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Un film e una mostra ci permettono di conoscere più da vicino l’icona pop degli anni Settanta.

Arriva finalmente anche in Italia Factory Girl, il discusso film che racconta la vita della bellissima, aristocratica musa di Andy Warhol: Edie Sedgwick.

Prima che la teutonica Nico irrompesse nella Factory di Andy Warhol, imponendosi con la sua voce rauca ed unica come cantante dei Velvet Underground, fu Edie Sedgwick, giovanissima ereditiera californiana giunta nella grande mela a metà degli anni Sessanta come modella e subito “carpita” come musa da Warhol, la stella newyorkese che rappresentò «un pezzo d'arte pop camminante». Bellissima, ricca, elegante e con una terribile storia familiare alle spalle (due fratelli morti giovanissimi - uno suicida, l'altro in un incidente -, un padre molesto e affetto da psicosi maniaco-depressive), Edie incarnava perfettamente l'immagine di quel tempo, nel boom di quella mitologia del «Sogna come se potessi vivere in eterno, vivi come se dovessi morire oggi» nata pochi anni prima con James Dean. La Sedgwick era considerata una principessa americana con un immenso talento e carisma. Fu in seguito al suo incontro con Andy Warhol, l'antieroe per eccellenza ed esponente della contro-cultura, che la sua vita cambiò radicalmente. Improvvisamente, infatti, Edie si ritrovò al centro di un universo artistico rivoluzionario, intriso di sesso ed eccessi, in una corsa furiosa verso la fama e i suoi fasti, destinata ben presto a sfuggirle al controllo. Con Edie, Warhol realizzò ben undici film (a partire da Ciao! Manhattan) che la resero celebre nella New York underground, in quegli anni centro dello scenario artistico-culturale mondiale. Secondo Truman Capote, lo stesso Warhol avrebbe voluto essere Edie: «Bella, aristocratica, talmente assorbita in se stessa da attirare attenzione e piacere al primo sguardo». Passata dopo qualche tempo dalla Factory al “clan” di Bob Dylan, con il quale, sembra, fosse in vista una collaborazione come cantante (mai realizzata), si racconta che Edie si fosse perdutamente innamorata del folk singer, al quale avrebbe ispirato canzoni immortali come Like a Rolling Stone: «Una volta vestivi così bene, gettavi una moneta ai mendicanti nel fiore dei tuoi anni, non è vero? La gente ti avvisava: Attenta ragazza! Sei destinata a cadere” (Bob Dylan, Like a Rolling Stone). Ma come tante meteore di quel periodo, Edie Sedgwick morì giovanissima a soli 28 anni per un'overdose, dopo essere già da tempo caduta nella rete delle droghe. Figura ideale per diventare protagonista di un film, Edie Sedgwick e il suo “quarto d'ora di celebrità” rivivono ora in Factory Girl, film a lei interamente dedicato diretto da George Hickenlooper e scritto da Captain Mauzner (Wonderlan‘). Protagonista l'attrice newyorchese Sienna Miller (Casanova, Alfie), dapprima scartata perché troppo poco famosa, poi scritturata grazie all'improvvisa notorietà giuntale dalla movimentata love story con Jude Law. Accanto a lei, Guy Pearce (Memento, LA Confidential) nei panni di Andy Warhol, e Hayden Christensen (l'Anakin Skywalker di Guerre stellari) in quelli di un fascinoso e cinico musicista chiamato Billy Quinn. E proprio questo personaggio, nel quale - malgrado il nome fittizio - si potrebbe riconoscere Bob Dylan, è diventato la pietra dello scandalo di questo film, già al centro di molte polemiche ancor prima di uscire negli Stati Uniti il 29 dicembre. Secondo la sceneggiatura, infatti, la bella e dannata Edie avrebbe ricevuto una decisiva “spinta” verso l'autodistruzione proprio dalla fallita relazione con il folk singer, il quale l'avrebbe sedotta e poi rapidamente abbandonata lasciandola sola nella più nera disperazione.
