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L’istituto a custodia attenuata di Lauro, che ospita tossicodipendenti, risente dell’isolamento dal territorio e lamenta una certa mancanza di attenzione.
di Giuseppe Mazzella



Forse perché il carcere di Lauro (Avellino) è lontano dalle grandi vie di comunicazione, anche se si trova a soli 15 chilometri dall'importante interporto di Nola; forse perché è in un territorio dove sono fortemente radicate alcune famiglie malavitose e l'economia del paese, meno di quattromila abitanti, si basa ancora su un gettito agricolo che nel corso degli anni si va depotenziando: certo è che il personale impegnato nell'istituto a custodia attenuata appare visibilmente scontento per la poca attenzione che viene prestata loro da parte degli Enti locali. Gestire un Icatt con risorse economiche ed umane, anno dopo anno, sempre più scarse rappresenta un impegno notevole che appare sempre più difficile assolvere. Da pochi mesi è stata chiamata a dirigere l'istituto la dottoressa Claudia Nannola, 37 anni, originaria di Napoli, proveniente dal carcere di Poggioreale, dove è stata per 10 anni uno dei vicedirettore. «L'esperienza a Lauro è recente ed è come se avessi cominciato un nuovo lavoro - esordisce la dottoressa Nannola -. Lauro è una realtà piccola e si trova in un contesto un po' marginale e isolato. Questo è il limite di questo istituto, convinta come sono che ogni carcere dovrebbe essere inserito di più nella realtà sociale. Anche se siamo vicini al centro del paese, di cui è originario il trasvolatore del Polo Nord Umberto Nobile, al quale è dedicato il museo locale, un paese con le sue bellezze e il suo borgo medioevale con l'imponente castello Lancellotti, non siamo riusciti ad avviare ancora sinergie importanti».

I rapporti con l'esterno restano allora difficili?

«Lauro non sente vicino il carcere che ospita. Con gli Enti locali stiamo avviando una collaborazione, in particolare stiamo avviando dei contatti con l'Assessore all'ambiente per creare delle borse lavoro a a favore di alcuni detenuti per lavori socialmente utili, come la tenuta del verde o la raccolta differenziata, lavori fortemente richiesti dai detenuti stessi».

Quindi è un po' delusa da questa nuova esperienza?

«No, questo no. Va ricordato, innanzitutto, che un detenuto che arriva a Lauro aderisce anche ad una sorta di proposta terapeutica. Quando queste proposte non sono sufficienti, ad essere attenuata è propria la possibilità di recupero. Attualmente riusciamo ad organizzare la scuola media, un laboratorio di video maker, abbastanza seguito, le attività della biblioteca e un corso di computer, per conseguire la patente europea. Così come sta avendo molto successo il corso di aiuto cuoco, attivato grazie ai contributi regionali per il Fondo Carcere, corso in cui sono impegnate, con profitto, 14 persone. Un'altra attività che dura da molti anni è il laboratorio teatrale, che la scorsa stagione ha avuto come vetrina prestigiosa il teatro Mercadante di Napoli, dove i detenuti hanno presentato una versione “dialettale” della commedia “Le Nuvole” di Aristofane. Un'altra idea di successo è stata quella di portare opere teatrali in altri carceri come quello di Benevento, anche in omaggio alla sua direttrice che ha diretto per molti anni Lauro, o quello di Pozzuoli, dove la popolazione femminile ha apprezzato e accolto con entusiasmo la performance. Il principio ispiratore di tutte le nostre attività resta quello di una sorta di filo che colleghi tutte le attività, dal laboratorio musicale al teatro, dal corso di computer alla scuola e alle attività sportive. Ma dobbiamo fare di più, creando vere opportunità di riabilitazione e sbocchi occupazionali e di reinserimento una volta terminata la pena».

I suoi collaboratori sono preparati al tipo di trattamento a cui sono chiamati?

«Molti che stanno qui hanno fatto corsi specifici di aggiornamento e formazione per custodie attenuate e per il trattamento dei tossicodipendenti. Anche se penso che la formazione dovrebbe essere continua, perché c'è sempre il rischio, per tutti noi che lavoriamo, di fare le cose in modo automatico. Probabilmente forse i più giovani sono più preparati a discorsi più improntati al trattamento. Io ho trovato qui alcuni elementi in particolare, veramente abituati ad impegnarsi, in cui si sente non solo che c'è l' obbligo di lavorare, in un sistema che in qualche modo è gerarchico, ma c'è anche una condivisione e devo dire che alla fine è molto più gratificante lavorare condividendo».

