Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Una realtà pesantemente arretrata, ma con piccoli cambiamenti che mostrano un lento miglioramento. Monsignor Dario Edoardo Viganò racconta la sua esperienza tra i detenuti del carcere brasiliano di Lemos Brito a Salvador de Bahia.
di Mons. Dario Edoardo Viganò

Entrare a Lemos Brito non è mai un'esperienza facile. Il primo controllo arriva in direzione, dove si consegnano i documenti e tutti gli oggetti che non possono essere portati in carcere.

Poi si passa a un secondo controllo, quello della Polizia Penitenziaria, ma l'impatto emotivamente più forte, soprattutto per chi attraversa quei confini per la prima volta, si consuma entrando nel perimetro di detenzione. Al suo interno i carcerati girano liberamente e le celle sono spazi angusti dove i detenuti stessi si barricano dopo averle conquistate per ripararsi dagli assalti della Polizia. Sebbene la loro capienza preveda solo una persona, ogni cella ne ospita tre o quattro, lasciandone fuori molti altri.
Questa è la prima immagine offerta da Lemos Brito, il carcere di Salvador de Bahia che ospita, tra uomini e donne, circa 2.000 persone divise in quattro bracci.
Negli ultimi anni, per quanto in parte compromessa, la condizione di vita dei detenuti ha registrato un certo miglioramento grazie all'arrivo di un nuovo direttore e alle novità che hanno coinvolto tutto il Brasile, anche sul profilo internazionale. Un tentativo di rinascita che contrasta con realtà ancora pesantemente arretrate rispetto agli standard di detenzione occidentali, come la costruzione di un nuovo settore di massima sicurezza con una struttura che fa spavento: una gabbia dentro un'altra gabbia. E ciò non fa altro che confermare il carattere fortemente punitivo del sistema carcerario brasiliano.
Una condizione che attualmente viene combattuta grazie anche all'impegno della Pastorale Carceraria, gestita da uno dei vescovi della grande diocesi brasiliana. Al suo interno sono impegnati un prete belga che opera nel recupero dei carcerati quando escono di prigione e ha creato un'attività gastronomica che permette loro di lavorare, e suor Adele Pezone, che dal 2000 guida il “Centro per l'infanzia Nova Semente” dove ospita i figli delle donne detenute a Lemos Brito.
Tutto cominciò una decina di anni fa quando, a seguito di una rivolta nel braccio femminile, il magistrato decise di affidare i figli delle recluse all'esterno e di destinarli agli orfanotrofi. Fu un periodo di forti tensioni che si risolsero quando suor Adele si offrì di accudire i bambini e tutte le carcerate accettarono di buon grado di affidarli a lei. Da allora la suora li fa crescere, li manda a scuola e tutte le settimane li riporta dalle mamme in carcere. 35 bambini dormono lì, ma ogni giorno il centro diventa un asilo capace di ospitarne 120, tutti figli della favelas che sorge di fronte al penitenziario.
Ed è proprio nelle Favelas che la suora con i suoi volontari acquista casette per regalarle ai detenuti che escono dalla prigione per favorirne il reinserimento sociale.
Queste attività, come tutte quelle della Pastorale Carceraria, contribuiscono all'emergere di qualche segno di recupero.
Da qualche anno, infatti, i detenuti che mostrano cenni di ravvedimento e si distinguono per la buona condotta, possono uscire la mattina e andare a lavorare in laboratori di cera e di legno. Queste attività gli permettono di mettere da parte qualche soldo e soprattutto di impegnare la giornata. Il tutto ovviamente nell'ambito di un cammino lungo e complesso che sconta un'arretratezza prima di tutto culturale.
Molti ragazzi detenuti per omicidio tengono con loro le foto della famiglia, dei figli piccoli e raccontano quel gesto come la cosa più naturale del mondo, dimostrando il valore quasi nullo che riconoscono alla vita. Lo stato di arretratezza si riflette inevitabilmente nella quotidianità carceraria dove, oltre allo spaccio di droga, si consumano omicidi e violenze.
Una realtà che si scontra con il loro carattere generalmente aperto e disponibile. I detenuti accolgono sempre molto volentieri chi gli fa visita perché considerano importante vedere qualcuno, soprattutto dell'occidente ricco, che si occupa e si preoccupa di loro. Ma il livello di alfabetizzazione è molto basso e il problema della povertà è rappresentato proprio dall'ignoranza e dalle stesse radici storiche di Bahia, uno Stato creato con il trasporto degli schiavi neri.
Questo porta con sé il problema del recupero psicologico e relazionale dei detenuti che viene ovviamente ingigantito dalla condizione di sovraffollamento della prigione e da cui deriva anche qualche fenomeno di suicidio, molto spesso dovuto a violenze interne o addirittura alle pressioni psicologiche esercitate dalle guardie penitenziarie.
Inotre, in quest'immenso calderone che caratterizza la vita dei detenuti si inserisce il fenomeno delle sette, come la Chiesa del regno di Dio o la Chiesa degli ultimi giorni, molto spesso giunte dall'America del Nord per trovare terreno fertile nell'ignoranza e nella povertà di alcuni strati della popolazione brasiliana.
Un faro di luce arriva però dalla maggior sensibilizzazione che stanno dimostrando le autorità preposte alla gestione di queste strutture.
All'interno di Lemos Brito c'è oggi un direttore protestante che ha seguito la linea del predecessore compiendo piccoli passi di apertura. È stato così inaugurato due anni fa un grande panificio interno dove suor Adele compra il pane per i bambini del suo asilo.
Sono cambiamenti piccoli e lenti, segno però di un'attenzione grande e crescente, vissuta in qualche occasione anche tra i detenuti stessi.
È questa la sensazione che ho provato quando uno dei carcerati, che andavo spesso a trovare, mi regalò un crocifisso in legno intarsiato da lui. La cosa più insolita e toccante, però, era che il Cristo rappresentato aveva il suo volto, segno della sofferenza umana e insieme simbolo di redenzione.

Mons. Dario Edoardo Viganò, presidente dell'Ente dello Spettacolo, insegna semiologia del cinema e degli audiovisivi presso l'Università Luiss di Roma.

Joomla templates by a4joomla