Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Nel dicembre del 1947 nasceva la Costituzione italiana: un documento ancora oggi all’avanguardia, grazie al quale la nostra Repubblica rimane solida nelle sue strutture e istituzioni.
di Lucio Villari

La mattina del 27 dicembre 1947, a Roma, un uomo politico liberale, il giurista Enrico De Nicola firmava, insieme con uno dei fondatori del partito comunista, Umberto Terracini e

con uno dei fondatori del partito popolare e poi della democrazia cristiana, Alcide De Gasperi, la Costituzione della Repubblica italiana. Erano in quel momento le massime autorità dell'Italia nuova, nata per libere e democratiche elezioni (per la prima volta nella storia italiana votavano le donne) dal Referendum del 2 giugno 1946. De Nicola era il Capo provvisorio dello Stato (“provvisorio” perché appunto lo Stato italiano era in attesa di una Costituzione), Umberto Terracini era Presidente dell'Assemblea Costituente (eletta nello stesso giorno delle votazioni del Referendum del 2 giugno e che in diciotto mesi aveva elaborato, con ampi dibattiti e confronti politici, il testo della Carta costituzionale), Alcide De Gasperi era il Presidente del Consiglio, alla testa di un Governo di centro sinistra che fino a qualche mese prima comprendeva anche i comunisti e i socialisti. Anche da questo spirito di collaborazione tra forze politiche, culturali e sociali diverse era venuta alla luce una Costituzione che, ancora oggi, appare tra le più democratiche e moderne del mondo.
I tre uomini politici che l'hanno firmata rappresentavano anche, idealmente, l'Italia unita, nata dal Risorgimento e dalle lotte per l'indipendenza nazionale: De Nicola era nato a Napoli, Terracini a Genova, De Gasperi vicino Trento. Questa città era appartenuta all'Austria, ma diventerà italiana nel 1918. Anche nella biografia dei firmatari della Costituzione c'erano il nord, il sud, le terre irredente: una grande e drammatica storia italiana cominciata nel 1848, l'anno delle rivoluzioni liberali in Italia e in Europa, e della concessione, per la prima volta agli italiani – almeno a quelli che appartenevano al regno di Piemonte – di una carta costituzionale, lo Statuto. L'anno anche delle Cinque Giornate di Milano che, nel marzo 1848, avevano segnato l'inizio del conflitto patriottico tra italiani e austriaci per l'indipendenza di quelle parti dell'Italia – a cominciare dalla Lombardia e dal Veneto – controllate dall'impero d'Austria.
La nostra Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948, avendo però come precedenti, non soltanto lo Statuto, che proprio in quell'anno, se al Referendum avesse vinto la Monarchia, avrebbe festeggiato il secolo di vita, ma anche un'altra Costituzione, ben diversa per ispirazione ideale e valori politici e sociali: la Costituzione della Repubblica Romana, la Repubblica di Mazzini e Garibaldi, promulgata ai primi di luglio del 1849 in Campidoglio mentre Roma stava per essere occupata dalle truppe francesi venute a restaurare il potere temporale della Chiesa.
L'assonanza spirituale e politica tra le due Costituzioni repubblicane è esplicita nel primo articolo dei due testi, cioè nell'incipit dei rispettivi Principi fondamentali. La differenza è forse nella tensione rivoluzionaria che c'era nelle parole dei rivoluzionari mazziniani, ma la sostanza è identica: “La sovranità è, per diritto eterno, nel popolo. Il popolo dello Stato romano è costituito in repubblica democratica”. Era questo l'estremo messaggio politico che i costituenti del 1849 lasciavano al giudizio degli italiani e dei cittadini liberali e progressisti d'Europa. Nella repubblica mazziniana si metteva per la prima volta in pratica un principio ineludibile delle democrazie moderne: la fine delle distinzioni tra i cittadini sulla base del censo e l'eguaglianza dei diritti. Questo spirito mazziniano aleggerà sui lavori della Commissione, formata dai settantacinque deputati di tutti i partiti antifascisti, cui spettò il compito di elaborare il testo costituzionale e alla quale parteciparono sia quanti tra i costituenti erano giuristi e studiosi della politica, sia i protagonisti di quella stagione politica così esaltante: da Aldo Moro a Palmiro Togliatti, da Benedetto Croce a Giuseppe Dossetti, da Pietro Nenni a Piero Calamandrei.
“L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo è l'articolo 1. Apre solennemente la nostra Costituzione ed è stato approvato con voto unanime dall'Assemblea Costituente in una delle sue ultime sedute, il 22 dicembre 1947. Le parole-chiave sono le stesse della Costituzione del 1849: “repubblica democratica”, “popolo”, “sovranità”. Quest'ultima parola in particolare segna la differenza sostanziale, sia giuridica, sia politica, tra una Monarchia e una Repubblica: in uno stato monarchico la sovranità appartiene al Sovrano, in una repubblica al Popolo. Ma a sessanta anni di distanza il carattere innovativo di queste formule repubblicane è dato dal fatto che alla sovranità del popolo italiano i deputati della Costituente diedero una sorta di valore aggiunto, chiamiamolo pure un plusvalore ideale, introducendo il “lavoro” come dato fondante della democrazia che la Costituzione intendeva disegnare per il futuro del nostro paese.
La spiegazione storica dell'importanza e del significato istituzionale da dare al lavoro sta a mio parere in questo: si è voluto dare la precedenza ai problemi dei “diritti e doveri dei cittadini” rispetto a quelli dell'Ordinamento del nuovo stato repubblicano. Ebbene, proprio i rapporti etico-sociali e i rapporti economici indicati come centrali, richiamano il tema del lavoro dell'art.1. Ben tredici articoli sono dedicati ai lavoratori, all'organizzazione economica, all'interesse generale che deve prevalere sugli interessi particolari, al principio assolutamente nuovo che la proprietà privata non è un tabù e che l'iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Si pensi anche alla novità di un linguaggio che in un testo costituzionale pone, come in questo caso, l'espressione “dignità umana” come un valore individuale e collettivo che lo Stato repubblicano ha il dovere di tutelare.
Da questo punto di vista la nostra Costituzione è all'avanguardia rispetto a quasi tutte le Costituzioni in vigore nel mondo. Vi era stato solo un precedente, la Costituzione che la Germania, dopo la fine della prima guerra mondiale e la caduta dell'Impero tedesco, adottò nel 1919. Fu l'esperienza della Costituzione della Repubblica di Weimar, cioè delle istituzioni che la Germania si diede in quel tempo difficile del turbolento dopoguerra, gettando le basi della prima democrazia autentica dell'Europa del Novecento. Non a caso essa sarà colpita quindici anni dopo dalla reazione del nazionalsocialismo di Hitler. La Costituzione italiana del 1947 si è certamente ispirata alla Costituzione di Weimar, ma per fortuna resta una pietra angolare indiscussa della nostra Repubblica, pur con le modifiche e gli aggiornamenti che in questi sessanta anni si sono resi e si renderanno necessari per adattarla ai cambiamenti richiesti dalle trasformazioni politiche sociali, economiche, di costume, eccetera. La nostra Repubblica, nonostante instabilità, crisi, incertezze politiche e giuridiche, rimane solida nelle sue strutture e istituzioni grazie proprio alla Costituzione del 1947 che fu pensata per l'Italia del futuro e non soltanto per risolvere i problemi lasciati dal fascismo, e per attrezzare uno Stato nascente su nuovi princìpi e nella proiezione dell'Europa.

Lucio Villari, professore di Storia contemporanea all'Università di Roma 3, autore di numerosi volumi storici.

Joomla templates by a4joomla