Gli istituti a custodia attenuata sono utili per il recupero di ex tossicodipendenti o sarebbe più utile ospitarli in strutture diverse?

«È una domanda che investe questioni molto complesse e delicate e potrebbe portare anche ad una questione generale sull'utilità del carcere e soprattutto su quello che si aspettano i cittadini dal carcere. Il trattamento dei tossicodipendenti, indubbiamente, resta una questione difficile. Posso rispondere in parte non solo per questa breve esperienza, ma anche per la mia esperienza di Poggioreale, perché lì lavoravo in un reparto che ospitava detenuti con storie di tossicodipendenza. Indubbiamente lavorare con la persona tossicodipendente che, ormai da tutti i medici, viene ritenuta una persona malata, per quanto dare delle definizioni a volte può diventare restrittivo, è particolarmente delicato. Il tossicodipendente sconta veramente questa doppia o triplice prigionia, nel senso che si trova a vivere una detenzione e a vivere già la schiavitù della dipendenza. Sappiamo che oggi le forme di dipendenza per tutti sono sempre più ampie, dal fumo alla televisione, al gioco, eccetera. Quindi questo da un lato ci potrebbe aiutare a dire, in fondo, che il tossicodipendente non è un alieno, la tossicodipendenza è una condizione a rischio, che in qualche modo, riguarda la condizione umana. Dall'altro lato bisogna prendere atto che, lì dove c'è un problema di dipendenza, ci sono moltissimi altri problemi. Per non parlare del fatto che la maggior parte delle persone sieropositive sono delle persone tossicodipendenti e in una comunità chiusa il problema delle malattie infettive è ancora un altro problema. Dare delle regole di vita, in carcere come nelle comunità terapeutiche, agevola ovviamente il recupero. Anzi, molti detenuti ci raccontano che non riescono a stare in una comunità terapeutica, perché troppo rigida. Io però, credo che sicuramente l'organizzazione, le regole e la disciplina aiutano. Però credo anche che questo aspetto non vada esasperato, perché può generare un effetto contrario, la persona, infatti, deve anche abituarsi a vivere in un contesto poi di libertà, e che comunque la detenzione o anche il soggiorno in una comunità terapeutica non potranno essere a vita, quindi deve abituarsi ad autogestirsi. La cosa più difficile molto spesso, per tutti è la gestione della libertà, imparare l'autoresponsabilizzazione. Molto spesso il tossicodipendente è una persona il cui difetto principale, la cui problematica principale, ha a che fare proprio con la motivazione, con un disturbo della volontà. D'altra parte nelle custodie attenuate, il presupposto di tutto si può dire che sia proprio una scelta. Qui tutto comincia, infatti, con una domanda della persona che sta scontando una pena in altri istituti, per essere ospitato in un Icatt, per cominciare questo percorso di riabilitazione e recupero. Ed è quindi fondamentale che ci sia una forte motivazione. Se questo può essere un problema che riguarda il carcere tutto, il cosiddetto trattamento in carcere dovrebbe anche essere una scelta. Cioé l'Amministrazione è obbligata a fare delle offerte trattamentali, ma la persona dovrebbe aderire con consapevolezza, questo però in genere in carcere anche per il principio della premialità condiziona fortemente: “Io aderisco perché mi conviene”».

Cosa ha in programma per Lauro se il suo incarico si protrarrà nel tempo?

«Intanto va detto che io ho scelto di venire qua: è stato fatto un interpello al quale ho risposto, perché al di là, a volte, della voglia di cambiamento, credo che vi sia anche una necessità di crescita non solo professionale, ma anche personale e io volevo lavorare nella custodia attenuata. Sono convinta che in una custodia attenuata ci sia veramente la possibilità di creare, di segnare questi momenti di passaggio tra l'interno e l'esterno, tarando proprio una sorta di gradualità. Ispirandosi ad un modello più elastico che si plasma maggiormente rispetto a quelli che sono i bisogni, le esigenze e le aspettative delle persone. Credo che si debba partire da quelli che sono effettivamente i bisogni e le aspettative delle persone, penso che si possa lavorare in maniera più elastica e mirata se si ha a che fare con poche persone. A volte si ragiona con grandi numeri, quando poi il trattamento penitenziario è legato strettamente ad un numero limitato di persone, proprio come condizione imprescindibile. Io ho scelto di stare qui perché credo che in tutti i posti al di là della custodia attenuata, si possa sempre attenuare qualcosa. E dove non si può attenuare la custodia, si può attenuare la sofferenza, attraverso gli strumenti del trattamento, si possono attenuare le frustrazioni del personale, e questo soprattutto proprio in una custodia attenuata».

