Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

Incontro con Luigi Di Mauro Presidente della Consulta cittadina per il carcere

di Rossana Arzone

La Consulta cittadina per il carcere celebra in Campidoglio il decennale di attività. Un traguardo importante fatto di difficoltà e tanti successi che l’hanno portata lontano. Fino in Europa.



Concertare, confrontarsi, fare rete. Con l'unico scopo di realizzare interventi concreti e praticabili. La Consulta cittadina per il carcere, nata con delibera nel 1997, è «un modello di concertazione in cui tutti discutono concretamente su cosa fare nel carcere». Così almeno piace definirla al suo presidente Luigi (Lillo) Di Mauro, che da dieci anni appunto vi si dedica con passione e professionalità.

Uno dei primi obiettivi della Consulta, se non sbaglio, è stato quello di fare in modo che il carcere venisse considerato come un Municipio della città, per potervi portare all'interno quella rete di servizi che esistono al di fuori…

«Esatto. Da quando si è costituita la Consulta abbiamo iniziato un percorso, all'inizio, devo ammettere, un po' accidentato dal momento che la Consulta era la prima esperienza in Italia di questo tipo, e anche per accreditarsi presso l'Amministrazione Penitenziaria all'inizio abbiamo trovato qualche resistenza, ma che alla fine ci sta portando a raggiungere molti risultati.
Noi siamo convinti che la sicurezza la si garantisca non esclusivamente imprigionando le persone, pur dando per scontato che chi compie un reato deve pagare, ma riteniamo che, trattandosi per la maggior parte di persone con disagi sociali, culturali, e anche patologici, queste persone abbiano più bisogno dell'intervento sociale, cioè dell'intervento del territorio. Per fare questo è necessario che il territorio prenda in carico la persona dal momento in cui viene arrestata fino al suo rinserimento. Chiaramente, per raggiungere gli obiettivi che, fin da dieci anni f,a avevamo in mente, abbiamo combattuto affinché il Comune di Roma, per esempio, facesse una riunione del Consiglio Comunale all'interno del carcere. Così è stato. La riunione è stata fatta a Rebibbia Nuovo Complesso nel 2001, e in quella sede appunto è stato riconosciuto il carcere come Municipio della città. Cosa che aveva un valore simbolico molto importante, perché significava riconoscere che i detenuti diventavano a tutti gli effetti cittadini di Roma e che il Comune si impegnava a sviluppare degli interventi sociali nei loro confronti come lo fa per i cittadini liberi.
È importante mettere in rilievo che a questa Consulta aderiscono circa 85 organizzazioni del III Settore, dal volontariato alla Cooperazione sociale, si tratta di Associazioni di cultura cattolica ma anche laica, a dimostrazione che la Consulta non è uno strumento o un luogo politico, ma è un luogo di concertazione dove tutti discutono su quanto è opportuno fare all'interno e all'esterno degli istituti a favore dei detenuti ed ex detenuti. Tra queste organizzazioni vorrei mettere in rilievo la presenza della Caritas, della Comunità di Sant'Egidio, di Antigone, dell'Arci, di Villa Maraini; si tratta, quindi, di organizzazioni molto importanti per quanto riguarda gli interventi trattamentali in carcere. Devo dire che dopo dieci anni – sottolinea Di Mauro con soddisfazione – la cosa più rilevante è che il sindaco di Roma celebrerà questo decennale, in maniera piuttosto solenne, il 5 dicembre alla presenza del Capo del DAP Ettore Ferrara e del Capo del Dipartimento minorile, nell'Aula Giulio Cesare in Campidoglio, e questo perché la Consulta ha saputo realizzare in questi anni delle iniziative e dei modelli che hanno una importanza strategica rispetto alle politiche carcerarie».

Può spiegare il valore e il significato del “Piano carcere”?

