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La sicilianità come spinta morale e come intelligenza del vivere ma anche come luogo di dolore e di bellezze oltraggiate e offese. Il regista palermitano nei suoi film racconta la sua terra.
di Antonia Matarrese

Intervista a Roberto Andò

«Quando ho cominciato a pensare di fare il regista, avevo come modello la forza morale di film quali “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi.

Il cinema mi sembrava quindi un mezzo per fare ordine nel caos, per dare una forma a ciò che ai miei occhi era, nella società che mi circondava, informe e impenetrabile». Roberto Andò, palermitano trapiantato a Roma, classe 1959, è un regista colto, introspettivo, con la faccia da filosofo. E la filosofia l'ha studiata all'università per poi iniziare la sua carriera dietro la macchina da presa come assistente prima di Francesco Rosi e Federico Fellini, quindi di Michael Cimino e Francis Ford Coppola. Dal 1980, Andò alterna regie teatrali e cinematografiche: fortissimo il suo legame con il Sud, dal Teatro Biondo di Palermo al San Carlo di Napoli.

Fare regia nel Mezzogiorno d'Italia: quali i pregi, quali i problemi?

«Nel corso degli anni la situazione del Sud, dal punto di vista del caos, della sua sfuggente immagine civile, non mi sembra mutata. Anche lì, in città come Palermo o Napoli, si affacciano le cosiddette Film Commission ma, in un tipo di società come quella meridionale, vale di più il rapporto diretto, personale, non mediato dalle istituzioni. Quando non sarà più così, sarà anche svanito il caos. E si sarà compiuto quel riscatto civile che i siciliani come i napoletani vorrebbero. Dubito che accadrà presto, ma vedo anche che, sul piano produttivo e logistico, si stanno facendo passi avanti: esiste per esempio un fondo regionale siciliano che ha una concreta possibilità di imprimere slancio alle produzioni che scelgono la Sicilia come tema e come set».

Quali sono i luoghi della sua terra a cui è più legato e perché?

«Per forza di cose, si è maggiormente legati ai luoghi in cui si sono trascorsi i primi anni di vita, quelli in cui si è formato il primo alfabeto di sensazioni e di percezioni. In questo senso Palermo è il mio luogo oscuro, dove tutto ha avuto inizio. Quando ci torno, almeno tre volte l'anno, sono come rapito da una sensazione ambigua, di estrema dolcezza e di inarrivabile violenza. Sento di essere in contatto con qualcosa che mi appartiene profondamente e che mi è contemporaneamente irrimediabilmente estraneo. Una tragedia che credo vivano tutti gli esuli, volontari e involontari».

Ci può descrivere alcuni luoghi dove ha girato i suoi film e dire perché li ha scelti soprattutto riferendosi ai suggestivi paesaggi del suo ultimo set, “Viaggio segreto“?

«Per “Viaggio segreto” ho cercato i paesaggi della Sicilia orientale, delle grandi capitali barocche, delle campagne segnate dalla misura severa e cartesiana dei muretti a secco. Non è la Sicilia in cui sono nato, più irregolare, più aspra, in cui si sente la tragica dimensione della solitudine nel paesaggio. Qui, invece, dalle parti di Ragusa, tutto è più pacificato, c'è una certa conciliazione, un certo addomesticamento della natura che rende i contorni più dolci, più sfumati. Mi sembrava un paesaggio più adatto alla storia che volevo raccontare, la storia di un ritorno in un eden perduto, una sorta di cacciata dal paradiso terrestre. Altre volte ho girato a Palermo e dintorni, ad esempio “Il manoscritto del principe“, prodotto da Giuseppe Tornatore, film che ho dedicato alla vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'autore del Gattopardo. Nel film ho ricreato una Palermo d'interni, di segreti, di cose non dette. L'ambientazione di un film è uno dei personaggi principali di un film e, i luoghi scelti, proiettano una dimensione morale sui personaggi in carne e ossa della storia. Del resto, è stato proprio Tomasi di Lampedusa a dire del paesaggio siciliano che è ‘irredimibile'. Una connotazione che solitamente si dà agli esseri umani».

Quali sono, nel suo lavoro, gli aspetti della Sicilia e della sicilianità che emergono maggiormente? E quali invece quelli che, da siciliano, vorrebbe cambiare?

«È molto difficile definire il proprio lavoro, quello che si è fatto. A maggior ragione in rapporto alla propria provenienza. Certo è che non capita mai di vedere scritto su un giornale ‘il regista bergamasco' mentre il più delle volte, negli articoli che mi riguardano, trovo l'appellativo di ‘regista palermitano' che sembra poter spiegare forse una certa connotazione a parte, un certo universo culturale che si porta dietro una diversità. Cerco di declinare la sicilianità come spinta morale, come luogo del dubbio, come intelligenza del vivere. Ma è anche ovviamente un luogo di perdita, di dolore, di bellezze oltraggiate e offese. Un luogo dove la vita continua ad essere altrove. Ecco, credo che il cinema possa servire a questo, a non far sentire la vita altrove. In questo senso, mi piacerebbe cambiare nei siciliani la vergognosa certezza di essere i più furbi, sempre più furbi degli altri, e il loro lasciarsi andare come naufraghi, senza zattera, verso una dimensione ineluttabile».

La tragedia familiare che racconta in “Viaggio segreto“, fatta di amore possessivo, gelosia, ma anche rimozione, è stata per lei una storia puramente siciliana oppure ci ha visto qualcosa di più ampio e paradigmatico?

«Il precedente più importante della storia di “Viaggio segreto“ è in effetti un paradigma della classicità, è il topos tragico di Elettra. Credo sia una storia che si ripete ancora oggi, così come quella di Edipo. Un grande filosofo francese, morto di recente, ha detto che la vera risorsa del Sud è la catastrofe. A me interessava raccontare come si sopravvive alla catastrofe, a un dolore insopportabile. E raccontare anche come non ci siano regole per trovarne il modo, anche se si tratta di adottare a volte la menzogna. Non è detto, infatti, che la verità sia sempre salvifica».

E come ha lavorato sugli attori per tirare fuori da ciascuno di loro il carattere e il personaggio in modo così convincente?

«Cerco gli attori congeniali con il personaggio che devono interpretare, faccio incontri accurati, di conoscenza, non semplici provini. Così è accaduto per Alessio Boni e Valeria Solarino e, ancora prima, per Michel Bouquet, Paolo Briguglia, Daniel Auteil. Credo che nel recitare, nel vivere una seconda identità al cinema, si riveli qualcosa di nascosto, a volte qualcosa di taciuto. Tutto il lavoro preparatorio si svolge prima delle riprese. Durante le riprese si attua questa rivelazione, senza fatica».

Ci può dire a cosa sta lavorando o quali sono i suoi progetti futuri?

«Sono nella fase di scrittura di un nuovo film, anche questa volta ambientato in Sicilia. Mentre ha da poco debuttato a Cividale del Friuli, al Mittelfest il Festival diretto da Moni Ovadia, il mio spettacolo Natura morta per i diritti umani, interpretato da una delle attrici che preferisco, Isabelle Huppert».

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