Un personale aperto

Parla il comandante Sabato Costabile
Il Commissario Sabato Costabile, 43 anni, sposato con cinque figli, ha alle spalle importanti esperienze in altri istituti, a cui si aggiunge la funzione di tutor: «Sono qui da gennaio 2006, ma il servizio effettivo l'ho assunto nel mese di maggio, avendo dovuto assolvere all'impegno al Prap di Potenza, nonché ad un periodo di distacco presso la scuola di S.Pietro Clarenza, dove sono stato dal settembre 2005 al gennaio 2007. Abbiamo a disposizione una forza effettiva di 66 agenti, di cui 9 distaccati da altri istituti e 3 invece distaccati in altri istituti. Inoltre concorriamo quotidianamente con il Nucleo provinciale di Avellino, mettendo a disposizione 5 unità, di cui 4 appartenenti all'ordine degli agenti e degli assistenti ed una unità appartenente al ruolo dei sovrintendenti. Questo nella quotidianità delle cose. Poi siamo chiamati a fronteggiare altre emergenze che provengono da altri istituti, quindi in alcuni giorni diamo disponibilità di uomini anche nell'ordine di dieci unità. Questo va ovviamente a discapito dell'organizzazione interna del lavoro. Fortunatamente grandi problemi non ne abbiamo, sia perché abbiamo una popolazione detenuta che consta di solo 43 unità, sia perché riusciamo a gestire al meglio il personale tutto della zona, riuscendo a lavorare su quattro quadranti. Non abbiamo il problema del pendolarismo, né degli accasermati. L'età media del personale da me coordinato è di 40 anni. Sono ragazzi di formazione forse un po' vecchia, ma per fortuna possiamo contare su agenti e assistenti che sono più giovani e che hanno una preparazione più mirata al trattamento. I detenuti, attualmente 43, ospitati in 25 celle a due, parte delle quali in ristrutturazione, hanno un'età che va dai 30 ai 40 anni e provengono per lo più dagli istituti di Secondigliano e Poggioreale di Napoli. Sono approdati qui da noi, dopo un periodo di osservazione. Sono tutti italiani, tranne uno che è slavo. Scontano pene sui i 6-7 anni. Un periodo che ci consente di poter lavorare per la loro riabilitazione. Una delle principali carenze di questo istituto è la scarsità di spazi che, a parte un piccolo giardino, dove nei periodi estivi o comunque quando le condizioni climatiche lo consentono, facciamo i colloqui all'aria aperta. Per il resto non abbiamo altro dove far svolgere le altre attività ricreative e socializzanti. Così come abbiamo un'unica sala colloqui. Ma i problemi non finiscono qui. Ci sentiamo un po' isolati. Lauro è situato fuori dai principali snodi dell'autostrada, quindi arrivare con la macchina per chi viene da fuori, rappresenta un piccolo problema. L'unica fortuna è che Lauro è ben collegata dai mezzi pubblici con Napoli, da dove provengono la maggior parte dei familiari dei detenuti, che vengono qui per i colloqui. La fortuna di Lauro, comunque, è di poter contare su un personale molto aperto, impegnato sul campo, nonostante le difficoltà oggettive e le scarsità delle risorse economiche».

