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Incontro con Lella Costa

La famosa attrice di teatro porta spesso la sua esperienza in carcere e dice “dovrebbe essere un percorso formativo per tutti”.


Attrice/autrice di teatro (e in teatro è impegnata anche in questi giorni a Roma e lo sarà poi a Milano con un originale Amleto di Shakespeare) Lella Costa è una persona che lavora molto sul linguaggio e sulla parola letteraria, convinta dell'importanza che questa ha nella formazione e nella relazione con gli altri. Proprio l'importanza che ha il linguaggio all'interno di una realtà così particolare come il carcere è stata una delle prime cose che, ricorda l'attrice, l'ha colpita di più la prima volta che ha fatto ingresso a San Vittore a Milano.
«Conosco da qualche anno Luigi Pagano e quando all'epoca era direttore di San Vittore mi aveva coinvolto in diverse iniziative: partite di calcio, incontri con i detenuti, seguivo anche il Gruppo della trasgressione. Entrando in carcere mi aveva subito colpito il fatto di quanto lì si diventi molto più responsabili delle parole che si usano, perché hanno un peso maggiore, lì ti viene chiesto veramente conto di quello che dici».
E al carcere di Bollate l'attrice milanese ha oggi anche “prestato” la sua voce per accompagnare i visitatori virtuali in un viaggio alla scoperta del carcere milanese, un video all'interno del nuovo sito internet dell'istituto, che consente di conoscerne gli ambienti, le attività, i corsi.

Come è cominciato, il suo rapporto con il carcere di Bollate?

«A Bollate ero stata una volta solo in occasione dell'inaugurazione della loro bellissima biblioteca, una biblioteca informatizzata e con tantissimi volumi. Ero stata invitata a leggere ai detenuti alcuni brani di racconti e io avevo scelto tra gli altri un bellissimo racconto di Erri De Luca “In alto a sinistra”, che parla proprio del rapporto con i libri.
Un'esperienza emozionante. Come è sempre emozionante entrare in carcere. Io penso che chiunque, soprattutto chi ha un percorso professionale in cui ha a che fare con le relazioni umane, dovrebbe varcare la soglia di un carcere, prima di prendere qualsiasi posizione in merito. Bisogna prima capire di che cosa si parla, perché se non si è mai entrati in un carcere non si può dare nessun tipo di giudizio. Per me è stato un arricchimento anche se non è stata una cosa facile».

Lei che è molto impegnata nel sociale a Milano, in carcere quali altre esperienze ha avuto?

«Va detto innanzi tutto che Pagano ha cambiato veramente il rapporto della città con il carcere, anche perché San Vittore è un carcere che si trova in mezzo alla città e lui ha sempre valorizzato questo elemento di presenza. A San Vittore un anno, per Natale, nel reparto femminile è stato organizzato un momento di grande emozione. Con un gruppo di musicisti e un gruppo di vocaliste sarde bravissime abbiamo realizzato un piccolo spettacolo su De André, ricordo ancora quell'esperienza come un'emozione fortissima. La prima volta invece che ho fatto uno spettacolo teatrale in carcere è stato nell'87 e mi ricordo allora il senso di smarrimento che avevo provato, anche per il fatto che allora ero poco nota anche al pubblico esterno, figuriamoci dentro al carcere! Non avevo la percezione della tensione che i detenuti accumulano in queste occasioni, questa eccitazione, questo ipercinetismo che li prende. All'interno tutto viene vissuto in maniera diversa e di questo bisogna sempre tenere conto. Però il teatro ha un grande potere, una grande forza, riesce a far passare una corrente, tra chi recita e chi ascolta. Quello proprio che dà senso al mio lavoro è, infatti, la relazione tra spettacolo vivente e pubblico vivente. Questi sono la grande forza e il grande fascino del teatro per me.
Un altro momento molto emozionante che ricordo è stato in occasione delle riprese di un piccolo film “Campo corto”, che, attraverso un torneo di calcio surreale, raccontava la realtà del carcere. Sono contenta di tornare anche quest'anno, come già l'anno scorso, a San Vittore per Natale come madrina del concorso letterario, perché mi illudo di poter essere un po' utile e di poter instaurare dei legami con i detenuti. Sono contenta quando sono in carcere di riuscire a trasformare quei momenti in momenti di vita. Mi ricordo a Natale dell'anno scorso tra i premiati del concorso letterario un giovane uomo inglese completamente solo, senza parenti senza amici, senza nessuno, abbandonato. Provai una tristezza devastante».

Libri e teatro, parola scritta e parola detta. Cosa funziona di più secondo lei in carcere?

«Io credo che il teatro in carcere funzioni di più come momento di aggregazione dei detenuti, credo che possa essere uno straordinario strumento di terapia, di crescita e di evasione, un modo per rivedere e rielaborare i propri rapporti umani.
Anche la parola letta ha comunque una straordinaria potenza in un ambiente in cui le emozioni sono un po' soffocate. Nelle occasioni in cui sono andata a leggere qualche pagina dai libri ho sempre riscontrato una grande attenzione, un grande interesse».

Il sito del carcere di Bollate offre l'occasione di conoscere questo mondo anche all'esterno. Quanto è importante, secondo lei, questa apertura con il mondo esterno?

«Io ritengo che sia fondamentale e indispensabile. Dirò di più secondo me, il carcere dovrebbe essere un percorso di formazione obbligato per tutti. L'avere un sito fruibile da tutti, è sicuramente qualcosa che abbatte le barriere e ti permette di non mitizzare, sia nel bene che nel male, questa realtà dandotene una percezione reale. Bollate, poi, credo che si possa considerare, per diversi motivi, un carcere all'avanguardia.
Mi piacerebbe che anche attraverso il sito si capisse quanto il crinale tra dentro e fuori è veramente sottilissimo, e che ci fosse una maggiore riflessione su questo. Vorrei che non si guardasse a questa realtà, come invece spesso si fa, con pregiudizio, e questo sito aiuta a farlo».

Il carcere così come è oggi, secondo lei, riesce a ottemperare all'art. 27 della Costituzione e quindi alla riabilitazione del detenuto e alla sua risocializzazione una volta scontata la pena?

«Da quello che ho visto direi di no, ma certamente non per cattiva volontà di chi vi lavora, ma per problematiche oggettive come le carceri sovraffollate o reati che in parte potrebbero essere puniti con pene alternative alla reclusione. Questo nonostante la buonissima volontà di molti. Io ho incontrato persone di sorprendente spessore culturale e umano dentro e intorno al carcere, anche nell'ambito proprio della Polizia Penitenziaria».

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