Stando alle cronache dell'epoca sembra che, in effetti, la modella fosse rimasta profondamente sconvolta nell'apprendere la notizia delle nozze segrete di Dylan con Sara Lowndes, proprio nel periodo in cui i due si sarebbero frequentati. E che lo stesso Warhol avrebbe “abbandonato” la sua ex migliore amica (lui e Edie erano diventati a un certo punto inseparabili) sostituendola senza problemi con la new-entry Nico. Ma Bob Dylan non ci sta e nei giorni scorsi ha chiesto ai suoi avvocati di bloccare l'uscita del film perché “diffamatorio” nei suoi confronti. Secondo il cantautore, la relazione burrascosa che avrebbe portato Edie nel tunnel della droga non fu con lui ma con il suo assistente Bob Neuwirth. Gli autori del film avrebbero quindi romanzato la verità gettando una pesante ombra sul folksinger solo per attirare un maggior numero di spettatori. Un'altra voce contro è quella di Lou Reed, il leader dei Velvet Underground, anche lui di casa nella Factory di Warhol ed entrato in contatto con la Sedgwick: «È una delle cose più brutte che abbia mai visto», ha dichiarato dopo aver letto la sceneggiatura, «È scritta da un ritardato analfabeta». Discusso anche per la scena di sesso tra la Miller e Hayden Christensen, particolarmente credibile, tanto da sembrare reale, tali critiche finiranno per essere esse stesse una ragione di attrazione. D'altronde, come insegnava lo stesso Andy Warhol, quella negativa è spesso la miglior forma di pubblicità.
L'uscita del film è un'occasione anche per conoscere il personaggio di Andy Warhol, l'icona pop per eccellenza. Nato a Pittsburgh nel 1928 da genitori emigrati di origine cecoslovacca di religione cattolico-greca (detta anche uniate), Andrej Warhola (questo era, infatti, il suo vero nome), visse i primi anni della sua vita in una maniera che potrebbe essere definita tutt'altro che “pop”. La presenza di una religione bizzarra che lo influenzerà tutta la vita, l'isolamento totale dagli altri bambini (i suoi genitori per molti anni non impareranno l'inglese), il suo precario stato di salute (soffriva del cosiddetto “ballo di San Vito”) sono lo scenario di appartenenza di un ragazzo dal carattere introverso che si sente consapevole della sua estrema ‘diversità'. Il suo trasferimento a New York nel 1949, all'età di ventun'anni, coincide non solo con il suo primo confronto con l'industria della grafica pubblicitaria presso cui lavora per tutti gli anni Cinquanta, ma anche con il grande salto economico post­bellico della società americana. Era stato inventato l'americano medio e improvvisamente questa persona immaginaria finì con l'esercitare una forte influenza nella società americana degli anni Quaranta e Cinquanta, orientando tutto il dibattito sui consumi e facendo da sfondo alla rielaborazione critica di Warhol. Come fosse un prodotto industriale nell'età dei consumi di massa, Warhol ha portato alle estreme conseguenze la riproducibilità dell'opera nei territori della serializzazione. “Factory” come marchio di fabbrica di un progetto che pone in luce la filosofia mercantile del suo tempo.