Delusi perché poco ascoltati

Parla il responsabile dell'Area educativa, Michele Sellitti
Responsabile dell'Area educativa è il dottor Michele Sellitti, 58 anni. «In questo momento - spiega - abbiamo dieci corsisti della scuola media. Stiamo organizzando una biblioteca, che per la verità non è molto frequentata, anche se grazie all'aiuto di un'insegnate volontaria è stato promosso un corso di lettura che ci ha permesso di partecipare al Premio Napoli 2007, nell'ambito del quale abbiamo avuto anche un incontro con lo scrittore finalista Isaia Sales. Poi abbiamo la redazione del giornale “Anagramma”, coordinata dall'associazione “Il Pioppo”. Per le attività sportive disponiamo di un campo di calcetto, di una palestra e di una piccola sala teatro, dove abbiamo una intensa e apprezzata attività teatrale. Il corso professionale per cuochi, poi, sta riscuotendo grande successo, e attualmente ha 14 allievi. Per i lavori domestici abbiamo 7 posti in cui impegniamo a rotazione i ragazzi, che si occupano anche dei lavori della Mof, dell'Ufficio conti correnti e come portapacchi. Purtroppo le lavorazioni dei metalli e la falegnameria che avevamo all'interno sono state chiuse. Altre attività artigianali vengono fatte per la costruzione di presepi, di maschere e di lavori a traforo. L'istituto di Lauro insieme ad altri 19 istituti, ha partecipato alla sperimentazione della doppia diagnosi e diagnosi nascosta. Il progetto tendeva ad evidenziare in che misura le persone affette da problematiche di tossicodiopendenza potessero avere anche disagi da un punto di vista psichiatrico. E, in effetti, lo screening del progetto ha messo in luce che il 32-33% dei detenuti hanno questo tipo di disturbo grave o lieve che sia. Il progetto ha sottolineato anche la necessità della formazione di un personale anche di Polizia Penitenziaria preparato a far fronte a questo tipo di problematiche. Purtroppo, nonostante la nostra buona volontà e quella di tanti detenuti, i risultati non sono quelli che ci si aspetta. Noi ci sentiamo poco ascoltati, forse perché stiamo in periferia e le risorse economiche, anno dopo anno, diminuiscono. Ci sentiamo un “Icatt ad attenzione attenuata”, soprattutto a causa della perdurante assenza della Magistratura di sorveglianza che non dà l'impulso necessario, ma si accontenta di far correre lentamente l'ordinario ed è presente solo per le rogatorie. Questo finisce per bloccare molte attività. Altre gravi difficoltà derivano dalla mancanza di psicologi: ne abbiamo uno solo che è presente 10 ore al mese. Qualche anno fa avevamo il supporto di due psicologhe del Sert che con un programma, Full up, accompagnavano il detenuto all'uscita, ma ora non le abbiamo più. Chiediamo maggiore attenzione e un supporto maggiore di uomini e mezzi per fare al meglio il nostro lavoro. Solo così il carcere può trasformarsi da luogo di attesa a luogo di recupero. Un Icatt non può funzionare se non ha i mezzi adeguati».

Un grande lavoro in poco spazio

Incontro con il dottor Raffaele Tambaro, responsabile dell'Area sanitaria
«Da noi arrivano persone che, dopo il primo ingresso in un istituto a carattere ordinario, vengono qui, scelti tra le persone che hanno bisogno di un supporto medico-psicologico». Così il dottor Raffaele Tambaro, spiega le caratteristiche dell'Area sanitaria di cui è responsabile «I 43 detenuti che ora ospitiamo arrivano dopo un periodo d'osservazione dagli istituti della Campania, con un'età che va dai 18 ai 45 anni, con problematiche di tossicodipendenza sin da giovanissimi. Perché provengono per lo più da fasce sociali basse. Qui, oltre a me, ci sono 4 medici Sias, 3 infermieri, di cui 1 dell'amministrazione e 2 a parcella. Per quanto riguarda l'area della tossicodipendenza che è di competenza dell'Asl, se ne occupa il Sert. Il lavoro è enorme, perché oltre ad arrivare con il peso della tossicodipendenza, il detenuto arriva con una bagaglio di patologie correlate che a volte sono sconosciute. Abbiamo, quindi, dalla semplice epatite B ben compensata, all'epatite C ancora ben compensata, a tutte le forme di epatite C, con problematiche di cirrosi epatiche, da curare in ospedale e da tenere continuamente sotto controllo. Fino ad arrivare all'Hiv, che trattiamo in collaborazione con l'ospedale Cotugno di Napoli. Fortunatamente non abbiamo carenza di farmaci, grazie alla collaborazione della Asl di Avellino. Mentre per il supporto psichiatrico e psicologico, oltre che dall'istituto con il personale interno siamo coadiuvati da uno psichiatra esterno che viene qua ogni 15 giorni. Le carenze sono legate un poco al fatto che siamo un istituto periferico e lontano, quindi, da centri di un certo rilievo. L'unico ospedale che abbiamo vicino è Nola, che dista 8 chilometri, che non è, comunque, attrezzato come quelli di Napoli, anche se ci dà un consistente aiuto, soprattutto per i controlli. Un'altra carenza è quella degli spazi angusti in cui dobbiamo operare. La nostra infermeria comprende la piccola chirurgia e la zona odontoiatria a cui provvedo io, tutto in un'unica stanza».