«Innanzi tutto bisogna spendere due parole su come si è arrivati alla costituzione del “Piano carcere”. Con il precedente Governo Prodi venne approvata la Legge 328 che è la Riforma dei servizi sociali, all'interno della quale il detenuto veniva considerato come soggetto svantaggiato alla pari del portatore di handicap e noi, sulla base di questo, abbiamo proposto ed istituito il “Piano carcere” del Comune di Roma.
A questo “Piano carcere” vi partecipano la Giustizia minorile, l'Amministrazione Penitenziaria e tutti gli Enti e le istituzioni collegati per un totale di 250 delegati, suddivisi in cinque Commissioni, che hanno elaborato il primo Piano carcere sperimentale nel 2001, partito effettivamente nel 2003 e adesso stiamo elaborando il “Piano di sistema”. Vale a dire un Piano in cui tutte quelle azioni che sono state ritenute importanti, verranno riproposte come servizi permanenti all'interno delle carceri, non più quindi solo come progetti che hanno un inizio e una fine. Tra l'altro abbiamo anche proposto, e in seguito è stato anche realizzato a questo proposito, un Protocollo d'intesa con il Tribunale ordinario di Roma, tra il sindaco e il presidente del Tribunale, per l'inserimento in lavori di pubblica utilità dei condannati dal giudice di Pace. Queste due modalità di intervento innovative, le ho volute trasferire anche in alcuni Comuni del nostro Paese, come Torino, Milano, Padova e poi in Umbria, perché potessero rappresentare un modello di intervento che anche altri potessero assumere. Siamo stati invitati inoltre, il 22 di giugno scorso, ad un importante workshop della Comunità Europea a Varsavia, dove il nostro modello di intervento è stato preso quale risoluzione da indicare al Consiglio d'Europa. Il percorso fatto è quindi stato importante perché ha voluto garantire i diritti ai detenuti che abbiamo realizzato non a parole, ma con fatti concreti. Questo “Piano carcere” è diventato, così, un modello non solo in Italia, ma forse anche in Europa, tanto che adesso la Spagna ci ha chiesto di fare un Progetto europeo congiunto per intervenire nelle carceri spagnole. Su questa linea ho parlato anche con esponenti in Germania che si sono dimostrati interessati e vorrei parlare anche con la Francia , Questi quattro Paesi dovrebbero così realizzare dei modelli di network, di intervento in carcere, in modo da poter chiedere i fondi alla Comunità Europea per applicarne le linee principali».

Tornando all'Italia, come Consulta penitenziaria siete stati anche promotori di tante altre battaglie. Ce ne può illustrare qualcuna?

«È vero. Come Consulta penitenziaria siamo stati promotori per esempio della Legge sulle madri detenute con i bambini, siamo stati fondatori del Forum nazionale per la tutela della salute in carcere, abbiano promosso dibattiti sulla salute e anche su alcune specificità come la presenza degli omosessuali e transessuali in carcere, che non sono problemi irrilevanti».

Avete anche preso in considerazione in particolare la condizione dei detenuti stranieri che non possono incontrare con facilità i familiari, e a questo proposito avevate proposto una Carta dei diritti per i figli di questi detenuti …

«Esattamente. Più in generale abbiamo voluto rivolgerci ai figli dei detenuti che stanno all'esterno. Tanto che abbiamo realizzato la ludoteca a Regina Coeli e da poco sono iniziati i lavori per la realizzazione della ludoteca a Rebibbia femminile. Chiaramente all'interno di questo grande problema c'è anche il problema dei figli dei detenuti stranieri, che si trovano fuori d'Italia oppure sono in Italia ma non si sa dove. La Carta dei diritti è sui diritti dei bambini in genere, con attenzione però particolare a quelli dei detenuti stranieri, che hanno grossi problemi di relazioni familiari. Tra i diversi problemi che hanno gli stranieri c'è anche quello delle telefonate, che sono troppo brevi rispetto alla necessità che hanno. Il nostro, quindi, è un intervento a tutto tondo, per tentare di tutelare la popolazione straniera detenuta».

Carenza di fondi e di risorse economiche sono purtroppo un dato di fatto. Quanto incide la presenza dei volontari?

«Purtroppo i fondi sono stati tagliati e le azioni trattamentali sono diminuite, c'è l'intervento degli Enti Locali ma anche loro hanno difficoltà. A questo punto risulta fondamentale la presenza del Terzo Settore, se non ci fosse il volontariato l'istituzione carcere imploderebbe, perché c'è poco personale e pochi fondi. Devo anche sottolineare, proprio perché vengo da venticinque anni di attività come operatore sociale, che Roma è un fiore all'occhiello nel territorio, ma esistono realtà molto gravi. Per Roma c'è la Consulta con ben 85 organizzazioni che intervengono in carcere, in territori periferici o nel Sud d'Italia questo non esiste. C'è poi da aggiungere che le carceri si stanno nuovamente sovraffollando e non possiamo certo sperare in un altro indulto…poi ci sono i problemi strutturali, che in molti istituti sono gravi».

Tornando al vostro percorso, penso possiate fare un bilancio molto positivo di questi dieci anni…