Ma l'icona del pop, non fu solo l'ideatore di immagini appartenenti all'americano medio moltiplicate in una visione infinita, tutta la sua opera, dietro questo make-up di superficie, trattò, attraverso l'uso di immagini quotidiane o appartenenti alla tradizione storico-artistica più nota, di temi esistenziali alquanto complessi, quali, per esempio, quello della morte (nella serie dei disastri del 1963, che riportano alle immagini degli incidenti automobilistici e delle vittime tratte dalle pagine dei giornali, in Tunafish Disaster, che allude a un celebre caso di donne avvelenate da tonno in scatola, in Big Electric Chair, la sua rappresentazione della sedia elettrica che sottende una velata polemica a sfondo anche religioso, nelle immagini di persone morte suicide, per citare solo alcuni dei suoi lavori). La paura della morte e della sofferenza era per lui un'ossessione. L'attenzione spasmodica ai fatti di cronaca, la realizzazione di serigrafie di oggetti di consumo quotidiano realizzate volutamente con piccole imperfezioni o in stato di danneggiamento, alludono al tema della vanitas vitae rivisitato in chiave moderna (come la serie di teschi del 1978). Andy dichiara di non pensare, ma di comprare, e per questo di sentirsi molto americano, ma, al tempo stesso, di essere terrorizzato da questo senso di impotenza (che maschera tuttavia con ostentata indifferenza) rispetto alla riflessione sulla caducità delle cose mondane destinate, irrimediabilmente, a deperire. Le icone di Warhol usano sempre colori vividi e accesi, fondi in oro e non solo, con un'impostazione della figura sempre frontale (ad esempio la figura di Marilyn, il suo marchio di fabbrica – brand – più famoso), tutti elementi che rimandano alle icone della tradizione ortodossa della sua famiglia d'origine, in particolare a quelle dell'iconostasi della chiesa ortodossa di Saint John Crysostom di Pittsburgh. Si può dire che l'elemento religioso sia una costante del corpus iconografico warholiano – come ha recentemente messo in luce un'esposizione romana dedicata all'artista. In particolare, oltre alle analogie dal punto di vista formale, sono state azzardate delle letture nella direzione di icone profane nella figura di Elvis Presley, paragonato, per esempio, a quella di un santo dell'età moderna; nel rimando del simbolo del dollaro o della sedia elettrica ai concetti teologici cruciali dell'America del dopoguerra; nelle figure femminili di Jackie Onassis o di Marilyn, considerate quasi come figure mariane…
Icone di una nuova religione che tutto mostra e tutto consuma, sono anche le riletture in chiave pop dei capolavori dell'arte del passato, tra cui la Madonna Sistina e l'Annunciazione di Raffaello, La Primavera del Botticelli in un rosa shocking (colore eminentemente americano) e il San Goirgio e il Drago di Paolo Uccello, che assurgono a simboli al tempo stesso dissacrati e rivitalizzanti del contemporaneo. Verso la fine degli anni Settanta, in particolare con la serie dei teschi, delle croci, delle ossidazioni e dell'Ultima cena di Leonardo rivisitata in chiave pop, Warhol lascia percepire in maniera più evidente che l'educazione religiosa che ha ricevuto da bambino lo ha segnato profondamente.
In questo continuo profluvio di immagini che Warhol ha mostrato alla vista, sorge, tuttavia, un dubbio. Si ha l'impressione che abbia eliminato il senso del volume e della profondità ripetendo ossessivamente la stessa immagine, per sottrarla alla cronaca e inserirla in un contesto simbolico più ampio. Le scelte linguistico-formali sono anche scelte operate sul piano del contenuto: Warhol sa che non occorre la figura per rendere evidente una condizione psicologica o un sentimento: l'immagine rappresentata è il particolare di un fenomeno la cui vastità ci sovrasta. Per rendere immagine il vuoto («Quanto più si guarda la stessa cosa, esattamente tale, più il significato scompare e più ti senti meglio e più vuoto…»; «Penso che siamo un vuoto qui alla Factory. Mi piace essere un vuoto…»), per rendere l'intangibile essenza di tutto ciò che c'è dietro un'immagine, Warhol lavora proprio sulla superficie (diceva di se stesso «Se volete sapere tutto su Andy Warhol, basta guardare la superficie, dei miei quadri e dei miei film e di me stesso: ecco dove sono io. Sotto non c'è niente»), sulla pellicola del film che rappresenta nelle sue icone pop, in un continuo intreccio dei temi della morte e della bellezza (la costante insoddisfazione del suo aspetto esteriore era un suo eterno cruccio) che ha costantemente segnato tutta la sua vita, proprio come l'immagine che di lui rivive in Factory Girl.
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Il film e la mostra

Factory Girl (2006)
Un film di George Hickenlooper. Con Sienna Miller, Guy Pearce, Hayden Christensen, Jimmy Fallon, Jack Huston, Armin Amiri, Tara Summers, Mena Suvari, Shawn Hatosy, Beth Grant. Genere Biografico, colore 90 minuti. - Produzione USA 2006. - Distribuzione Moviemax
Uscita nelle sale: venerdì 23 Novembre 2007
Andy Warhol, Pentiti e non peccare più! (Repent and sin no more!), catalogo della mostra a cura di Gianni Mercurio, Skira editore, Milano, 2006 (Roma, Chiostro del Bramante, 29 Settembre 2006 – 7 Gennaio 2007).

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