L'Istituto in cifre
Tipo: Casa circondariale
Indirizzo: via Bosagro, 10
Telefono: 081 8240430
Fax: 081 8240413
@-mail:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Anno di costruzione:1993
Modello architettonico: blocco monocellulare
Capienza detenuti: 30 + 4 Presenza effettiva attuale: 43
Numero sezioni e tipologia: 2 ordinarie a custodia attenuata
Numero di camere detentive: 25 + 2
Eventuali caratteristiche specifiche: attualmente sono in corso (e quasi ultimati) i lavori per le costruzioni delle docce all'interno delle celle. I lavori si stanno svolgendo in economia attraverso la locale M.O.F.
Elementi specifici delle attività trattamentali
Strutture sportive: palestra, campo da calcetto, pallavolo
Ricreative: sala polivalente
Religiose: una cappella costruita in economia dalla M.O.F. e da volontari detenuti
Lavorative: M.O.F., attività di lavorazione metalli e prefabbricati in comodato d'uso ad un'impresa esterna
Spazi sociali: sala teatro, biblioteca, 2 sale polivalenti, 1 ambiente per attività artigianali – manuali, area verde
Rapporti con
Volontariato: Associazione “Il Pioppo”, 1 volontaria per gestione e catalogazione libri biblioteca
Enti locali: Comune di Lauro
Altri Enti: Regione Campania, Gesco, Provincia, Piani di zona ambito 5, ASL AV 2, Università degli Studi
Attività
Scolastiche: Corso di Scuola Media
Culturali: biblioteca, redazione giornale “Anagramma”, Corso di lettura, Premio Napoli
Ricreative: Calcetto, Pallavolo, Ping Pong, Calciobalilla, Giochi ai tavoli, Play Station
Altro: Laboratorio teatrale, Corso prof. di Informatica, Videomaker, Corso di percussioni, Gruppo lettura, Gruppi psicologici, incontri, colloqui con le famiglie e psicologo presente, follow-up, preparazione alla dimissione, verifica e sostegno nel corso dei primi passi in libertà, Aiuto-cuoco, (Corso finanziato dalla Regione Campania: fondo carcere)

 DATI RELATIVI AL PERSONALE

Personale di Polizia penitenziaria
Uomini: n. 60
Donne: n 6
Caserma e posti letto: sì / 2 posti letto
Ambienti specifici per il benessere del personale (sale convegno, campo di calcio, palestra, etc.): =
Personale area educativa: n. 2 profili presenti: 1 educatore/ 1 collab. B
Personale Area amministrativa: n.11 profili presenti: C3 – C1 – B3 – B2
Personale Area contabile: n. 3 profili presenti: 2 C1 – 1 C3 – 1 B3 – 1 B2
Personale Area sanitaria: n. 1 profili presenti: 1 B3 Tecnico Caposala ed il Dirigente sanitario, più gli infermieri a parcella, i medici SIAS, e 2 convenzionati specialisti.
Altri elementi che si desiderano segnalare sarebbe senz'altro necessario un incremento delle ore degli esperti ex art. 80 di osservazione e trattamento (attualmente solo 10 ore mensili) perché tanto più in un Icatt il momento della presa di coscienza e quindi dell'auto responsabilizzazione che si favorisce nell'ambito di un percorso terapeutico è particolarmente importante.

Ci vuole più aiuto

Incontro con il cappellano, Padre Carlo de Angelis
Padre Carlo de Angelis, 59 anni, originario di Collepardo, Frosinone, dell'ordine dei Caracciolini, così racconta la sua esperienza pastorale: «Sono cappellano a Lauro dal 2001, impegno che divido con la parrocchia del quartiere di Miano a Napoli, che è vicino al carcere di Secondigliano, dove mi occupo dei ragazzi tossicodipendenti. Sono venuto a Lauro su invito di alcuni detenuti che conoscevo già. Il lavoro di un cappellano non è solo quello di portare un messaggio religioso, ma anche quello di aiutare a superare le difficoltà non solo del carcere, ma dell'ambiente sociale da cui provengono i detenuti, che è poi la vera grande piaga. Ho fondato una comunità per tossicodipendenti, che si chiama “La Sorgente” e che è sempre nel quartiere di Miano, a Napoli, dove abbiamo ex detenuti che vengono da qui. Negli ultimi anni le cose sono diventate più difficili, a causa della scarsità degli operatori sociali che non riescono più a seguire adeguatamente le problematiche di questi ragazzi. Un tempo si riusciva a stare vicini a loro anche dopo l'uscita dal carcere, ora non più. Ed è un peccato. Nel mio lavoro sono aiutato da due volontari e sono molto impegnato anche e soprattutto con le famiglie dei detenuti. Io credo che sia necessario cercare una maggiore collaborazione con le agenzie esterne che possono offrire campi di lavoro, perché la vera verifica è quella all'esterno. Si sta cercando di fare una cooperativa, ma è molto difficile lavorare in queste condizioni. E poi bisogna rimuovere anche i pregiudizi. Chi si può fidare di un ex detenuto e perlopiù anche tossicodipendente?».