«Assolutamente sì. Siamo orgogliosi di questi traguardi. Siamo soprattutto orgogliosi di avere avviato una metodologia che è stata copiata e presa a modello anche da altri Paesi, anche se con le dovute modifiche a seconda del Paese in cui viene adottata. Il modello di “concertazione”, cioè del mettersi tutti intorno ad un tavolo e definire cosa deve essere fatto, facilita anche il lavoro dei direttori degli istituti che solitamente si vedono arrivare una certa associazione che ha avuto un finanziamento da qualche assessore, per un progetto che magari non sanno nemmeno dove realizzare, Diverso è avere una programmazione mirata. In più quest'anno gli stessi piani pedagogici elaborati dagli istituti si riferiranno alle linee del piano carcere e saranno concertate insieme alle direzioni, all'Amministrazione Penitenziaria, al Prap eccetera. Tutto quindi assume una uniformità d'intervento che non può essere che positiva. Gli operatori possono quindi organizzarsi risparmiando risorse sia umane che economiche. Per quanto riguarda la ricerca che noi facciamo per esempio sul lavoro abbiamo cercato di ritrovare una modalità perché il lavoro interno ed esterno al carcere potesse avere un suo frutto reale. Abbiamo cercato di immaginare una metodologia per cui il detenuto venga seguito da un tutor sin dall'inizio, la formazione deve essere finalizzata alla richiesta reale del mercato. In pratica quindi cerchiamo di studiare delle metodologie che possano raggiungere quegli obiettivi di inserimento che sono poi quelli che ci chiedono sia la Costituzione , che l'Ordinamento penitenziario e tutta la normativa del settore penitenziario. È da mettere anche in rilievo che questo lavoro è fatto in forma gratuita. Facciamo tutto questo, mettendo a disposizione il nostro sapere e il nostro tempo, solo perché ci crediamo fermamente e per aiutare gli stessi operatori.
A questo proposito voglio anche sottolineare che, per la prima volta, siedono nelle Commissioni le sigle sindacali della Polizia Penitenziaria, che così per la prima volta sono coinvolte in una programmazione. Ed è importante anche per noi la loro presenza, perché se anche loro collaborano ad immaginare un percorso, ilprogetto una volta portato all'interno degli istituti avrà il sostegno anche della Polizia Penitenziaria e questo è estremamente importante per la riuscita del Progetto stesso».

Il prossimo passo?

«A Gennaio presenteremo in Campidoglio il Piano di sistema, che si riferisce a Roma e Provincia, comprendendo quindi gli istituti di Velletri e Civitavecchia. Quello che stiamo ancora poi facendo, riguarda il Forum della medicina con il quale stiamo sollecitando perché i due decreti attuativi vengano applicati una volta per tutte e sia chiaro chi deve fare che cosa.
Con l'Associazione “A Roma Insieme”, poi, stiamo sempre combattendo perché venga approvata la proposta di legge perché nessun bambino varchi più la soglia di un carcere e quindi ci stiamo impegnando per l'istituzione di case di accoglienza esterne. Il lavoro è ancora tanto e tanto ce ne sarà ancora, anche perché siamo convinti che quando la sanità penitenziaria passerà alle ASL, prima che queste prendano bene in mano la situazione ci sarà bisogno di un'azione di controllo, di affiancamento e di consiglio».

La celebrazione in Campidoglio

«In un carcere caratterizzato da profondi mutamenti, da numeri sempre crescenti, bisogna anche registrare, però, segni positivi che mostrano come oggi il carcere sia uscito dall'emarginazione, grazie a quanto ha fatto sino ad oggi la Consulta cittadina per il carcere». Così il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Ettore Ferrara, ha voluto ringraziare («Un ringraziamento non formale perché anche noi ci sentiamo beneficiari dell'impegno della Consulta») chi ha lavorato, nell'ambito della Consulta, per raggiungere i risultati di questi dieci anni. Un compleanno importante che è stato festeggiato il 5 dicembre nell' Aula Consiliare del Campidoglio, a Roma. Un luogo istituzionale simbolico che sancisce, oltre all'importanza della celebrazione, lo stretto legame che la Consulta ha instaurato tra territorio e carcere, o meglio tra istituzioni, carcere e volontariato. «Un gioiello di collaborazione», come lo ha definito il vice Sindaco Maria Pia Garavaglia, che ha sottolineato l'importanza di questo compleanno «che ci consente di fare un consuntivo e di capire anche cosa ci aspetta in futuro. Perché le istituzioni locali hanno il dovere di vigilare perché quando si applicano norme restrittive non venga mai messa tra parentesi la dignità umana». Una targa del Comune di Roma al Presidente della Consulta Luigi Di Mauro è stato il gesto simbolico che sancisce un ringraziamento e una promessa insieme.
A questo traguardo si è giunti con un percorso difficile, fatto di dura concretezza, «perché al di là delle parole la Consulta ha costruito servizi, ha realizzato cose reali – come ha sottolineato l'Assessore alla Politiche Sociali Raffaela Milano – e questo è fondamentale per dare fiducia e andare avanti. Ma tutto questo è stato anche possibile per il formidabile tessuto associativo che è la vera forza di Roma – ha ricordato ancora la Milano – E se tanto è stato fatto, il nostro compito è quello di guardare avanti, perché ancora enorme è il lavoro da fare. Il primo impegno a gennaio: un nuovo Piano cittadino per il carcere, proprio per evitare interventi a pioggia senza una regia. Si deve pensare alla possibilità che tutta la città investa su questo tema». L'Assessore Milano ha poi ricordato l'urgenza per il 2008 dell'apertura a Roma delle case per le detenute e i loro bambini perché, ha concluso «l'investimento sul carcere non è assistenzialismo, ma una necessità per il bene di tutta la comunità».

Joomla templates by a4joomla