni locali intorno al chiostro, dove è possibile ripercorrere l'evoluzione della città partenopea dall'epoca romana ai giorni nostri. Reperti archeologici, marmi preziosi, reliquiari e immagini storiche raccontano con dovizia di particolari le vicende del sito monastico. Un giusto e necessario completamento della visita al monastero di Santa Chiara, uno dei luoghi più intensi e carichi di storia custoditi nell'antico e vitale cuore di Napoli.

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