Per ogni detenuto un approccio diverso

Parla l'agente Giovanni Buonaiuto
«Da circa quattro anni seguo i detenuti in tutte le loro attività, scolastiche, di lavoro e professionali - spiega l'assistente Giovanni Buonaiuto, 41 anni, che in istituto si occupa delle attività trattamentali - Con ogni detenuto, nel momento in cui ci si rapporta, va analizzato e studiato un sistema di approccio diverso, anche per aiutarlo a superare il problema o i problemi di cui soffre in quel momento. Nel rapporto diretto con il detenuto trovo gratificante il mio lavoro, perché costituisce un arricchimento non solo professionale, ma umano. Allargare l'orizzonte della conoscenza alle famiglie, non può che giovare al nostro impegno trattamentale, inquadrando di volta in volta la questione particolare di cui soffre il detenuto. Un lavoro complesso, ma che dà molte soddisfazioni».

L'Ufficio colloqui

Parla l'Assistente Teresa Simonetti
L'Assistente Teresa Simonetti, 32 anni, nell'istituto si occupa dei colloqui e del servizio portineria: «Oltre ai colloqui ordinari previsti dall'Ordinamento penitenziario, qui vengono fatti anche altri incontri come quelli autorizzati dall'ex articolo 61, per il quale è data la possibilità di stare assieme alla famiglia per una durata di cinque ore di seguito, occasione in cui i detenuti e i loro familiari consumano assieme anche il pasto. Abbiamo un'area verde, dove, quando le condizioni climatiche lo permettono, vengono ospitati detenuti e famiglie in visita. Il nostro, essendo un ambiente piccolo e con pochi detenuti, ci permette di relazionare e conoscere non solo questi, ma anche i loro familiari ai quali, quando sorgono discussioni, offriamo le possibilità di essere aiutati dallo psicologo o dall'educatore».

Il giornale “Anagramma”

Parla la volontaria Sabina Leone
«Il giornale rappresenta per i detenuti, molti dei quali hanno la mia stessa età, un modo per aprirsi e parlare di tutto - così spiega Sabina Leone, volontaria ex art. 17, - Io lavoro con l'associazione “Il Pioppo” e da un paio d'anni collaboro al giornale “Anagramma”. Sono presente in carcere due giorni la settimana. Organizziamo dei gruppi e scegliamo gli argomenti, approfondendo i problemi che loro hanno e dando loro la possibilità di manifestare il disagio e le sofferenze che vivono. Così nascono gli spunti per scrivere gli articoli. Questo rappresenta un modo per aprirsi all'esterno. Loro li scrivono e noi diamo una sistemata e li sottoponiamo al direttore per l'ok finale. “Anagramma” viene inviato a tutte le carceri d'Italia, con alcune delle quali intratteniamo anche degli scambi di collaborazione».

L'Ufficio matricola

Incontro con il responsabile dell'Ufficio, Fausto Del Gaudio
L'ispettore superiore e sostituto commissario Fausto Del Gaudio, 55 anni, è responsabile dell'Ufficio matricola dal 1993. «La matricola si occupa e segue la storia giuridica del condannato - spiega - e quindi rappresenta un ganglo essenziale delle attività di un carcere. Sono aiutato nel mio lavoro da altri due collaboratori. Siamo presenti in ufficio negli orari mattutini, non essendoci arrivi di detenuti nel pomeriggio. Per quanto riguarda l'informatizzazione possiamo contare su ottimi sistemi e grazie al collegamento CED preveniamo eventuali errori materiali nei calcoli e nello stilare la posizione giuridica degli stessi detenuti».

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